giovedì 27 aprile 2017

One life and then you’re done

Dag - Benefits of Solitude

All'inizio dell'ultimo show 2017, c'è una battuta di Louis C.K. che comincia con queste parole: "Life is okay. I like life. I like it. I don't need it. I'd be fine without it". Ecco, a volte la vita ti fa sentire proprio così: come se potessi tranquillamente fare a meno di lei. Tu e la vita siete pari. È un margine sottile come una lama: il momento di equilibrio in cui puoi dirti completamente in pace con il mondo, ma basta un niente e tutto può crollare. Un niente, proprio.
Mi sembra che ci sia parecchio "niente" dentro Benefits Of Solituide, il bellissimo disco di debutto dei Dag pubblicato da Bedroom Suck. Non intendo "niente" nel senso che questo è un disco nichilista. Piuttosto, c'è molto di quel niente che incontra uno che attraversa i suoi giorni e realizza di colpo che curiosa coincidenza è ritrovarsi sulla faccia della terra e, al tempo stesso, ha molto a cuore quello che ci fa vivere ogni minuto. Lo sguardo dentro queste canzoni è quello di chi è abituato a guardare lontano, in fondo alle lunghe distanze dell'Autralia. Le distanze che ti portano a misurare le parole. Immagini facilmente uno scenario rurale non molto allegro e florido, un orizzonte deserto. C'è la solitudine e c'è il silenzio, e c'è anche quel sorriso di chi ha bisogno di compagnia, ma ha imparato a non aspettarsi troppo dagli altri. 
A volte sembra proprio che tu e la vita siate pari, e i Dag sanno far nascere da quella sensazione di confidente abbandono alcune delle loro canzoni migliori: Guards Down, Exercise o la title track piaceranno a chi già ama Twerps, Totally Mild o The Goon Sax. Qui e là interviene la voce di Heidi Cutlack ad addolcire le melodie roche di Dusty Anastassiou, a volte è un violino o addirittura un sassofono. Altre volte, invece, credi di essere tranquillo e rilassato, e invece è soltanto il fronte di bassa pressione del tedio e della tristezza che avanza lento e si prepara a copriree l'intero cielo. I Dag possono all'improvviso diventare una band slowcore, come in Company, JB o nella conclusiva Endless, Aching Dance. Quell'oscurità che riescono a tirare fuori dalla loro stessa (apparente) leggerezza, è quello che rende questo disco un viaggio - per forza di cose solitario - molto affascinante. 





venerdì 21 aprile 2017

Feels like it's clearing up, something is starting

Shout Out Louds - Oh Oh

"Don't say that it's over, 'cause nothing ever is": e se lo dice la voce roca di Adam Olenius io ci credo fortissimo. È una raggiante mattina di primavera, gli Shout Out Louds hanno appena annunciato il loro ritorno e io non potrei essere più felice. "The feeling is so strong, so pure". Nuovo singolo, nuovo video (diretto come sempre dal bassista Ted Malmros), nuove date live da qui all'autunno e il quinto album in arrivo dopo l'estate! Oh Oh racchiude esattamente questa euforia: "feels like it's clearing up, something is starting". E a quattro anni dall'ultima fatica, Optica, la band svedese infatti ha voglia di ripartire e rimettersi in gioco. Come racconta Adam in un'intervista su Line Of Best Fit, "we focused more on output and energy. The theme for Oh Oh is basically about that. About holding on to a feeling. Holding on to your dreams". Per gli Shout Out Louds, qui non abbiamo mai smesso di farlo. Quel loro suono, capace di tenere assieme malinconia ed esultanza, voglia di ballare e di abbandonarsi agli abbracci, è ancora intatto e splendente. Something is starting!





giovedì 20 aprile 2017

"A fossilization of the spring in your step"

Quella vecchia rubrica che una volta si chiamava "Polaroids From The Web" [*]


► «I don't know if everyone's playing internal chess with themselves at all times," she muses when I bring up the song, "trying to win one more day of feeling that life has possibility to it, or... it might just be me. I've struggled a lot with just a general tone of darkness since I was a teenager. It gets boring. It gets exhausting»: bella intervista a Feist su Noisey per parlare del nuovo album Pleasure, in arrivo la prossima settimana.



