sabato 22 luglio 2017

Freez live @ polaroid!


I Freez hanno meno di vent'anni e probabilmente hanno in mente un sacco di feste. La musica che fanno, a volte lo-fi e sgangherata, a volte più aggressiva e dritta, sembra arrivare da qualche sfrenato party in spiaggia, i surf piantati nella sabbia, le casse sparate al massimo e le ragazze che ballano. Se gli chiedi come hanno cominciato a suonare assieme ti raccontano di video di skateboard prima che di dischi, e in qualche modo questo è perfetto. La FatCat Records in persona, qualche settimana, fa ha mostrato di apprezzare una loro canzone su Soundcloud: si intitola Bad Weed, non sarà un caso. Insomma, i Freez sono quanto di più divertente, Burger Records e adatto a una clamorosa serie di brindisi celebrativi potesse capitare negli studi di  Radio Città del Capo per il season finale di "polaroid - un blog alla radio". Grazie davvero (anche a Sara e a Hello Dirty fanzine!), e sopratutto, continuate così.
Qui trovate il podcast dell'intera ultima puntata, mentre qui sotto le canzoni che i regaz ci hanno regalato dal vivo:

Freez live @ "polaroid - un blog alla radio"
Radio Città del Capo, 2017/07/17


- Bad Weed
- My Throat Burns
- River (Together Pangea cover)
- Do Nothing Club

venerdì 21 luglio 2017

I'm still waiting for a reason to breathe

Wesley Gonzalez - 'Excellent Musician'

Pare che Wesley Gonzalez sia "no longer interested in playing guitar", ma io credo non smetterò di ascoltarlo anche nel caso suonasse due sassi sbattuti. E quando non scriverà più musica e continuerà a declamare i suoi versi crudeli e sconsolati, cantando le sue melodie beffarde in fondo al bancone di qualche pub londinese, io sarò ancora suo fan. Quella che è stata la precoce voce dei Let's Wrestle qui a polaroid avrà sempre un posto di riguardo. Il suo primo album solista è un avvenimento di cui bisogna dare conto con ogni riguardo. E sì: non ci sono chitarre, non c'è punk né indie rock né indiepop (vade retro!), ma la sua scrittura, la sua cattiveria e la sua poesia sono ancora le stesse, sono ancora tutte lì. Wesley Gonzalez lo riconosci alla prima nota.
"Misery don't love company / I'm not sleeping peacefully": Wesley è uscito dalla droga, dalla noia, dal banale tedio della sua giovinezza, e da non so che altro, ma riesce ancora a raccontare con ammirevole accuratezza la perfida maniera in cui la tragedia e la miseria di questa vita solitaria si mescolano a immotivate pulsioni, bassi desideri, tutti i persitenti accanimenti di cui è composta un'esistenza. "It's a terrible shame to get just what you need". C'è tutto il suo malessere e il suo sgomento dentro due semplici versi come "An adult, some freedom / what does it mean?".
Per costuire questo magnifico Excellent Musician Wesley si è fatto autodidatta di pianoforte e tastiere, racconta di essersi immerso in Al Green E Stevie Wonder (quanto di più lontano da Hüsker Dü e Wedding Present, un paio dei riferimenti più comuni per la sua precedente band). Lo immagino imprecare e sudare per mesi sui controlli di qualche synth Korg vintage, eppure alla fine eccolo qui, con le sue barcollanti composizioni tra XTC e David Bowie (e più in fondo, Beatles e Kinks), brillante e capace come pochi di raccontare piccole storie spietate e così dannatamente inglesi: "A song to sing, a song to be blunt / When did you start living life as a cunt?".
Dentro queste canzoni l'amore è un difficile compromesso, l'affetto dei cari assomiglia più a un ricatto e gli amici non sono mai affidabili molto a lungo: eppure la musica racconta un pop raffinato, allude con certi arrangiamenti di sax e fiati a una insospettabile spavalderia, a feste eleganti che non sappiamo più se sono un ricordo vissuto o meno. Il "musicista eccellente" è quello che ha imparato meglio di tutti che lo spettacolo prosegue sempre, nonostante gli errori di percorso, nonostante i costumi ormai logori, nonostante a volte la sua voce non sembri arrivare fino a dove vorrebbe. Ma lui è lì, il palcoscenico è suo, e Wesley canterà con tutto lo stile e la dedizione di un disgraziato hooligan che la vocazione ha chiamato all'arte. Grazie, davvero.





lunedì 17 luglio 2017

It's good for business

MODERATE REBELS - LIBERATE

Il loro manifesto è "utilizzare meno parole e meno accordi possibile", hanno quell'estetica sfuggente da studenti d'arte che non capisci mai quanto ti stiano prendendo in giro e quanto ci credano davvero, e il loro primo singolo esordiva con molta modestia: "We’ve come to wreck your house and ruin your life, God sent us".
Sono i Moderate Rebels, quartetto londinese che aveva visto segnalato per la prima volta qualche settimana fa niente meno che da Fabio "The Tuesday Tapes" De Luca: direi che c'è da fidarsi. Il suo commento era stato «"recommended if you like" Pylon, The Raincoats», e dopo l'ascolto in loop del nuovo magnetico Proxy EP aggiungerei senza dubbio CAN e Spacemen 3.
Ma la cosa che ho trovato più esaltante, e che che mi ha fatto definitivamente innamorare di loro, è che dopo le prime tracce, dal carattere ostile e spigoloso, i Moderate Rebels sono capaci di tirare fuori da quei loro maglioni neri e musi lunghi un paio di pezzi pop grondanti quello struggimento proletario che mi fa tornare in mente certi rabbiosi Comet Gain. E quando mai ti capita che una band ti faccia tornare in mente i Comet Gain? Pare sia in arrivo un album entro fine anno, ho aspettative già parecchio alte, Moderate Rebels nome su cui puntare per il prossimo futuro.



domenica 16 luglio 2017

You turn me on

THE SHIVAS

Vedi alla voce partenze intelligenti: poco prima del tramonto, tornare dalla Riviera, deviare verso Ravenna, prendere la direzione centro e arrivare in Piazzetta Unità d'Italia. Qui, a partire dalle 19, trovate il sottoscritto a mettere un po' di dischi in versione aperitivo, ma soprattutto - appena calano le tenebre - trovate The Shivas in concerto!
La band di Portland torna in Italia per presentare l'ultimo lavoro Turn Me On, uscito per Burger Records dopo tre album per la storica K Records. Autori di un garage rock a bassa fedeltà che sconfina gioiosamente in una psichedelia ipnotica ma luminosa, gli Shivas sono attivi oramai da oltre un decennio, e diciamo che dalle nostre parti sono un po' di casa, garantisce Hey Man Booking. In apertura i local heroes Tunguska. Ci si vede a banco!



