mercoledì 13 dicembre 2017

A polaroid for Christmas 2017

a polaroid for Christmas 2017


IT  La mattina del 13 dicembre le ragazze scandinave indossano vesti candide e una corona di candele accese. L'oscurità della notte di Santa Lucia, che secondo il Calendario Giuliano era la notte più lunga dell'anno, è ormai alle spalle e la luce può ritornare. Ci si scambia doni, si preparano dolci tradizionali, si canta in coro e prende il via il periodo delle festività.
Come già gli anni scorsi, anche "polaroid - un blog alla radio" ha deciso di entrare nello spirito natalizio e di provare a farvi un piccolo regalo. Ho chiamato un po' di amici e di band, e ho chiesto se volevano scrivere una canzone adatta a questa stagione, o almeno suonare una canzone che mi facesse compagnia mentre addobbavo l'albero di Natale. Ancora una volta, le risposte sono state superiori a ogni aspettativa.
Ringrazio tutti i musicisti che hanno partecipato, sono stati fantastici: qui sotto trovate tutti i link. Spero che vi piaccia: è una polaroid per Natale, per fare un po' di auguri a tutti.

ENG  On the morning of December 13th, scandinavian girls wear white robes and a crown of candles. The darkness of the night of Saint Lucia, which according to the Julian Calendar was the longest night of the year, is now behind us and light can return. People exchange gifts, prepare traditional sweets, sing in choirs and kick off the holiday period.
Like we did the last years, polaroid blog has decided to enter into the Christmas spirit and brings you a small gift. I called some friends and some bands, and asked them if they wanted to write a song for this season, or at least play a song that could keep me company while decorating the Christmas tree. Once again, the responses exceeded all expectations.
I thank all the musicians who participated, they were fantastic. Below you can find all the links. I hope you like it: it's just a polaroid for Christmas to send some greetings to everyone.

01) Jake Bellissimo - If I Die On Christmas
02) Threelakes and the Flatland Eagles - Christmas Night
03) Ladroga - Metalcore (almeno a Natale)
04) Baseball Gregg - Fireside
05) Canadians - Dying For You
06) All My Teenage Feelings - It's A Wonderful Life (Sparklehorse cover)
07) Curiositi - Somewhere In My Memory (Home Alone 2 cover)
08) The Jackson Pollock - I Was Dreaming
09) Setti - Tutto ad un tratto
10) Lobby Boys - Dizziness
11) Freez - Parents
12) Mt. Zuma - If You Were Born Today (Low cover)
13) The Vendetta Suite - Oh Let's Just Be Friends (At Christmas)





lunedì 11 dicembre 2017

La Classifica dei Dischi dell'Anno 2017!

La Classifica dei Dischi dell'Anno 2017!

In questi giorni, con il 2017 oramai agli sgoccioli, ho visto un sacco di amici postare su facebook e twitter quei riepiloghi degli ascolti musicali dell'anno erogati in automatico da Spotify. Un anno di dischi e canzoni può stare tutto dentro uno scontrino colorato e un paio di statistiche personali. Puoi commentarlo a colpo d'occhio, puoi condividerlo leggero, puoi cliccare veloce sul prossimo "Best New", già proiettato in avanti, a scivolare sulle playlist. La traballante tradizione delle Classifiche dei Dischi di Fine Anno, mutuata dalle riviste del secolo scorso e messa sempre più in discussione da almeno tre lustri di webzine e blog, appare ancora più obsoleta. Sempre più testate, del resto, già verso giugno pubblicano delle "classifiche di metà anno", come se aspettare dodici mesi fosse ormai un'usanza arcaica, un po' fastidiosa e un po' reazionaria.
A me le Top Ten di fine anno piacciono ancora: ne leggo sempre troppe, trovo sempre una quantità di dischi che non ho mai sentito nominare e che mi lascia atterrito (ma dove sono stato tutto questo tempo?), mi fermo sulle "motivazioni" dei titoli che avrei scelto anche io per cercare un po' di conferme, e mi piace rovistare tra le posizioni più marginali per scoprire come i giornalisti riescono ad arrampicarsi sugli specchi.
Poi arriva il momento di fare la classifica per il blogghettino, ripenso a tutto quello che ho suonato alla radio, scorro gli archivi dei mesi passati nella colonna qui accanto, mi metto le mani sulla faccia per le sciocchezze che ho scritto anche solo l'altro ieri, e alla fine tiro fuori i dieci dischi che già ero sicuro avrei ricordato più o meno in questa stagione. Non sono mai "i migliori dischi dell'anno": sono soltanto dieci dischi che nel diario 2017 di "polaroid - un blog alla radio" sono stati in qualche modo importanti. Sempre con troppe parole e senza statistiche.

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Petite League - Rips One Into The Night10) Petite League - Rips One Into The Night
Che interminabile incanto, i vent'anni degli amori che ti travolgono e tirano giù tutto, i vent'anni invincibili degli "as long as I'm with you / ain't scared of nothing / but losing you". I vent'anni bisognerebbe cantarli sempre così.





Wesley Gonzalez - Excellent Musician9) Wesley Gonzalez - Excellent Musician
Non ci sono chitarre, non c'è punk né indie rock, né tantomeno indiepop (vade retro!), ma nell'esordio solista di quella che è stata la voce dei Let's Wrestle ritroviamo tutta la cattiveria e tutta la poesia che già amavamo.





Dag - Benefits Of Solituide8) Dag - Benefits Of Solitude
Lo sguardo dentro queste canzoni è quello di chi è abituato a guardare lontano, in fondo alle lunghe distanze dell'Autralia. Le distanze che ti portano a misurare le parole. C'è la solitudine e c'è il silenzio, e c'è anche quel sorriso di chi ha bisogno di compagnia, ma ha imparato a non aspettarsi troppo dagli altri.





LCD Soundsystem - American Dream7) LCD Soundsystem - American Dream
"I'm not dangerous now / The way I used to be once". Chiamalo, se vuoi, narcisismo, ma quello di James Murphy è un narcisismo che sa trasformarsi ("you can change your mind!") e riciclarsi ancora dentro un discorso fertile e niente affatto arido.

(mp3) LCD Soundsystem - Tonite



The Clientele - Music For The Ages Of Miracles6) The Clientele - Music For The Age Of Miracles
Intatta la capacità di comporre acquerelli in forma di musica; intatto il dono di saper racchiudere in una canzone un paesaggio che da suburbano si scioglie nel sogno. Music For The Age Of Miracles arriva dopo sette anni di silenzio per i Clientele ma, come hanno sottolineato tutti, è come se non fosse passato un solo giorno nel loro mondo.

(mp3) The Clientele - Everyone You Met



Carl Brave x Franco126 - Polaroid5) Carl Brave x Franco126 - Polaroid
A metà della classifica, è giusto mettere quello che è stato un po' il disco dell'estate da queste parti. Come uno Urban Dictionary “de Trastevere”, Polaroid dispiega le proprie strade e il proprio slang in un solo gesto, e la sua eleganza sta nel suo essere forse non perfetto ma, proprio come un’istantanea, vivido e immediato.

(mp3) Carl Brave x Franco126 - Pellaria



Hater - You Tried4) Hater - You Tried
Amo quei dischi che sembrano suonare allegri, sorridenti e piacevoli, addirittura primaverili, ma che trascinano nel cuore una malinconia splendente, come quello degli svedesi Hater, un addio che si prolunga e non si placa.





Dressed Like Wolves - The Big Try3) Dressed Like Wolves - The Big Try
Un disco uscito da meno di un mese e subito sul podio? Sì, senza nessuna esitazione. Perché "piccoli" dischi come questo sono come quegli innamoramenti che ti travolgono e ti sommergono, e anche se non sai come potrà andare a finire, senti che non vuoi fermarti. Uno di queri dischi per cui esiste quesot blog. Sincero, brutale e appassionato, The Big Try è un disco che ti si stampa sul cuore al primo ascolto.





Jake Bellissimo - The Good We've Sewn2) Jake Bellissimo - The Good We've Sewn
Un disco di indiepop fatto come nei miei sogni, un disco che dovrebbero conoscere e amare tutti quelli cresciuti con Belle & Sebastian e Jens Lekman, un disco che ho visto nascere (conflitto di interessi!) e che continua a sembrarmi prezioso ed emozionante come la prima volta che l'ho ascoltato.






Alvvays - Antisocialites1) Alvvays - Antisocialites
Se lungo Antisocialites tornano in mente i prevedibili paragoni che facevamo di fronte alle loro prime prove, dall'indie rock estivo à la Best Coast, all'indiepop più scintillante di Camera Obscura / Concretes (e in mezzo aggiungiamo il rimando ai TV Personalities di Plimsoll Punks, e quella deliziosa riproduzione in scala dei Fleetwood Mac che è Dreams Tonite), bisogna riconoscere che gli Alvvays hanno ormai sviluppato un suono che, in tutto e per tutto, è soltanto loro. E soprattutto bisogna riconoscere che sono riusciti a realizzare un secondo album che addirittura supera le aspettative e i risultati dell'esordio.





~ ~ ~

Bonus tracks:
- L'EP che meritava di stare in mezzo agli album dell'anno: Lexie Record Time!
- Il disco che più mi è dispiaciuto lasciare fuori dalla Top Ten: The New Year - Snow
- Il mio concerto dell'anno: Shout Out Louds @ Astra Kulturhaus, Berlino 2017/10/14

domenica 10 dicembre 2017

Lived through apocalypse predictions

SHITKID

“polaroid – un blog alla radio” – S17E10

Dressed Like Wolves – Death of Girls
ShitKid – Oh Me I’m Never
Best Coast – Little Saint Nick (Beach Boys cover)
[in collegamento con Andrea “Benty” Bentivoglio per “Troppa Braga“]
Best Friend – Apocalypse Prediction (September 25th)
Spinning Coin – Raining On Hope Street
Très Oui – Séance
Shopping – The Hype
The Go! Team – Mayday
The Ocean Party – Memorial Flame Trees



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Merry Xmas Darling - gli auguri della Emotional Response

 EMOTIONAL RESPONSE - 'MERRY XMAS DARLING' compilation

Uno dei problemi di quando si avvicina il Natale è potermi permettere quelle colazioni lunghe almeno un paio d'ore per inzuppare senza sosta pandori e panettoni nel caffellatte. A quel punto, la colonna sonora di un semplice singolo natalizio non mi basta più: occorre almeno un'intera compilation. La Emotional Response, la label curata dai Boyracer, quest'anno ha pensato bene di realizzare MERRY XMAS DARLING, raccolta indiepop con una delle copertine più sconfortanti di sempre, che però racchiude una tracklist assolutamente brillante, con nomi come Even As We Speak, Seafang, No Monster Club, Snowy (degli Ocean Party), My Teenage Stride, oltre ovviamente ai padroni di casa. Tra gli altri, si segnalano i californiani Cruel Summer, che ci deliziano con una versione quasi Spectoriana di Christmastime Is Here, perché il Natale tira fuori sempre un po' il Charlie Brown che è in noi.




mercoledì 6 dicembre 2017

Like a shell on the shore your old heart echoes like the sea

Dressed Like Wolves - THE BIG TRY

I think you are heaven sent because you have the scent of cheap red wine on you and every time you walk into a room you sing about how the world is small and dying and we still have each other...

Nell'istante in cui ho letto che, per registrare il loro nuovo album The Big Try, gli inglesi Dressed Like Wolves si erano fatti prestare dei microfoni da Ellis Jones dei nostri cari Trust Fund, avevo già deciso che mi sarebbero stati simpatici. Poi è partita Tiny Ides, ed è venuto giù un po' tutto. Lasciarsi travolgere è l'espressione che ho avuto subito in mente. Una voce così fragile, una progressione di accordi così nuda che quasi non capisci come la musica possa stare assieme. Eppure trabocca d'amore e risate strappate alle lacrime, "you're half flat coke with too much ice / and with no straw / but you're still mine", e la canzone va avanti e ti sbatte dove vuole, non ti vede neanche, è tutto un precipitare e un accavallarsi di immagini slegate, di cuori sanguinanti, è come stare in faccia a un mare in burrasca e aspettare onda dopo onda di venire travolti e sommersi, "and I'm swimming / you're the current / you're a secret / and you show it".
Sembra un trucco risaputo, quel contrapporre rumore e romanticismo, quell'esibire sentimenti, lasciarli esplodere in cielo in piena luce, e poi seppellirli subito dopo nel frastuono, nelle inarrestabili eumerazioni, nei feedback delle chitarre. Ma Rick Dobbing, autore dietro il nome Dressed Like Wolves, possiede una grazia e un talento che mi ha spiazzato e mi ha fatto innamorare a prima vista. Quello che raggiunge con la sua musica è uno stato emotivo che può ricordare al tempo stesso Bright Eyes e certi Grandaddy: la sua pronuncia sempre molto drammatica riesce portare avanti il racconto sia nei momenti acustici che in quelli più elettrici, spesso avvicendandoli più volte all'interno delle stesse tracce, vedi la piccola e deliziosa Outerlimits in apertura, o la struggente e onirica Slate ("what rain were you listening to today?"). Uno stile a cui non manca l'immaginazione, per esempio quando escogita un titolo meraviglioso come You've Been Drinking White Russians All Night And Now Your Bones Are Strong, o lancia la metafora di due astronauti innamorati che muoiono alla deriva nello spazio e forse riescono a darsi un ultimo bacio (Dying In Space).
Ma è lo stesso Dobbing, in un'intervista a Gold Flake Paint, a dare una perfetta definizione della musica dei Dressed Like Wolves, ovviamente offrendola e poi quasi tirandosi indietro: «I don’t know who these songs will resonate with but hopefully people like too many words, no choruses, big riffs and loads of massive casio over the top. This is our rock'n'roll album for sure and I don’t know for sure if we have another full one in us. It’s a love letter to the summer easing into autumn and everyone who means anything to us».
E come ogni "lettera d'amore" sincera, brutale e appassionata, The Big Try è un disco che ti si stampa sul cuore al primo ascolto.