sabato 15 luglio 2017

Can’t take it anymore

TERRY - REMEMBER TERRY

"polaroid - un blog alla radio" S16E36

Shout Out Louds – Jumbo Jet
Loney Dear – Sum
[in collegamento con Davide dalla redazione di The Breakfast Jumpers]
sonambient – Kolymbetra
No Monster Club – Scouts Anthem
Terry – Give Up The Crown
The Shivas – Turn Me On
[in collegamento con Andrea “Benty” Bentivoglio per “Troppa Braga“]
Wet Lips – Can’t Take It Anymore
Wesley Gonzalez – In Amsterdam

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venerdì 14 luglio 2017

Teach me to forget

The Radio Dept. - Teach Me to Forget

A sorpresa, questa mattina una mail della Labrador Records annunciava l'uscita di un nuovo EP per i nostri amati Radio Dept. (per ora solo in digitale, in seguito anche vinile e cd - immagino con i consueti tempi dilatati degli svedesi).
Teach Me To Forget raccoglie 6 tracce: la title track che già chiudeva l'album dell'anno scorso Running Out Of Love, in una nuova versione, ancora più rarefatta, due inediti (di cui uno in anteprima qui sotto, sempre più PSB!) e tre remix che mi incuriosiscono molto, a cura di Henning Fürst (già componente di Tough Alliance), Mythologen e Kim Ki O.
Se volevate iniziare il weekend con un bel mood balearico ma a temperatura scandinava, eccovi accontentati!




giovedì 13 luglio 2017

[Video première] Stranger Paws - "Tie-Beams"

Stranger Paws - Tie-Beams

«1991: è il mio sesto compleanno. Dopo la torta mia madre mi tende un pacchetto azzurro con un motivo tartan. Ho paura sia il solito libro-gioco, quello con i dadi, dove sei costretto a leggere ed immaginarti tutto. O forse l’ennesimo set di dinosauri, destinati a chili di polvere sulla libreria di ciliegio ambrato. E invece no, dopo il primo strappo, capisco che è solo un pacchetto di Zigulì alla fragola. Piango per mezz’ora, disperato. Poi d’un tratto i miei, tra l’impietosito e il divertito, me ne porgono un altro, con la carta tutta piena di piccoli clown. Inizio lentamente a scartarlo, ma il cuore accelera ed anche io vado più veloce, penso già agli amici a scuola, ai pomeriggi sul mio letto, ai viaggi infiniti nella macchina dei miei: è un fantastico Game Boy. Bianco.»

Questa è la storia di Stranger Paws, e forse davvero basta un mito originario come questo, un classico "momento dopo il quale nulla sarà più come prima" per raccontare e spiegare  tutto quello che è venuto poi. Bastavano quel minuscolo schermo e una manciata di pixel colorati per riempire il mondo: "il pavimento a quadri della scuola è un Tetris gigante, le strade e i vicoli stretti del quartiere diventano il perfetto sfondo per Pac-Man, e le panchine o i gradini delle case ti fanno sentire Super Mario". Poi con gli anni i videogiochi scadono sempre più "nel loro banale iperrealismo", e per Stranger Paws è naturale passare dall'amore per le consolle a quello per i campionatori e i sintetizzatori.
Flash forward fino all'incontro con Lady Sometimes Records e MiaCameretta Records, le etichette per cui a settembre uscirà Concrete Structures Vol. 1, l'album di debutto registrato al VDSS Recording Studio di Morolo. Ad anticiparlo, il video di Tie-Beams che presentiamo in anteprima oggi qui. Retromania, synths vintage alla Com Truise o Miami Nights 1984, e atmosfere sospese che sembrano uscire da uno spin-off di Stranger Things. Il disco, in realtà, avrà riferimenti ben più solidi e sarà un concept su elementi tipici dell'ingegneria civile: "strutture di cemento, ma anche strutture concrete che richiamano la musique concrète ed il desiderio di manipolare suoni pre-esistenti - in questo caso sintetici, proprio come materiali edili - al fine di ricostruire un immaginario nostalgico, il ricordo di un’altra realtà, per certi aspetti più umana del presente virtualizzato".
Intanto, inserite il gettone e godetevi il pezzo.


Il video è realizzato da Bubi Visual Arts. La voce che si sente a un certo punto è quella di Giovanna Vedovati dei Tiger! Shit! Tiger! Tiger!.

mercoledì 12 luglio 2017

Give me a chance to be forgotten


"I thought it'd be funny to write an anthemic sounding rock song about wanting to be unknown. I wrote it a few years ago, it was going to be on the last record, but it didn't sound right. There weren't enough guitars or crash cymbals. If you wanna be forgotten, a lot of guitars and crash cymbals are a great way to communicate this. Its also about heartache."

Siamo quelli che saranno dimenticati, la Storia ci avrà trascurato, ma almeno ce ne saremo andati in mezzo al frastuono dei riverberi e al fischio dei feedback, con tutte le chitarre in gloria, anche quelle scordate. Passano le estati degli altri, i sonni agitati e la vita che ci abbruttisce. Ci teniamo qualche inno sporco, quelle due tre parole che ci ripetiamo da sempre, una cicatrice. Tutti i più grandiosi dischi di indie rock dovrebbero sembrare così: "non finiti", eppure suonare esattamente come se nulla dovesse essere più toccato. Un'espressione indefinita ma completa che mi lascia addosso quel desiderio infantile e irrefrenabile di imbracciare una chitarra, di baciare, di ballare e di correre via di qua. Secondo album per The Stevens e vale ancora quello che avevo detto per l'esordio del 2013: "l'eleganza schiva di un gesto compiuto ma non chiuso". Cambiano in parte i fattori della somma: dentro questo nuovo Good la scrittura assume (quasi sempre) contorni più definiti, il minutaggio si fa più consistente, e quasi tutti i ritornelli girano un paio di volte. Ma queste notazioni passano in secondo piano, quando queste diciotto canzoni lungo quaranta minuti scarsi ti sbattono addosso un'infinità di pure intuizioni fatte di Television, Guided By Voices, Clean, Pavement, Modest Mouse. Quasi tutte strepitose, quasi nessuna conclusa. E non mi aspetto niente di meno da una band composta da membri di Twerps, Boomgates e Dick Diver: la meglio Australia che amo. Prendiamo a calci i ricordi, I want my life to be like the opening sequence of a sit-com.






martedì 11 luglio 2017

There's something nice about knowing everyone feels hopeless

DIET CIG - Swear I'm Good At This (2017)