I would sing you every song that could ever make you smile
in hopes that you could sing those songs to someone else






lunedì 4 dicembre 2017

"There's a tale about Christmas that you've all been told"

Indie For The Holidays

Mancano venti giorni a Natale e ormai non possiamo più fare finta di niente: le canzoni piene di campanellini, slitte e renne sono già tutte intorno a noi. Del resto, a parte quell'ironico ugly Christmas sweater che avete comprato su Etsy nel 2009, e che oggi nessuno trova comprensibile, esiste qualcosa di più tradizionale, obsoleto e fedele a sé stesso delle "canzoni di Natale sui blog"?
Quando ho letto che Amazon stava lanciando la compilation "Indie for the holidays" non ci credevo: con un titolo del genere, potevano all'improvviso tornare d'attualità le battute sulla frangetta di Zooey Deschanel e forse c'era da sperare anche nel ritorno dei Long Blondes. Se poi aggiungiamo che la prima canzone uscita è di Best Coast, no dico: "Besty Coasty", con quell'ammiccare ai bei tempi di Hipster Runoff, tutto assumeva l'aspetto di una specie di improbabile gag del Saturday Night Live a tema "mp3 blog revival".
Oltretutto la nostra cara Bethany Cosentino si cimenta con una cover di Little Saint Nick: "Being from California and being heavily influenced by The Beach Boys we felt like we had to cover this one!". Non fa una piega. Nel resto della scaletta si segnalano Kevin Morby, Albert Hammond, Jr. e Dean & Britta insieme a Sonic Boom.
Ma c'è poco da fare i cinici: questo blog ha sempre tenuto fede a certe tradizioni e alle playlist di stagione, e quindi prepariamo le luci colorate, la neve finta e cominciamo ad abituarci a salutarci con "Buon Natale".

domenica 3 dicembre 2017

Nobody cares

Superorganism

“polaroid – un blog alla radio” – S17E09

Spinning Coin – Tin
Parsnip – Seeing Red
The Golden Boys – Cincinnati
Superorganism – Nobody Cares
Sufis – Another Way
[in collegamento con Davide dalla redazione di The Breakfast Jumpers]
Cumino – Alps
Burnt Palms – So Heavenly
Furnsss – Roll With It
The Orielles – Let Your Dogtooth Grow
Bed Wettin’ Bad Boys – Plastic Tears
Go-Kart Mozart – When You’re Depressed
Dressed Like Wolves – Tiny Ides

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venerdì 1 dicembre 2017

So heavenly

BURNT PALMS

Le band si sciolgono, non si trova più nessuno che ti aggiusti un giradischi e oramai è impossibile ascoltare cassette sulle automobili nuove. Le band si sciolgono e per un po’ è difficile capire se ne valeva la pena. Per un po’ non sai dove andare, o come trovare posto a tutte quelle scatole. A volte le band si sciolgono perché avevano detto tutto quello che volevano dire. A volte, quando siamo fortunati, ci rimane in tasca una storia, ci resta addosso, fatta di dischi, fotografie, magliette che puzzano di fumo. Una storia quasi mai perfetta, ma comunque importante. Una storia fatta di musica e di parole, esattamente come siamo fatti noi.
Christina Riley è cresciuta ascoltando le Hole, le Breeders e i Built To Spill: lo puoi capire dal primo accordo della sua chitarra o dalle prime note della sua voce. Quando ha incontrato la batterista Clara Nieto è stato come se tutto quello che aveva sempre cercato di dire con la musica trovasse una ragione. Insieme al bassista Brian Dela Cruz e alla seconda di chitarra di Joshua Vazquez hanno dato vita ai Burnt Palms e hanno inciso quattro album e una manciata di split tape e singoli. Indie rock californiano che era capace di rivelare una sensibilità indie-pop agrodolce e travolgente. 02​/​18​/​17 è la registrazione di un live tenutosi in quella data a Santa Ana. La registrazione del loro ultimo live, per la precisione. Avrebbero dovuto entrare in studio poco dopo, a preparare le prime tracce di un nuovo album, ma spesso le cose cambiano in fretta e quella stessa notte la band si sciolse. Fortunatamente alcuni inediti sono stati catturati in questa cassetta. Quella data segnò la chiusura del progetto Burnt Palms, ma la loro storia, con queste canzoni irrequiete, ruvide e malinconiche, ci rimane ancora addosso.