Magari non vale in tutti i casi, ma almeno questa volta per me ha funzionato: quando un disco che potenzialmente potrebbe piacermi diventa oggetto di qualche polemica fatta di fuffa, intorno alla quale tutti sentono il dovere di esprimere la propria opinione, per qualche specie di istinto di conservazione mi capita di starne quanto più alla larga. Pigrizia terminale o provvidenziale misantropia?
Tre mesi fa l'album di debutto dei Diet Cig, piccola band che aveva goduto di un certo hype agli esordi (se ne era parlato abbastanza bene anche qui), ha ricevuto una recensione piuttosto velenosa da Pitchfork, e si è levato un coro di reazioni tra il sarcastico e l'indignato, con conseguente e inevitabile backlash-del-backlash in difesa delle opinioni della recensione  (trovate un riassunto fin troppo esaustivo su Broooklyn Vegan). In sostanza, i Diet Cig venivano accusati di essere vuoti e inconsistenti, e di essersi appropriati di un linguaggio vagamente femminista, o femminista solo in apparenza, senza averne credito. Dopo questa bufera, qualcuno si era addirittura spinto a cercare oscuri legami tra una ex del batterista dei Diet Cig Noah Bowman e la giornalista di Pitchfork Quinn Moreland, mettendo in discussione l'etica professionale di quest'ultima (?). Io intanto non avevo ascoltato nessuna canzone tranne il singolo.
Tre mesi dopo, in tutta sincerità, e pur con tutta la simpatia verso i Diet Cig, ho qualche dubbio che Swear I'm Good At This sia un album con le spalle abbastanza larghe per reggere tutto questo. Dieci canzoni di pop punk sbarazzino (o, viceversa, di indiepop "pompato", come preferite) che hanno altri riferimenti e obiettivi. Per esempio, la risoluta affermazione di quella rabbia (post-) adolescenziale che non conosce modestia e si lancia in sentenze tipo "I’m done with being a chill girl / I’m trying to take over the world" (poi ti rileggi cinque anni dopo e ti metti le mani sulla faccia). Oppure quell'esuberanza degli ormoni ("I wanna kiss you in the middle of a party / I wanna cause a scene"), che a volte può dare alla testa e portare un bel po' di confusione: "I wanted to need you / And now I’m forgetting why I tried". A tutto ciò si accompagnano dichiarazioni di indipendenza forse acerbe ma non per questo meno fiere: "I don’t need a man to hold my hand / But that’s just something you’ll never understand", sorrette da chitarre piuttosto Novanta (che i più maligni paragonano a un certo stile Blink-182) e cantate dalla voce squillante di Alex Luciano (che i più maligni paragonano a quella di Avril Lavigne).
Swear I'm Good At This è un disco "semplicemente divertente", che racconta nel dettaglio questo suo reclamare il diritto di essere "semplicemente divertente", il suo "essere adulto" ma, al tempo stesso, "EHI lasciatemi in pace con le vostre menate da adulti". Insomma, un disco che contiene ancora una certa dose di innocenza rock'n'roll, ovviamente mescolata in maniera irreversibile a una certa ingenuità: "I wanna be the best one at this / But i don’t wanna get out of bed". Forse è stato questo a venire percepito come un peccato capitale, un'offesa irrimediabile, o forse un'espressione dei tempi e di una generazione che non ha ancora capito bene come bilanciare consapevolezza ed efficacia. Per quanto mi riguarda, polemiche e fuffa intorno dischi come questo sono un'espressione dei tempi altrettanto fastidiosa.




domenica 9 luglio 2017

Sometime someplace

Plume Of Feathers

"polaroid - un blog alla radio" S16E35

Lexie - Youngster
My Light Shines For You - Detective
Pale Spectres - Didn't Know Where To Go
Crepes - Sexyland
Kevin Morby - Pearly Gates
We. The Pigs - Too Young
Ladroga - Locali
Cornelius - Sometime Someplace
The Clientele - Lunar Days
Plume Of Feathers - One Year On
Carl Brave x Franco126 - Pellaria (Populous & Ckrono remix)

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giovedì 6 luglio 2017

Living in the straight world

My Teenage Stride - Living In The Straight World

Quando qualche giorno fa, sul feed di Bandcamp, ho visto riapparire il nome dei My Teenage Stride sono rimasto davvero sorpreso, e non ho potuto fare a meno di sorridere. Il semplice fatto che nel 2017, in uno scenario musicale ipercinetico e dentro cui è complicato dare ancora un senso alla parola "passione", esista una band come quella che Jedediah Smith porta avanti da ormai tre lustri, mi regala sincera felicità. La Unblinking Ear Records di New York ha da poco pubblicato una nuova cassetta, Living In The Straight World: sei vibranti tracce di indiepop ruvido e senza fronzoli che, tra omaggi a Television Personalities (la magnifica title track), ai Velvet Underground più classici (Christopher Come), o all'estetica Flying Nun (Gamma Radiation), confermano che questa vecchia musica fatta di jangling guitars (a volte pure scordate) e poesia dei margini è ancora viva, capace di suonare ancora forte ed emozionare.

lunedì 3 luglio 2017

To long for a feeling is better than nothing

Lexie – Record Time!

Nello stesso giorno in cui indossavo una maglietta di Frankie Cosmos e la inzuppavo allegro dentro il più provvidenziale dei temporali estivi, attraversando di corsa la città in bici, felice come un bambino, scoprivo che proprio Frankie Cosmos aveva messo in piedi un nuovo side project e, cosa ancora più esaltante, che è meraviglioso!
Si chiamano Lexie e vedono la nostra super Greta Kline insieme al chitarrista e al batterista provenienti dai Warehouse (rispettivamente Alex Bailey e Doug Bleichner), band post-punk di Atlanta pubblicata dalla Bayonet Records dei Beach Fossils, nonché casa della stessa Frankie. Per scrupolo, i Warehouse sono anche andato a riascoltarmeli (avevo un vaghissimo ricordo urlante dell'esordio Tesseract del 2015): spigolosi e abrasivi tra Wire e Sonic Youth, quanto di più lontano dalla delicata poesia twee dei Lexie.
Ha da poco visto la luce l'esordio Record Time! e mi ci sono buttato dentro con il cuore traboccante di speranze. Greta raccoglimi e consolami, e parliamo un po' mentre andiamo in bici e facciamo battute brillanti, e fammi sentire che quest'estate e questa vita non mi hanno lasciato stupido del tutto. Dopo l'iniziale Blood Boils, forse la canzone qui più affine alla precedente produzione di Frankie Cosmos, credevo che non ci sarebbero state troppe sorprese. Invece, a mano a mano che la scaletta si srotolava rapida (otto canzoni in appena un quarto d'ora) cominciavo a rendermi conto di qualcosa che mi stava facendo entusiasmare come poche altre volte negli ultimi tempi. La struttura irregolare dei pezzi, il tono di certe strofe, tra l'agrodolce e il surreale, e soprattutto le parti cantate da Bailey, mi stavano facendo tornare in mente... non può essere, proprio loro: i Pants Yell!
Sì, forse è ora di ammetterlo a me stesso: nonostante tutto, nonostante sia sempre più una lotta contro il tempo, il buon senso e i mulini a vento, uno dei motivi principali per cui continuo ad ascoltare musica è per trovare qualcuno che sappia farmi emozionare come facevano i Pants Yell, qualcuno che sappia portare avanti quell'idea di musica fragile eppure ostinata, nervosa e piena di grazia al tempo stesso. L'asciuttezza del tratto dei Pants Yell trova per me un'eco, forse inconsapevole (chissà), dentro queste canzoni dei Lexie. La ritrovo in versi micidiali tipo "did you even notice the way that I'm hopeless / to long for a feeling is better than nothing" (Home For A Minute); in battute che sembrano già citazioni dai dialoghi di qualche prossima serie: "yea I know we met and it's not like me to forget but if I haven't said so / yet let me say something I'll regret" (Youngster); in quello humour dai risvolti sempre un po' lugubri: "graveyards are pretty in the sun / it's ok that someday I will be in one"; o in sentenze inappellabili come "I believe in love / I don't believe in us" (In Us, forse una delle più belle canzoni cantate da Greta in tutta la sua carriera). Jangling guitars puntuali e discrete, melodie che restano sospese a mezz'aria, quegli scambi eleganti tra voce maschile e voce femminile, una generale aria di frugalità e semplicità che però arriva sempre a cogliere il segno: i Lexie possiedono praticamente tutto quello che amo e cerco e, nonostante tutto, continuo a cercare nell'indiepop.