giovedì 30 novembre 2017

I grew tired of feeling nothing at all


Le canzoni che ti fanno venire voglia di svuotare al volo una lattina di birra e poi schiacciarla sulla fronte. Le canzoni che corrono come autostrade nel deserto, che puzzano come cessi di locali alla fine della notte, che hanno la stessa cocciuta e consumata consistenza di una giacca di pelle nera senza più età. Quei tre minuti di chitarre, basso e batteria che suonano come Non-Me-Ne-Frega-Un-Cazzo, taglia le stronzate, questo è ancora Rock'n'Roll. Quelle canzoni sono qui, vengono a prendermi per farmi perdere la testa davanti agli amplificatori, sudando e ballando e calciando.
A cosa serve ancora il Rock'n'Roll? Forse a farti uscire vivo da ogni nuovo giorno di rimpianti che l'inesorabile cielo schiaccia sulla tua schiena? Forse a farti credere che potrai trovare qualche riscatto in fondo? O serve invece a farti tornare con i tuoi proletari piedi per terra, per aiutarti a ragionare con la tua testa, modesto e onesto Rock'n'Roll di sempre?
"Well it’s a long and lonely life / But for me that’ll do just alright" cantano, con inattesa saggezza e misura, i Bed Wettin' Bad Boys in Stunned. Avevano esordito quattro anni fa con un album dal titolo Ready For Boredom e ora è uscito il nuovo Rot: aggiungi pure il nome da goliardi che si sono scelti, potresti pensare che siano dei disfattisti, dei ragazzetti confusi. Niente di più sbagliato: i Bed Wettin' Bad Boys, da Sydney, Australia, lungo i trenta minuti del loro nuovo lavoro mostrano di essere perfettamente consapevoli di quello che stanno facendo, e soprattutto determinati a spaccare dal principio alla fine. Possono perdere la voce nella rauca e infuocata Device ("Try to change your life but life changes you") oppure possono volare altissimo, sull'epica progressione di accordi di Victoria, un inno noise rock come pochi altri sentiti quest'anno; possono giocare a carte del tutto scoperte (Replacements, Kiss e New York Dolls comunemente citati nelle recensioni e nelle interviste), oppure lanciarsi in un'inarrestabile jam da sette minuti come la conclusiva Turn The Page, dove a un certo punto emerge anche uno sconvolto sassofono, senza mai perdere un briciolo della loro sicurezza e della padronanza del suono.
Joe Sukit dei Royal Headache, Nic Warnock della RIP Society Records (che insieme a What's Your Rupture pubblica l'album) e suo fratello Ben, già nei Red Red Kroovy, con l'aggiunta di Doug Gibson alla batteria, hanno messo a punto un'idea di band a dir poco entusiasmante: possenti senza mai essere pesanti, suoni sporchi ma essenziali, anima da party ma testa lucidissima, i Bed Wettin' Bad Boys sono un'espressione quasi miracolosa del Rock'n'Roll che riesce ancora a elettrizzare.





martedì 28 novembre 2017

"Actively reframing the past"

Quella vecchia rubrica che una volta si chiamava "Polaroids From The Web" [*]


Within The Context Of All Contexts: The Rewiring Of Our Relationship To Music

► «Ten years ago, I thought the effect of widespread, immediate access to so much of the history of recorded music would be that the past would come to merge with the present. It would simply become another room in the house. [...] But it seems, instead, that the more likely use of the past, and the more profitable one, is as a weird or uncanny diversion. It delivers you a punch in the neck and then retreats back into a flat, non-hierarchical landscape»: stupendo saggio di Ben Ratliff sul sito della NPR a proposito di come, tra la cultura delle ristampe e il feed infinito dei social network, sia cambiato il nostro modo di interagire con il passato della musica, "Within The Context Of All Contexts: The Rewiring Of Our Relationship To Music".

► «It’s strange to think now that in 2002, you could still pick up a magazine and it would be the first place you’d read about a new band, or know if someone was releasing new music. In 2002, it was still possible to break news and surprise people in a weekly magazine»: "NME Created an Indie Scene Out of Thin Air in 2002 and Made It Stick" - VICE un po' se la canta e se la suona con la scusa di ricordare l'ultima age d'or di NME a inizio secolo, tra Strokes, Libertines e Bloc Party.

► Ancora a proposito di NME, la distopia del mondo fatto di fake news e personaggi grotteschi che sembrano disegnati peggio dei cattivi di un film Marvel si insinua sempre di più anche nella nostra bolla: "NME and Uncut acquired in deal funded by controversial Republican billionaires" (ulteriori approfondimenti qui).

► "BBC Music Sound of 2018: Will these artists define the year?": conosco cinque nomi su sedici, credo sia il mio recordo personale in questo genere di liste.






► "The Expansive Catalogue of DFA Records": sul Daily di Bandcamp, Joe Muggs passa in rassegna le più recenti uscite della label di James Murphy. Prendetevi un po' di tempo per perdervi tra questi link: non si vive di soli LCD Soundsystem!

► «A larger number of major label tracks are taken at face value and added quickly while indie tracks are more likely to have to prove their own worth with organic plays before being added. Indeed, 55% of indie tracks have to wait more than a month before being added to Todays Top Hits, compared to 49% of major label tracks. Yet despite the relative double disadvantage, indie tracks stay on Today’s Top Hits 12 days longer than major label tracks»: "Majors Get The Tracks But Not The Longevity On Today’s Top Hits", un articolo bello denso di cifre per capire come le classifiche stanno riflettendo il mutamento del mercato musicale.

► «Sticky Fingers may sell on the basis of its ample and sometimes ridiculous rock-world lore — Mick Jagger and Paul McCartney eagerly avail themselves for score-settling — but this is all incidental to the book’s grander purposes. Hagan’s most enviable feat is that he makes this harsh history readable not by portraying Wenner as a redeemable figure (there’s no goblin with a heart of gold here), but instead by centralizing the very ambitious women who made Wenner’s path-blazing possible»: Jessica Hopper recensisce la biografia del fondatore di Rolling Stone, Jann Wenner, scritta da Joe Hagan.

► Ma la notizia del giorno per me è che l'anno prossimo arriveranno in Italia gli Hater! (qui la mia rece del loro album di debutto su PNKSLM.) Ho comprato un'agenda del 2018 in anticipo solo per poter segnare col pennarello rosso la data del 3 febbraio.

domenica 26 novembre 2017

Less than perfect


“polaroid – un blog alla radio” – S17E08

Sea Pinks – Minimum Wage
The Spook School – Less Than Perfect
Martha – The Winter Fuel Allowance Ineligibility Blues
The Ocean Party – Tell
Last Leaves – Other Rivers
Fascinations Grand Chorus – When You’re Mine
Vansire – Halcyon Age
Television Personalities – If You Fly Too High
Superorganism – Something For Your M.I.N.D.
Ghost Wave – HEAVEN (Sonic Boom Mix)
Anna Burch – Asking 4 A Friend

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venerdì 24 novembre 2017

I feel like I'm floating with you

Spinning Coin

Grazie Scozia. Grazie per essere ancora la Scozia dove alcune piccole, marginali, necessarie e insostituibili cose sono cominciate, e dove ogni tanto ritornano. Grazie Scozia, che riesci a farci sentire per un momento a casa, anche lontani migliaia di chilometri, e riesci a farci credere che gli anni non sono passati invano, o forse non sono passati affatto.
Stavo ascoltando questo gruppo di Glasgow, prodotto niente meno che da Mr. Orange Juice in persona Edwyn Collins, con un album uscito per la Geographic di Stephen Pastel, quindi in pratica su Domino, e mi sembrava un mezzo miracolo la maniera sgraziata e adorabile con cui riuscivano a mescolare e tenere assieme tutti i suoni che amo, ma nel modo sbagliato! Per esempio, un pezzo aggressivo Wedding Present che poi sbatte contro chitarre Yo La Tengo, o acuminate chitarre Josef K che si sciolgono dentro malinconici cori Comet Gain. Ovvio: mi sono piaciuti subito fortissimo.
Il nome di uno dei cantanti (chiaramente alternano voce maschile e voce femminile) mi sembrava famigliare, ero quasi sicuro di conoscerlo già, però lo sapete quanto funziona la mia memoria. E così ho cercato dentro polaroid “Sean Armstrong” e tac: ma certo, era il cantante degli Yawns! Uno dei live più divertenti della storia dell'Indietracks festival, una carriera solista iperprolifica e scardinatissima!
Insomma, questo talento slacker adesso ha questo nuovo fantastico gruppo chiamato Spinning Coin, hanno da pochissimo pubblicato un album che si intitola Permo e che a tratti sembra arrivare dall’85 ma è davvero bello bello bello, e sono contentissimo di averlo ritrovato così in forma e lanciato. Gli Spinning Coin sono appena stati in tour con i Teenage Fanclub e stanno per ripartire con Girl Ray e Dinosaur Jr! Grazie Scozia, ancora una volta.




giovedì 23 novembre 2017

For us the bourgeoisie, so carefree

SUPERORGANISM - Something For Your M.I.N.D.

Questa è una di quelle occasioni in cui sono contento di non fare il giornalista musicale. Sarei un totale disastro e non potrei reggere lo sconforto di un fallimento così clamoroso proprio in una delle due tre cose che contano davvero nella mia modesta esistenza. Per esempio, la mia ultima bruciante cotta, i Superorganism, mi avevano mandato una mail al blog addirittura lo scorso gennaio. E io l'avevo tranquillamente ignorata. "Hey there i'm your average 17yr old japanese girl living in Maine. my 7 friends from london and i are in this really cool band called Superorganism and we just released our first song (it has a real chill, electro pop kind of vibe to it) so you should check it out, thanks!!!!". E poi c'erano soltanto un link a una pagina facebook ora inesistente e a un Soundcloud oggi rimosso.
La deliziosa Something For Your M.I.N.D. era già lì, ma dov'ero io? Segno ulteriore del "losing my edge" quotidiano, non accorgersi di questi piccoli prodigi che ti capitano davanti gratis e che poi, quasi un anno dopo, ti faranno gridare al miracolo. Nel frattempo la giovane "japanese girl" si è trasferita nella capitale britannica, la band è diventata una cosa più stabile e seria, finendo niente meno che su Domino (peccato per il 7'' solo lato A), hanno ricevuto full coverage da Stereogum in giù, belle interviste su Fader e Dazed, li hanno suonati Frank Ocean ed Ezra Koenig nei loro podcast, di recente sono pure stati in tv da Jools Holland e a gennaio 2018 partiranno per il loro primo tour europeo.
Il loro suono evoca spesso paragoni con Gorillaz (i samples!) e Architecture In Helsinki (le vocette!), ma all'universo di riferimenti, magari più o meno consapevoli, io aggiungerei anche un sacco di robe Anni Novanta, tipo il primo Beck, Cornelius, i Butter 08 o le Cibo Matto (ovvio: più per l'approccio che strettamente per il risultato). Anzi, sono praticamente sicuro che all'epoca i Superorganism sarebbero usciti per Grand Royal.
Adoro il tono un po' annoiato del canto di Orono. La maniera naturale con cui sui loro beat rilassati si appoggia quello spleen adolescenziale, divertito ma non frivolo. La disinvoltura con cui si esibisce quel credito - che si possiede per davvero soltanto da giovani - di poter essere ironici e coinvolti al tempo stesso: "Sweet relief / When you grow up and see for yourself / Nobody cares". Tra la pagina di diario e il manifesto di poetica un po' surreale, apocalittici e capricciosi, potrebbero essere una bella next big thing, oppure solo una goccia nel mare dello Zeitgeist. Ma una goccia magnificamente, dolcissimamente, allegramente tutta dell'oggi, il loro.




mercoledì 22 novembre 2017

Nastrone per l'autunno 2017

Nastrone per l'autunno 2017

Gli amici di RCDC Viva mi avevano chiesto un mixtape (seguite già la loro sezione PLAY, vero?) e ho colto l'occasione per mettere finalmente assieme il Nastrone dell'Autunno che volevo fare da un po' di tempo. In questa seconda parte di 2017 sono usciti un sacco di dischi che mi sono piaciuti davvero tanto, e questi sessanta minuti rappresentano più o meno la colonna sonora di questa stagione (ci sarebbe poi tutto un "autunno caldo", più rockettaro e agitato, che magari finirà nel prossimo mix). La fotografia di copertina è di Marta Mariani, che ringrazio.





martedì 21 novembre 2017

The world we had, where did it go?

LAST LEAVES

Come fotografie in cornice sopra un vecchio mobile che dietro la polvere dell'abitudine ormai non vedi più, ogni cosa è ancora lì, al suo posto, e basta soltanto tornare, soffermarsi e trovare uno sguardo nuovo. Dentro questo "primo" disco dei Last Leaves ritrovi tutto quello che tre quarti dei suoi componenti ci avevano insegnato ad amare vent'anni fa, quando facevano parte dei Lucksmiths, una band che come poche altre è stata capace di dare voce alla poesia dell'indiepop.
Other Towns Than Ours ti offre ancora quelle ricorrenti annotazioni meterologiche in cambio di metafore sentimentali, quelle scene di interni carichi di memorie tanto quanto di attese, quei versi nitidi e complessi che solo loro erano capaci di costruire ("At the moment that a pardalote careered into the windows / they were halfway through the crossword / and her hopes were fading").
Le canzoni della band di Melbourne racchiudono ancora le loro storie tra la tenerezza per il passato ("All this was years ago...") e un presente fitto di domande ("The world we had, where did it go?"). Di sicuro "it's a little late for second thoughts", e ormai abbiamo capito che "the past is a single star motel", ma almeno abbiamo la certezza di custodire da qualche parte nel cuore una felicità che è stata, ed è ancora, soltanto nostra.
La vertigine dentro i piccoli momenti del quotidiano raccontata da Marty Donald (ora principale autore del gruppo) insieme a Mark Monnone e Louis Richter, e con l'apporto alla batteria di Noah Symons dei Great Earthquake, forse sente un po' la mancanza della leggerezza di Tali White. Il suono si è allontanato dai colori più schiettamente twee di un tempo, e qui prevale l'anima più folk pop e più intima della loro scrittura. Ma resta comunque la musica che senti risuonare più dolce mentre l'aria si fa sottile, e l'ultima luce di un tramonto lungo una strada lontana prende la forma dei tuoi ricordi.




domenica 19 novembre 2017

Lo speciale per i trent'anni della Sarah Records!

polaroid – un blog alla radio – S17E07: SPECIALE SARAH RECORDS!