sabato 1 luglio 2017

Mt. Zuma live @ polaroid!

Mt. Zuma live @ polaroid alla radio 2017/06/26
Mt. Zuma live @ polaroid alla radio 2017/06/26

Una delle novità più interessanti dell'anno, per l'indie rock qui in città, è stato senza dubbio il debutto dei Mt. Zuma, trio che ha da poco pubblicato il proprio esordio su cassetta per More Letters Records. Qui sul bloog ne avevamo parlato giusto qualche settimana fa, definendo i Mt. Zuma "power trio". Talmente power che quando lunedì scorso sono venuti a trovarmi in radio hannno fatto saltare tutti i volumi della regia. Eppure lo stesso: pur di averli lì, dall'altra parte del vetro a suonare dal vivo e a pestare forte, ne valeva assolutamente la pena. Qui trovate il podcast dell'intera puntata, tra chiacchiere e brindisi, mentre qui sotto alcune delle tracce che i regaz ci hanno regalato dal vivo, negli studi di Radio Città del Capo:

2) Frail




mercoledì 28 giugno 2017

Playin' for pride

Sea Pinks - Watercourse

A volte l'indiepop sembra un distinto signore che continua ad allacciarsi con diligenza il colletto della button-down e a tenersi i capelli ostinatamente in ordine, mentre ogni cosa intorno sta franando e vola via in un uragano. Per quanto possa essere del tutto ozioso e frivolo tentare di stipare dentro un'analogia, nemmeno troppo originale, un intero genere musicale fatto di epoche e band differenti, c'è questa impressione che non mi abbandona: la natura che la maggioranza delle persone percepisce, forse con una certa superficialità, nell'indiepop, quel suo essere anacronistico e datato, un discorso che non avrebbe nulla da dire sul presente, è invece il cuore stesso del suo slancio perdente e fragile. Gira intorno a una certa idea di dignità ostinata, di rivoluzione fatta di etica sobria, di resistenza all'apocalisse che veste solo in apparenza i panni del partito conservatore. Insomma, una continua contraddizione. Solo che invece di farla detonare, questa rivoluzione, l'indiepop deve avere deciso a un certo punto di custodirla e alimentarla al proprio interno per prolungarla nel tempo. Una brace che cova tra amori mai corrisposti, nostalgia e chitarre già cenere della Storia, un suono che brucia in una lentezza esasperante, mentre intorno folate di decenni di mode vanno e vengono, nuovi generi divampano e illuminano. L'indiepop resta lì e non se accorge quasi nessuno. Per qualcuno (e per me) quel suo restare lì, in qualche modo, è ancora importante.
Nel loro nuovo album, Watercourse, gli irlandesi Sea Pinks cantano Playin' For Pride, una piccola canzone che gira intorno all'idea di continuare a fare musica da outsider. Non spiegano cosa sia quel "pride", ma lo puoi sentire nelle scariche elettriche degli accordi, insolitamente aggressivi per il loro stile. Forse più dalle parti dei Wedding Present che degli Smiths, consueti riferimenti nelle loro recensioni. A quel sentirsi "buried alive" dentro un giro musicale sempre più soffocante (o soffocato), ognuno reagisce come può. L'orgoglio lo trovi anche dentro un suono distillato e decantato da ormai sei album in sette anni, senza fronzoli, e che in questa nuova prova raggiunge forse la sua perfezione. A tratti lievi come primaverili Housemartins, a tratti più nervosi come giovani REM, i Sea Pinks continuano e continueranno a portarsi dietro quegli aggettivi tipo "breezy", ma lo fanno ormai con una disinvoltura consumate e ammirevole. Con questo disco hanno dimostrato di avere le spalle più larghe del sarcasmo con cui qualcuno potrebbe considerare oggi l'etichetta "surf-rock" (a proposito: ma solo a me la title-track qui sembra un magnifico pezzo da primi Vampire Weekend?).
I Sea Pinks forse non diventeranno delle leggende della storia della musica, ma la consistenza e la coerenza della loro produzione per me è un altro incoraggiante mattoncino da aggiungere con un certo orgoglio al rifugio traballante e prediletto che è l'indiepop attuale.






sabato 24 giugno 2017

Lobby Boys + All My Teenage Feelings live @ polaroid!

Lobby Boys & All My Teenage Feelings live @ polaroid!

Lunedì scorso ho avuto il piacere di ospitare in radio Lobby Boys e All My Teenage Feelings, ovvero Omar Aleotti e Luigi Bussotti, rispettivamente da Modena e Viterbo. Due cantautori accomunati, tra le altre cose, dalla predilezione per il lo-fi e per lo shoegaze, le uscite su cassetta e un'innata sensibilità per il DIY. Entrambi sono stati pubblicati da Nervi Cani, iperattiva etichetta e casa editrice con base a Modena. Qui trovate il podcast dell'intera puntata, mentre qui sotto le singole tracce che i regaz ci hanno regalato dal vivo negli studi di Radio Città del Capo:


venerdì 23 giugno 2017

Indiepop jukebox: "glad midsommar"!

Oggi in Svezia si celebra Midsommar e qui a polaroid festeggiamo a distanza, levando il nostro Midsommarstång simbolico tutto fatto di canzoni indiepop scandinave (qualche alternativa più tradizionale qui).