“polaroid – un blog alla radio” – S17E07

[Clare Wadd e Matt Haynes da "My Secret World - The Story Of Sarah Records" di Lucy Dawkins]
The Sea Urchins - Pristine Christine
[Rossano Lo Mele]
The Field Mice - September's Not So Far Away
[Guia Cortassa]
The Orchids - Give Me Some Peppemint Freedom
[Andrea Marramà]
Another Sunny Day - The Centre Of My Little World
[Nur Al Habash]
Blueboy - The Joy Of Living
Heavenly - Sort Of Mine
[Luca Pasi]
The Springfields - Sunflower
[Andrea "Guagno" Guagneli]
The Field Mice - Emma's House
[Davide Gualandi]
The Sweetest Ache - Everlasting
[Francesco Amoroso]
Another Sunny Day - I'm In Love With A Girl Who Doesn't Know I Exist
[Salvatore Patti]
The Sea Urchins - Please Rain Fall
[Giovanni "Palla" Papalato]
The Field Mice - If You Need Someone
Even As We Speak - Drown



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venerdì 17 novembre 2017

Indiepop Jukebox: anti Venerdì 17 edition

Fascinations Grand Chorus

Stephanie Cupo (voce e tastiere) e Andrew Pierce (batteria) formano i Fascination Grand Chorus, giovane duo di Brooklyn autore di un indiepop dolcissimo e un po' retrò che flirta con l'estetica Northern Soul. Hanno annunciato un nuovo EP intitolato Anglesea, aperto da questa When You're Mine, tutta coretti e ammiccamenti:





Bed Wettin' Bad Boys

Uno dei pezzi indie rock più epici di questo autunno 2017, Victoria, ultimo singolo dei Bed Wettin' Bad Boys, tratto dal loro nuovo album Rot, distribuito da un team di etichette davvero notevole: R.I.P. Society Records (AU / NZ), What’s Your Rupture? (USA / CAN) e Agitated Records (UK / EU). Indie rock glorioso e ubriaco (di elettricità) che amerete se già amate i dischi dei loro "cugini" Royal Headache.






Less Than Perfect è il secondo singolo tratto da Could It Be Different?, il terzo album degli Spook School in uscita per Slumberland (USA) e Alcopop (UK) il prossimo 26 gennaio. Il cantante e chitarrista Nye Todd spiega che la canzone racconta di "youthful insecurity and the road to becoming comfortable with who you are". Il difficile equilibrio tra il continuare giustamente a lottare e lo scendere a ragionevoli compromessi. Non a caso quando il ritornello esplode canta: "It’s alright now / Not what you hoped but that’s OK / Teenage hopes are never less than perfect anyway".




Weird Bloom - Guardian of the Men

Weird Bloom è il nuovo nome che si è data la band psychedelic rock romana Weird Black. Da poco hanno pubblicato un nuovo singolo (con surreale video annesso) intitolato Guardian Of The Men, un divertente trip da Sgt. Pepper acidissimo, come anteprima di un album che vedrà la luce (o mille colori, non saprei) il prossimo 12 gennaio. La bella notizia è che la settimana successiva i Weird Bloom saranno tra le band che rappresenteranno l'Italia al prestigioso festival Eurosonic Noorderslaag di Groningen.





The Academic - Why Can’t We Be Friends?

Leggo che il giovane quartetto irlandese The Academic è in tour in Europa di spalla ai Kooks, e la cosa ha perfettamente senso: il loro suono mi riporta a quella stagione molto fluo e myspace in cui l'indie rock slim-fit di band come Mistery Jets, Maxïmo Park o Good Shoes era ancora fresco e vigoroso, e inebriava pista piena di sbarbe e sbarbi al settimo cielo. Il nuovo delizioso singoletto Why Can't We Be Friends? anticipa l'album Tales From The Backseat, in arrivo a gennaio.





SAY SUE ME

Dell'ottimo twee pop dal contenuto 100% Sarah proveniente dalla Corea del Sud vogliamo lasciarlo fuori da questa rubrica? Ovviamente no! I Say Sue Me hanno già pubblicato un album, un EP e vari singoli, disponibili anche in Europa nella raccolta curata dalla Damnably Records. Per il decimo compleanno della loro etichetta coreana (Electric Muse) hanno pubblicato il 45 giri Good For Some Reason: "It's the first song we worked together on with our new drummer, Chang Won. I was struggling with some pessimistic thinking, which is a habit of mine, and I asked nobody in particular 'Why am I doing this?' He told me, 'Because it's the easiest thing to do'. For some reason that answer hurt my pride a little bit and I decided I didn't want to be so negative anymore. Now whenever I feel sad, I make myself believe that things will get better somehow." ".

mercoledì 15 novembre 2017

Days turn into years

Makthaverskan

Una musica per quando cade il cielo e per quando stringi i pugni e fai di tutto per resistere. Il suono stesso dell'ostinazione, una voce va avanti contro tutto e contro tutti, nonostante un disperato, estremo e assoluto bisogno d'amore o d'aiuto, non fa differenza. Qualcosa tanto potente, tanto seducente e al tempo stesso tanto distante che può riuscire in questa maniera cristallina solo a una band svedese. L'ardente intensità dei Makthaverskan consiste nel riuscire a essere una band sostanzialmente dream-pop che però impiega i mezzi (i muscoli, mi verrebbe da dire) della cupezza più post-punk. "You don’t even see it in my eyes / You are all that I want": le parole con cui si apre il terzo album della band di Göteborg mettono da subito in chiaro quale sarà l'umore affranto (ma anche l'irrecuperabile conflitto) dentro queste canzoni. Il giro di basso tetro e frenetico con cui si annuncia Eden ("We build it all / Just to watch it fall / We build barricades / There's so much hate / Humanity equals misery") potrebbe arrivare da direttamente dalla Manchester del 1979, ma quando poi fiorisce quel riff malinconico, è come se la fotografia in bianco e nero prendesse colore. L'atmosfera iperdrammatica delle loro canzoni, tra quelle chitarre supersoniche e quei ritmi forsennati, ha pochi paragoni, non a caso tutti nordici, come Agent Blå e Sun Days, o come i "cugini" Westkust o il loro ex chitarrista Guggi Data. Se proprio dovessi trovare un difetto nelle canzoni dei Makthaverskan è il fatto che, nonostante la voce di Maja Milner voli sopra melodie magnifiche e travolgenti, non è umanamente possibile starle dietro. La vedo sfrecciare per tutto il cielo, fiammeggiante e inafferrabile, di una bellezza siderale, ma da questa terra non riesco a cantare insieme a lei. E la sua disperazione diventa ancora un po' di più la mia.



lunedì 13 novembre 2017

Trent'anni di Sarah Records!

THE SEA URCHINS: Pristine Christine

Il 14 novembre 1987 usciva Pristine Christine dei Sea Urchins, il numero 001 del catalogo della storica etichetta Sarah Records. Non ribadirò qui l'importanza estetica e politica della label di Bristol, e non solo all'interno della piccola scena indiepop. Abbiamo visto anche qui a Bologna il documentario My Secret World di Lucy Dawkins che lo spiega in maniera approfondita e appassionata. Ma questo anniversario speciale merita comunque di essere celebrato, e così questa sera la puntata di "polaroid - un blog alla radio" sarà dedicata per intero a una playlist Sarah. Ci saranno un po' di voci amiche in onda insieme a me (ognuna con una canzone del cuore), ci saranno molti abbracci molto twee, e ci saranno come di consueto molti brindisi. Indossate il vostro anorak consumato, sintonizzatevi alle 22.45 su Radio Città del Capo (in FM e streaming) e festeggiamo questi trent'anni di Sarah.

(mp3) The Sea Urchins - Pristine Christine

domenica 12 novembre 2017

I keep my headphones on



“polaroid – un blog alla radio” – S17E06

Allah-Las – The Earth Won’t Hold Me (Kathy Heideman cover)
Furnsss – Divine
Joy Again – Kim
Crepes – Four Years Time
Last Leaves – Where I Lived and What I Lived For
Weird Bloom – Guardian Of The Men
Freez – My Throat Burns
Буерак – Песни Малых Городов
The Just Joans – Biblically Speaking
Math And Physics Club – All The Mains Are Down
Soda Fountain Rag – Keep My Headphones On
Pinegrove – Intrepid

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sabato 11 novembre 2017

FREEZ + Naughty Betsy live @ Cca Lughè!


Oggi si torna nelle felici terre della Romagna più californiana per una serata ad alto voltaggio! Tra le mura amiche del Cca Lughé, sperduto e sorprendente rifugio dalle parti di Lugo e Ravenna, saliranno sul palco i FREEZ (che l'anno scorso ho anche avuto il piacere di ospitare live in radio) accompagnati dalle scatenate Naughty Betsy. Aspettatevi una ricca scaletta di selvaggio garage rock e suoni a forte impatto ormonale. Prima e dopo i concerti ci saremo anche io e Michele "Qlowski" Tellarini (ma non ditelo: sarà ospite a sorpresa!) a mettere un po' di dischi per farvi ballare, o quanto meno per conciarvi come il tizio nella strepitosa locandina. Non manca proprio nulla: ci si vede a banco!





venerdì 10 novembre 2017

Скромные Апартаменты

Буерак / BUERAK

Appartamenti modesti di Novosibirsk, cosa ne so? Cosa ne posso davvero capire? Leggo la pagina Wikipedia sulla città, temperature sopra lo zero per tre mesi l'anno, mi domando chi l'abbia tradotta e perché. Guardo su youtube il video di un festival con quarantamila persone. La notte della capitale del distretto siberiano non sembra così diversa da quella di una città dell'Emilia. Una ragazza un po' scocciata passa in mezzo al pubblico facendo interviste. Occhi accesi, tatuaggi, modelle di Vetements. Parlano tutti dei Буерак. Io qui scrivo Buerak, spero sia corretto. Sono un duo: chitarra, basso e drum machine. La voce profonda di Artem Cherepanov e gli accordi asciutti e affilati di Alexander Makyeev. New wave glaciale, estetica DDR Anni Settanta, il malessere di chi sente tagliato fuori. Il fascino di titoli come Canzone per le piccole città, Rendez vous sul tram o Tu sempre da solo con le tasche vuote. La prima reazione è associare i Buerak ai cari vecchi Motorama (che proprio in questi giorni sono in tour in Messico insieme ai nostri Be Forest), ma se c'è da fidarsi di Google translate mi pare che Cherepanov rilanci i riferimenti più in là, fino ai Kino. All'austerità intellettuale del post-punk, i Buerek preferiscono l'assurdo e il surreale. Si prendono gioco delle pose da malavitosi, esasperano una certa poetica del proletariato (bersi profumi sovietici da quattro soldi come sostituto economico della vodka). Ma a fronte di un'immagine che può lasciare disorientati (quelle pistole ostentate nei video insieme a quell'atmosfera da Buster Keaton meets Kaurismäki) risponde la consistenza e la coerenza della loro musica. Chitarre e suoni sintetici marciano compatti. Le loro canzoni, quasi sempre dai colori cupi Joy Division, ogni tanto si aprono a melodie scintillanti, quasi primaverili. Un'inaspettata primavera siberiana che suona splendida nell'autunno bolognese, e mi fa ballare.
(L'ultimo album dei Buerak si intitola Скромные Апартаменты, qualcosa come "Appartamenti modesti". Grazie a The Tuesday Tapes per la preziosa segnalazione.)