(immagine da @Sweden.se)


Il fatto di avere attraversato in bicicletta, una volta, la città di Falun, nella regione del Dalarna, molto probabilmente ha condizionato il mio ascolto dei Pole Siblings. In questa città, infatti, fanno base i fratelli Sofia e Johan Stolpe, autori di un dream pop etereo ed elegante, che a tratti ricorda certi Beach House, come nel singolo Ghosts (ma qui vi lascio la conclusiva Nog Va He Bra, perché oggi mi sembra doveroso mettere almeno una traccia in svedese in scaletta). Il loro EP intitolato It Might Grow è pubblicato da Strangers Candy.




Summer Heart - 101
David Alexander, da Stoccolma, tagga la sua musica su Soundcloud con il significativo "summerwave", e in effetti questi suoni sintetici e pastosi si adattano bene ai riflessi del mare, a cieli tersi e vasti e ai tempi dilatati delle vacanze. Summer Heart è il suo nome d'arte, e 101 è il suo nuovo singolo, antipasto di un album in arrivo il prossimo 25 agosto. Se amate artisti come Washed Out, Toro y Moi o Teen Daze, è il disco che fa per voi.




we. the pigs
We. The Pigs sono Veronika e Martin, insieme ai loro amici Fredrik, Niklas, Johan e Charley. Provengono da Malmö e da Stoccolma, e trovo nella mail una loro traccia già nel 2011 (con il link a MySpace!). Eppure questo nuovo EP pubblicato da Discos De Kirlian è solo la loro seconda uscita. Suono che riesce a spaziare da colori più allegri (Too Young) alle cadenze notturne dello shoegaze (come in Start Over)




Honeymilk - Trip
"Thin Lizzy meets Mac DeMarco" dice il comunicato che presenta gli Honeymilk, quartetto che fa base a Stoccolma. E davvero la band sembra amare molto mescolare certe atmosfere rilassate e chitarre che sanno farsi più taglienti. Questa nuova Trip è la nuova anticipazione dal loro secondo album in arrivo su Birds Records nella seconda metà del 2017.




I nostri cari Curiositi (ovvero la band che si muove tra R'n'B e synth-pop formata da Emil "Parker Lewis" e Matilda dei Mixtapes & Cellmates) hanno pubblicato un nuovo EP con il titolo Night Fever. In mezzo ai consueti suoni molto sensuali e distillati, torna tra le canzoni anche qualcosa della loro vecchia anima più indiepop, come per esempio in questa Fix. Non riesco a immaginare compagnia migliore con cui passare Midsommar!

"Climb the playlist ladder"

Liz Pelly - THE SECRET LIVES OF PLAYLISTS

Il mio personale consiglio per "l'articolo assolutamente da leggere oggi" è quello di Liz Pelly sulle pagine di Cash Music. Si intitola "The Secret Lives Of Playlists" e analizza il sottile (o labile) confine tra contenuto editoriale e contenuto a pagamento sulla vostra piattaforma musicale preferita. Problema effimero? Non credo.
Spotify is currently striving for a never-before-seen level of authority over how music is distributed, discovered, and paid/not-paid for. Its ultimate goal is seemingly to build brand loyalty in the “magic” of Spotify, to embolden that authority. Playlists are the top tool they are currently employing to expand their platform empire.
Sarà una coincidenza, ma l'articolo esce proprio nella settimana in cui ha fatto notizia l'inizio della sperimentazione degli "Sponsored Content", la versione aggiornata al ventunesimo secolo della vecchia payola (che però non sarebbe esattamente payola perché riguarderebbe "clearly-marked sponsored track", uhm, ok, e viaggerebbe sul digitale e non sulla radio - vabbè).
Oltre a mostrare uno scorcio su un mondo che per me è davvero alieno (Filtr, Digster...), il lungo articolo della Pelly sottolinea molto chiaramente e più volte un aspetto:
Playlist culture is introducing an unprecedented dependence on data. We hear about the stacked human playlisting teams, with “genre leads” and “junior and senior curators” building thousands and thousands of playlists. (Though we never see their faces or names on the platforms—Spotify’s way of building trust in the mystified Oz-like “magic” of Spotify, rather than human intelligence needed to program playlists.) These human curators are responding to data to such an extent that they’re practically just facilitating the machine process.
Si potrebbe incollare qui il cliché surreale del Chaplin sopraffatto alla ruota dentata, oppure - per i più esigenti - la figura inquietante del Burroughs alla macchina da scrivere insetto, ma in ogni caso bisogna ammettere che "facilitating the machine process" è un'immagine sconfortante del cos'è diventato ascoltare musica oggi, da una parte e dall'altra della "macchina". Budget, investimenti, analisi e pianificazioni: a nudo dentro ogni play, skip o repeat. Monetizzare questo nostro grande amore per le canzonette, con la beffa di rubarti anche l'anima del nostro vecchio nastrone.
Un'ultima nota su band e musicisti: "artists are expected to climb the playlist ladder and hope the data stacks up". Direi che mi sembra un ottimo scenario, no? Abbiamo visto gli eccellenti risultati che ha portato il clickbait ai giornali e alla stessa idea di giornalismo: applichiamolo in maniera massiccia al mercato musicale e godiamoci i dividendi.


mercoledì 21 giugno 2017

I hope I come across you again some day

PETITE LEAGUE - SUN DOGS

La notizia del giorno qui a polaroid (e con "notizia del giorno" intendo dire che sto saltando da ore in giro abbracciando gente a caso) è l'annuncio del nuovo album di Petite League, con tanto di singolo delizioso estivo scatenato e struggente. Su queste pagine abbiamo sempre dichiarato apertamente tutto il nostro amore per la musica di Lorenzo Cook, ma anche senza pretendere di essere obiettivi, il terzo lavoro Rips One Into the Night promette di essere a dir poco strepitoso, se la premessa è questa Sun Dogs. Il comunicato che la presenta parla di "blending the sweet, bubblegum qualities of bedroom pop and the snot nosed fuzz of garage rock", ma non andiamo troppo per il sottile: questo è un totale inno dell'estate, con lui che aspetta, lei che gli fa capire "always doesn’t always mean forever", lui che esce beve e fuma, lei che forse torna, loro che forse si incontreranno di nuovo, tra chitarre da spiaggia un po' Vampire Weekend ma un po' anche cari vecchi Unicorns/Islands, e quella coolness rock'n'roll da Strokes adolescenti, oh I hope I come across you again someday! CUORI.

martedì 20 giugno 2017

I get stuck on the things I see


Avrei voluto che il nuovo disco delle Girlpool fosse più spietato e mi facesse più male. Forse è solo troppo presto per pretendere così tanto da loro, o forse la loro poesia ha preso una direzione che, per quanto riuscita, non è quella che serve a me. Eppure, eccomi qui, mezzo insoddisfatto a girare ancora su queste canzoni, nonostante non sia scattato l'amore travolgente che avrei voluto, e che mi ero immaginato dopo il loro folgorante esordio.
Intendiamoci: il nuovo Powerplant è un disco molto bello, pieno di un indie rock che piacerà a chi ama band come Waxahatchee o Mitski (e aggiungiamo anche certe vecchie Breeders). È il disco che le Girlpool dovevano proprio pubblicare in questo momento, quello in cui mettono in luce tutte le loro potenzialità e in cui il suono del duo californiano trova finalmente una sua forma piena e compiuta (con un set che finalmente include una batteria in pianta stabile).
Le Girlpool non sono più "soltanto" due ragazzine punk che, con l'unica forza delle loro voci sottili e delle loro chitarre rabbiose, guardano in faccia il mondo e cantano tutta la loro sfrontata voglia di vivere, di amare e di venire accettate senza compromessi. In Powerplant c'è di più: Cleo Tucker e Harmony Tividad ora il mondo si fermano spesso a osservarlo, e spesso ne restano come incantate ("watching all the billboards change into a mirror image", canta la title track; "your dad saw you crying when you looked at the world", sembra quasi spiegare Soup). Le strofe racchiudono momenti di sospensione, attimi al rallentatore in cui i loro pensieri corrono più veloci di quello che succede ma che, forse solo per me, restano slegati, non si condensano in un racconto che mi coinvolga davvero.
Non so se è una coincidenza, ma le mie tracce preferite sono quelle meno impetuose, come la stupenda 1 2 3 in apertura (forse la cosa più bella dopo Chinatown che le Girlpool abbiano scritto finora), la notturna Fast Dust o la riflessiva It Gets More Blue, mentre in passaggi come She Goes By si va anche verso accenti dream pop.
Insomma, funziona tutto alla perfezione. Non è un disco della mia taglia, ma di fronte a una giovane band che è riuscita a trovare la propria voce in maniera così efficace, mi rendo conto da solo che è un problema del tutto irrilevante. Brave Girlpool.




lunedì 19 giugno 2017

Nervi Cani occupy polaroid!

400

Bedroom pop, fumetti, shoegaze, fanzine, concerti, cassette a tiratura limitata, mostre e chissà che altro ancora: dentro l'enigmatico nome Nervi Cani c'è un intero mondo DIY tutto da scoprire.
Questa sera la casa editrice ed etichetta discografica modenese occuperà tutta la puntata di "polaroid - un blog alla radio", e ci porterà in regalo non uno ma addirittura due live in studio: Lobby Boys e All My Teenage Feelings, per un'ora di chitarre a bassa fedeltà, feedback e malinconia.
Sintonizzatevi alle 22.45 sul caldo FM di Radio Città del Capo, anche in streaming da www.radiocittadelcapo.it!



Crashing waves

PODCAST: 'polaroid - un blog alla radio' S16E32

"polaroid - un blog alla radio" S16E32

Alvvays – In Undertow
Hater – Coming Down
Sea Pinks – Places She Goes
The Arctic Flow – Crashing Waves
Last Leaves – Something Falls
Pale Spectres – Driving
Lobby Boys – Changes
Waxahatchee – Never Been Wrong
Young Guv – Traumatic
Mt. Zuma – The Matter With You
Kidsmoke – And Mine Alone

Download / Streaming / Iscriviti al podcast / iTunes / Spotify

venerdì 16 giugno 2017

«It’s about the intensity... the rest is just noise»

Quella vecchia rubrica che una volta si chiamava "Polaroids From The Web" [*]

The Pains of Being Pure at Heart (2017)


► «[The Echo Of Pleasure è] un disco su ciò che è importante tenere e cosa è effimero e può essere lasciato andare. È difficile da spiegare, ma c'è stata una nuova attenzione su ciò che è importante nella mia vita, perché sapevo che non potevo continuare a vivere allo stesso modo, che avrei dovuto fare delle scelte su ciò che era essenziale»: Kip Berman dei Pains Of Being Pure at Heart racconta in un'approfondita intervista a Indie-Rock.it la nascita del nuovo album e fa il punto della situazione su una delle band indiepop che amiamo di più.




► «At the end of last year I wrote an article on the band The xx and I spent a number of days with them, she continued. I thought it was going to be a normal article the whole time, but when it came out, it said "sponsored by Mailchimp" on the side. And I thought, "Well, I didn't see any of that money! Who did?"»: CMU@TGE 2017: The Crisis In Music Journalism (Part 1).

► Facile come sparare ai pesci in un barile: «31 Essential Shoegaze Tracks» compilate da Stereogum (l'introduzione non è male ma non voglio neanche immaginare cosa si potrà scatenare nei commenti).




► «Visto il nome con cui decisero di battezzarsi la cosa suona un po’ come una battuta, ma è vero: Lino e i Mistoterital avevano la stoffa dei campioni»: Federico Guglielmi recupera un articolo di quasi vent'anni fa sui miei cari Lino ei Mistoterital, i quali hanno da poco ristampato le prime tre storiche cassette (Sbagliandosi in para del 1984, Il prosciutto è il cane del 1986 e Max lo Smilzo del 1987, tanto per darvi un'idea) in un unico CD intitolato Fischi per nastri: demos y rarez: imperdibile.

► «Breve storia della musica che non ha bisogno di essere ascoltata»: su Noisey Italia un pratico bignamino da Erik Satie a Brian Eno.

► «Getting older or thinking about the future isn’t all bad. Feelings of the future, of passing, of one’s own mortality…those don’t have to be a negative thing. I think you have to be able to take a step back to understand some of that stuff. Being able to come to terms with it is also positive. Both sides of that are going on there»:
Q & A: Cornelius On His First LP In 11 Years,Mellow Waves (dove si scopre pure che Cornelius e Miki Bereny dei Lush sono lontani cugini, wtf).

► Una domanda che mi faccio spesso anche io (ma non sempre con lo stesso entusiasmo): "Everybody on the Floor: What's With All the Alt-Rock Bands Going Disco?" (via Billboard).

► "Football and Emo: A Love Story" (via Daily Bandcamp - e non potevano mancare i nostri amati QUARTERBACKS)

► «The idea that an indie band with a modest following could create something both this expansive and expensive is rather alien»: su Loud&Quiet, in occasione del ventennale del capolavoro degli Spiritualized, "How Ladies And Gentlemen We Are Floating In Space silenced the inane cocaine jabber of Britpop".

► «The man machine is part human, after all, and Hütter must surely be aware now that the years are creeping up on him. Is age something that bothers him? “Well, things will happen. Biological laws will still apply.” And would Kraftwerk carry on – perhaps even with the robots taking over, as happens during the encore of their live sets? “Certain programmes keep running,” he says. “It’s a spiritual thing. Musical ideas that we may have started, they enter into different cultures – Detroit techno, dance music – and then the energies come back to us”»: sul Guardian, un'intervista molto bella di Tim Jonze a Ralf Hütter dei Kraftwerk.

mercoledì 14 giugno 2017

Baby I like your style, you're so cool, baby I love you!