mercoledì 8 novembre 2017

The songs you like are getting older every day

Radiator Hospital - Play The Songs You Like

La mia canzone preferita dei Radiator Hospital non è il loro singolo più noto, Cut Your Bangs, ma un'altra che sta sullo stesso album, Torch Song (del 2014), e intitolata Five & Dime. È una canzone precipitosa, che corre a rotta di collo tentando di afferrare una fiamma a mani nude e ridendo. È tutta un cuore che batte, mani che stringono, fianchi che danzano e labbra che bruciano. Trabocca innocenza e desiderio al tempo stesso, un'euforia che scuote e strappa le catene, senza voler essere più legata a nostalgie né rimpianti. Dura due minuti e per me i Radiator Hospital sono tutti lì. Quella speranza che corre, vola, resta senza fiato ma è ancora così forte da travolgere ogni altro momento, ogni delusione, ogni agrodolce abbandonarsi al sentirsi perdenti che conforta.
Si può discutere se certe loro chitarre pop punk potrebbero essere più incisive, o se la voce melodrammatica di Sam Cook-Parrot suona più antipatica o sincera. Ma non si può chiedere ai Radiator Hospital di non essere quello che sono. Vedere come anche le riviste considerate il benchmark del malandato settore riescono a mancare completamente il bersaglio nelle loro recensioni può essere, in un certo senso, anche fonte di consolazione, ma non rende giustizia al lavoro della band di Philadelphia. Pitchfork si lamenta che le canzoni del nuovo album Play The Songs You Like sono troppo brevi e troppo uguali. Ma guarda: io invece avevo esultato per come questo loro terzo lavoro, prodotto da Jeff Zeigler (uno che ha già collaborato con nomi come War On Drugs, Kurt Vile e Allison Crutchfield), fosse senza dubbio quello meno fragile del loro catalogo, quello più coeso e consistente. I Radiator Hospital fanno canzoni che di rado superano i due minuti: qual è il problema? Hai mai sentito parlare di urgenza? I Radiator Hospital non si possono definire punk, ma l'indiepop viene dopo il punk, ne eredita quell'elemento di immediatezza e cerca di trasportarlo in un mondo la cui sostanza è più emotiva, sentimentale. E i Radiator Hospital sono bravissimi a maneggiare questo linguaggio.
Non per niente, uno dei temi ricorrenti di Play The Songs You Like sembra essere quello dell'intreccio di musica e vita di tutti i giorni. Quella maniera unica che hanno le canzoni di avvilupparsi ai monologhi nella nostra testa, di riempire quelli che da fuori sembrano soltanto silenzi, di dare significato a ogni momento che sembra da dimenticare in fretta, di regalarci un po' di sogno proprio quando ne abbiamo più bisogno. Una fotografia che non vogliamo ancora deciderci a buttare via, un pezzo di strada fatto assieme mentre non riusciamo a dirci una parola, la fatica di diventare sé stessi, contro ogni pigrizia, la bellezza che ci aiuta a non stare più nascosti. Sedici ruvide canzoni stracolme di tutto questo, tra chitarre indie rock che si infiammano, presunzioni giovanili e tanta, tantissima tenerezza.





venerdì 3 novembre 2017

"Who fell in love first and in which parking lot?"


“polaroid – un blog alla radio” – S17E04

Jake Bellissimo – Carrie’s Dad
The Lamps – Woke Up
The Luxembourg Signal – Atomic No.10
[in collegamento con Davide dalla redazione di The Breakfast Jumpers]
Godblesscomputers feat. Francesca Amati – Wherever You Say
Lev – Damn Dogs
Tiger! Shit! Tiger! Tiger! – Girls
Bee Bee Sea – D.I. Why Why Why
Spice Boys – Spice City Boys
Flowers – 123
Parsnip – Health

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giovedì 2 novembre 2017

"Up in the early morning for no reason again"

Quella vecchia rubrica che una volta si chiamava "Polaroids From The Web" [*]

PINEGROVE - INTREPID

► «Alieni, animaletti esotici, disturbatori. I promoter di concerti si sentono considerati in questo modo dalle istituzioni. Sono percepiti come degli estranei, quando va bene, o come dei nemici, più che degli imprenditori in grado di portare vantaggi economici a città e regioni»: su Internazionale, un interessante articolo di Giovanni Ansaldo intitolato "Perché è così difficile organizzare festival e concerti in Italia".

► Dopo il fantastico Cardinal di due anni fa, stanno per tornare i Pinegrove. La band del New Jersey ha annunciato ieri sera di avere concluso il nuovo album. Non c'è ancora un titolo o una data di uscita ufficiale, ma un nuovo inedito per fortuna sì, Intrepid. (A marzo 2018 ci sarà anche un nuovo tour europeo ma al momento pare che non toccherà l'Italia, tristezza.)




► «SITTING: A Short Film»: un cortometraggio un po' inquietante di Emily Yoshida su droghe e solitudine che vede protagonista la nostra amata Mitski e la sua Thursday Girl.

► Ancora a proposito di Mitski, molto bella e personale la sua recensione del nuovo Weezer, Pacific Daydream, su Talkhouse, che si apre con una delle domande della vita, quanto meno della vita di questo blog: «How do you keep writing pop songs when you stop having pop-song feelings?».



► «A me non interessava essere una rockstar, non mi interessava fare dischi: volevo solo registrare la mia musica, e quindi un sabato andai in questo studio, e coi soldi dei lavoretti estivi – quelli che i miei amici spendevano per andarsene a Riccione – mi pagai un turno in una sala di registrazione abbastanza attrezzata, a Lecco, collegata a un famoso negozio di strumenti musicali, “Battistini Centro Musicale”. Quel sabato come fonico c’era di turno Baffo Banfi...»: Fabio de Luca intervista Garbo su Rockit.

► E dato che ogni scusa per leggere FdL è buona, segnalo anche che il suo podcast settimanale The Tuesday Tapes ha lanciato anche la newsletter!

► «So while one might think of a creative person who obsesses over a single work from long ago as a sort of tragic figure, Shields speaks of Loveless in cheerful terms, and his excitement about it is still palpable, even as he continues to work on new music. It’s also clear that sound itself is a holy thing for Shields. He speaks of it in almost mystical terms, the way a certain kind of circuitry can alter the texture in tiny ways that, he feels, can have an overwhelming impact»: il cuore della questione sta tutto qui, comunque è sempre bello tornarci su - Mark Richardson intervista Kevin Shields su Pitchfork.

► «She is flanked no longer by band members, but by larger-than-life images of herself, poised, polished and glassy-eyed. St Vincent appears anew. Barbie-like, she smiles emptily in her visuals, as she shreds neon sheets that read a silent refusal, “NO”. Gone is the freewheeling, unbridled energy I associate with Clark. She returns accompanied only by her new brand, her new cult of personality»: "Desperation, Frustration & Future Fatigue: St Vincent Live In Berlin" - notevole recensione di Mollie Zhang su The Quietus.

► Sul Daily Bandcamp, «How Luxury Records Became Sweden’s Home for “Dirty Pop” Music» (cinque alti da solo qui nella redazione di polaroid!)