GUGGI DATA - BABY

Qui a polaroid amiamo i Westkust da sempre, non è una novità, e abbiamo addirittura avuto la fortuna di ospitarli dal vivo in radio. Svezia, chitarre supersoniche e malinconia: per me è una formula micidiale. Ora Gustav Data Andersson, che fa parte dei Westkust e dei Makthaverskan (oltre ad aver prodotto Agent blå) lancia un suo progetto solista chiamato Guggi Data, ovviamente sempre su Luxury. Ad agosto arriverà un album intitolato POP/ROCK, e il singolo che lo anticipa è questa epica Baby, due minuti e mezzo di totale euforia (falsetto compreso!) che potresti infilare in una playlist da ballare dopo un classicone degli Ash o prima di un cavallo di battaglia degli Shout Out Louds.
L'estate scandinava è arrivata:


Guggi Data - Baby

lunedì 12 giugno 2017

Dieci anni fatti a mano!

HANDMADE FESTIVAL 2017
(foto di Stromboli)

I giardinetti pubblici di Tagliata a Guastalla sono il mio personale Parc del Fòrum. Lo so, ti fa ridere paragonare l’Handmade Festival al Primavera di Barcellona, ma dopo dieci anni di presenza fissa penso di poter dire che questa è davvero la mia dimensione di evento musicale preferita.
Forse la line-up dell’Indietracks conta più gruppi "miei", forse Emmaboda una quindicina di anni fa era la cosa più vicina a un paradiso twee che abbia mai sfiorato: ma qui e ora non c'è posto dove mi piaccia di più godermi dodici ore di concerti interessanti di fila (senza perdere quasi nulla), bermi birrette sull’erba e ritrovare vecchie conoscenze.
Certo, il mio giudizio non è obiettivo: questo festival è stato inventato e organizzato da amici; per questo festival, lungo gli anni, ho messo dischi, ho scritto improbabili comunicati stampa, ho fatto special radiofonici, ho preso autovelox e ci hanno suonato un paio di gruppi dell’etichettina a cui maldestramente collaboro. In questo festival, lungo gli anni, ho visto almeno un paio dei concerti a cui tengo di più nella mia vita, qui mi sono ubriacato come uno straccio, qui mi si è spezzato il cuore, qui ho ballato senza vergogna e qui ho tenuto in braccio i miei figli. Insomma, sono parecchio coinvolto, ma nessun altro festival mi ha mai dato tanto (forse abbiamo vissuto qualcosa di simile alle prime edizioni di Musica Nelle Valli – che non a caso oggi cura una parte della line-up all’Handmade).

La battuta sul Primavera è un’ovvia esagerazione, ma ieri all’Handmade mi è venuta in mente così, mentre facevo i due passi da un palco all’altro. E camminando qui capita sempre di toccare il bicchiere con qualcuno che incontri, non ci si vede da un sacco, a che ora sei arrivato, hai visto quello, hai sentito questo, andiamo che stanno per cominciare. È tutto lì, almeno per me. E poi mi volto e c’è la Bassa a perdita d’occhio, le strade della pianura, un orizzonte che mi stringe sempre un nodo in gola, e ci sono le ragazze sedute sulle balle di fieno a ridere, i bimbi che si arrampicano sull’argine, il filare di pioppi che fa ombra al main stage, l'arcobaleno delle bancarelle e dei mercatini vintage, i profumi delle grigliate. Stare bene così, in mezzo a tutta la musica.

Potremmo anche metterci lì a dare le pagelle di questo 2017, ognuno avrà le sue. Ieri, per me, il 10 pieno lo ha sfiorato Chris Cohen (unica nota di demerito: avere lasciato fuori dalla scaletta Optimist High), con un set di un’eleganza superiore, colmo di gesti misurati e anche di silenzi (credo sia la prima volta che sento un chitarrista dire al fonico “aspetta che abbasso l’ampli” dopo un paio di canzoni). Ma d'altra parte, voti altissimi anche al rock’n’roll a volume altissimo: Mystery Lights, Triptides, e pure i nostri Flyin’ Zebra, hanno mostrato come incendiare le sei corde e hanno saputo farci agitare, chi più psichedelico, chi più surf, chi più garage Sixties. I Califone, nonostante la tarda ora e qualche inciampo tecnico che rischiava di guastare l'atmosfera, hanno ricordato perché sono delle leggende viventi che seguiamo ancora dopo due decenni. Conferma totale e prevedibile per i Metro Crowd, con quel loro nervosissimo post-punk che forse funziona meglio di notte in qualche posto losco, ma che anche ieri ci ha trasportato dentro un filmato di repertorio dei Gaznevada nel ’77. Tra gli altri italiani, mi piace segnalare la poesia (davvero "fatta a mano" come questo festival) di Setti, questa volta accompagnato dalla sparring partner Avocadoz, con tanto di scenette alla Sandra e Raimondo. Voti belli alti anche alla voce Elettronica, con l'ambient aliena di Stromboli (set breve ma tutto in crescendo) e con la rivelazione del canadese Scott Hardware, perfetto per un tramonto italian house, Ibiza lungo le rive del Po. Infine, voto buono ma "potevano impegnarsi di più" ai miei cari Sea Pinks, suono jangling ineccepibile, Smiths e Housemartins sempre nel cuore, ma hanno dato l'impressione di essere abbastanza stanchi alla fine del tour, e il loro indiepop non ha portato tutti i colori che speravo alla festa di Guastalla.

Ogni anno la stessa vaga preoccupazione: l’Handmade diventerà troppo grande? Questa volta arriverà troppa gente e non si riuscirà più a girare? Quanto potrà durare la bazza dell'up-to-you?
Non importa. Se l'Handmade crescerà, come forse è logico che sia, credo che questi suoi primi dieci anni - un periodo già lunghissimo, per questa epoca di musica solubile e istantanea - abbiano significato già così tanto, e per così tanta gente, che tutto quello che porterà il futuro sarà comunque un regalo. Un festival che riesce a essere a misura d'uomo e ricercato al tempo stesso, sperimentale e rilassato, e che soprattutto non ha mai perso la sua spontaneità e autenticità "handmade".






mercoledì 7 giugno 2017

Indiepop juke-box: succede tutto adesso!

Alvvays - Antisocialites
Nelle ultime ventiquattr'ore un'infilata di novità discografiche abbastanza clamorose. Cominciamo ovviamente dall'hype che stava crescendo intorno al ritorno degli Alvvays. Finalmente la band di Toronto ha annunciato il seguito del magnifico esordio del 2014: si intitola Antisocialites e uscirà l'8 di settembre (Polyvinyl). Nelle sue 10 canzoni gli Alvvays "dive back into the deep-end of reckless romance and altered dates. Ice cream truck jangle collides with prismatic noise pop while Molly Rankin’s wit is refracted through crystalline surf counterpoint". Il singolo che lo anticipa è questa In Undertow, come sempre un po' amara e un po' suadente. "What's left for you and me, I ask that question rhetorically".





SHEER MAG - Need to Feel Your Love
Sapevamo già da un mesetto che, dopo la raccolta dei loro primi 3 EP uscita in primavera, gli Sheer Mag stanno per pubblicare il loro album d'esordio Need To Feel Your Love (per la Static Shock Records). Le aspettative nei confronti della band di Philadelphia sono alle stelle, e ieri come nuova anticpazione, è uscita proprio la title track. Pezzone Seventies, arrogante e sexy come gli Shher Mag sanno essere: da queste parti è già in loop. "I give you just what you want / But I’m saying / Now you got to give me just what I need".





Young Guv - Traumatic 7''
Nuovo singolo per il veterano Ben Cook, che forse molti conoscono più per la sua carriera nei Fucked Up. Smessi i panni hardcore, Ben porta avanti ormai da una decina d'anni un progetto solista, tra indiepop e power-pop, chiamato Young Guv. Dopo una miriade di singoli ed EP, nel 2014 era uscito per Slumberland il suo primo album, Ripe 4 Luv, che aveva anche ottenuto una nomination al Polaris Music Award canadese. Ora Young Guv torna con questo nuovo 7 pollici, Traumatic, e ancora una volta "the songs are stuffed with lovely harmonies and heart-stopping melodies, never losing site of power-pop's roots in Buddy Holly, The Beatles and Big Star".





Waxahatchee - Never Been Wrong
Si intitola Never Been Wrong e sarà la canzone che aprirà il prossimo album di Katie Crutchfield, in arte Waxahatchee. Out In The Storm è il suo quarto lavoro ed è in arrivo il prossimo 14 luglio su Merge Records. La Crutchfield si conferma autrice di un indie rock a presa rapida, capace di trascinare e al tempo stesso di riflettere su sé stesso. La storia della canzone sembra avvitarsi in una gara a chi si lamenta di più, "Everyone will hear me complain/ Everyone will pity my pain":, fino a quando la relazione arriva al punto di rottura: "you've never been wrong" è il tuo più grande sbaglio.

martedì 6 giugno 2017

Something falls

Last Leaves - Something Falls (Matinée Recordings)

Sono passati cinque (5) anni da quando abbiamo scoperto che tre quarti dei leggendari e indimenticati Lucksmiths avevano messo in piedi una nuova band insieme al batterista dei Great Earthquake Noah Symons: i Last Leaves. Un paio di demo su Soundcloud, un album atteso per il 2015 e mai arrivato, e poi il silenzio. Ieri notte, uno dei rari aggiornamenti dalla cara vecchia Matinée Recordings mi ha fatto sobbalzare il cuore: c'era una nuova canzone dei Last Leaves da ascoltare, e sarebbe uscita su disco! Something Falls farà parte di Matinée Idols, compilation che celebrerà i vent'anni della storica label californiana, e che vedrà coinvolte vecchie glorie (Popguns, Catenary Wives, Math And Physics Club) e nuove leve (Tinsel Heart, Royal Landscaping Society) dell'indiepop che qui amiamo. Ma è il suono dei Last Leaves che oggi mi commuove: più pieno e a prima vista direi anche più elettrico rispetto a quello dei Lucksmiths, porta però con sé ancora quelle stesse melodie agrodolci capaci di incantarmi (e non potevano mancare riferimenti metereologici, come un inside joke garbato e fuori dal tempo). In attesa di un sette pollici vero e proprio (The Hinterland, previsto "nelle prossime settimane"?), godiamoci questa nuova canzone in repeat:



Last Leaves - Something Falls

venerdì 2 giugno 2017

Jake Bellissimo in tour in Italia!

Jake Bellissimo European Tour 2017 with Maud Scheltinga

L'anno scorso un giovane cantautore americano mi aveva fatto innamorare al primo ascolto. Mai sentito prima, un nome che sembrava quasi inventato, eppure erano bastate poche note per capire di conoscere da sempre quella grazia e quella poesia.
Per quei piccoli miracoli che a volte succedono intorno a questa musica disgraziata, quel cantautore poi l'ho incontrato, una cosa tira l'altra, e tra qualche mese su WWNBB vedrà la luce un disco che per me è già tra le migliori cose indiepop degli ultimi anni.
Insomma, tutto questo per dirvi che Jake Bellissimo da oggi è in Italia per un tour unplugged di sette date, e voglio davvero invitarvi tutti quanti:

► Venerdì 2 giugno, Ravenna @ Osteria del Pancotto
Info: https://www.facebook.com/events/137286746820480

► Sabato 3 giugno, Bologna @ NERO factory
Info: https://www.facebook.com/events/1956167021278465

► Domenica 4 giugno, Torino @ Concertino dal Balconcino
Info: https://www.facebook.com/events/324433337987386

► Lunedì 5 giugno, Milano @ Tentacoli
Info: https://www.facebook.com/events/864560830366419

► Martedì 6 giugno, Roma @ Le Mura
Info: https://www.facebook.com/events/1476035612459540

► Mercoledì 7 giugno, Firenze @ Titty Twister Club
Info: https://www.facebook.com/events/260985940974773

►Giovedì 8 giugno, Fabriano (AN) @ Lo Sverso
Info: https://www.facebook.com/events/131143654115159

Una piccola anteprima di quello che vi aspetta potete ascoltarla qui sotto.
Ci si vede a banco!




giovedì 1 giugno 2017

The matter with you

MT. ZUMA - MORE LETTERS RECORDS

I Mt. Zuma sono proprio quelli che a Bologna chiamiamo dei regaz. Gente con cui basta il tempo di stappare il primo giro di birre per trovarti subito a tuo agio e capire che avete un tot di cose in comune. Magari non vi vedete per una vita, ma poi batti quattro e nel giro di tre accordi siamo di nuovo tutti lì. Federico Montevecchi (chitarra e voce), Iacopo Bianchi (basso e voce) ed Edoardo Nanni (alla batteria) sono una precisa incarnazione di quello che si definisce (o forse si definiva) "power trio". Musica muscolare e senza fronzoli, come quello dei dischi con cui questi regaz evidentemente sono cresciuti: dai Pixies a Neil Young, dai Big Star alla Seattle canonica. Anche se il nome che torna in mente più spesso mentre gira la loro cassetta di debutto, pubblicata da More Letters Records, è senza dubbio quello degli Hüsker Dü. Stesse note abrasive, stesso cuore buttato sopra il fragore dei feedback. I Mt.Zuma provengono da band che hanno sudato in mille garage e cantine qui in città, come Costa Brava, i Rijgs e gli Obagevi, e quindi sanno bene come tirare fuori dalle loro canzoni l'anima e la rabbia di un suono che ormai è classico. Per citare le loro stesse parole, "while an old cassette played the Rolling Stones / life is such a wreckage when you’re twenty-four".