► "My mother, the punk rocker Poly Styrene": wow, non lo sapevo, faranno un film sulla frontwoman X-Ray Spex!

► Volevate l'internet delle cose? Eccovi le cuffie che spiano quello che state ascoltando (e lo vanno pure a raccontare in giro): dal Washington Post, "Bose headphones have been spying on customers, lawsuit claims".

► Ok, lo ammetto, questa è troppo facile: "New Order and The Smiths songs reimagined as Stephen King book covers".

► «Shoegaze never became part of the big music industry. So maybe it was ripe for rediscovery, in the same way that when those Nuggets collections and Pebbles compilations—the old garage rock and psych—were reissued in the ’80s, they became really influential. You’d never heard your parents playing those records—they were never mainstream music. But they were brilliant bands that got a second bite after they were re-released. Maybe the internet had a real good impact on shoegaze because it’s given kids now a chance to check it out»: "Slowdive on Their First Album in 22 Years and Why Shoegaze Came Back".




► Verso il Record Store Day (1) - «I honestly think things have gotten worse»: Catching Up With 'Fvck Record Store Day' Manifesto Author Joe Steinhardt.

► "The Zombies' Odessey and Oracle: An Oral History of the '60s Rock Masterpiece That Rose from the Dead".

► E se volete concludere con qualcosa di completamente diverso (ma molto bello), "Aldous Huxley on the Transcendent Power of Music and Why It Sings to Our Souls": «Music “says” things about the world, but in specifically musical terms. Any attempt to reproduce these musical statements “in our own words” is necessarily doomed to failure».

martedì 18 aprile 2017

"You Are No Good": a playlist for The Notwist live in Bologna (2017/04/08)

 You Are No Good: a playlist for The Notwist live in Bologna (2017/04/08)

Un paio di weekend fa ho avuto l'onore di mettere un po' di dischi prima e dopo il concerto dei Notwist al Locomotiv Club di Bologna. La data era sold out, la sala era già quasi piena alle nove e io ero abbastanza teso. Immagino il pubblico della band tedesca piuttosto esigente, ma al tempo stesso so che un set di warm-up deve essere "di servizio" e funzionale. Nota bene: non sono un dj.
Alla fine, tra brindisi e vecchi amici rivisti dopo tanto tempo, vuoi per il mood presobene della serata, vuoi per la schietta felicità di poter dare il mio modestissimo contributo, mi sono divertito come non mi capitava da un pezzo dietro a un mixer. Ho cominciato a segnare sul telefono le canzoni che stavo mettendo, ed è venuta fuori più o meno questa improvvisata playlist. Non è perfetta né equilibrata, non è ricercata o colta, lo so, ma alla fine credo abbia fatto il suo dovere, e mi piace postarla qui, come una piccola istantanea di una bella festa.



  • Bedhead - Crushing
  • Contriva - Connected
  • L'Altra - In The Afternoon
  • Be Forest - Totem 2
  • Chris Cohen - Optimist High
  • Giardini di Mirò - Broken By
  • Boards Of Canada - Smokes Quantity
  • The Radio Dept. - Bus
  • Halfalib - Liebe Fénix II, Instant
  • His Clancyness - Dreams Building Dreams
  • Real Estate - Green Aisles
  • Baseball Gregg - On The Screen
  • DIIV - Dopamine
  • Komeit - Three Hours
  • Slowdive - When The Sun Hits
  • Yuppie Flu - The Blue Experiment

venerdì 14 aprile 2017

Bee Bee Sea live @ polaroid!

BEE BEE SEA LIVE @ POLAROID - UN BLOG ALLA RADIO

Arriva il fine settimana, è tempo di alzare il volume delle chitarre. Questa sera arrivano a Bologna i Bee Bee Sea, agguerrita band garage rock dalla provincia mantovana che aprirà il concerto dei Parrots al Covo. I Bee Bee Sea hanno diviso palchi con nomi del calibro di Black Lips, Thee Oh Sees e King Khan And The Shrines, hanno già all'attivo un album e un EP (che contiene pure una bella e inaspettata cover di Jacques Dutronc), e di sicuro sanno come farvi ballare.
Lunedì scorso, grazie a Hello Dirty Fanzine, i Bee Bee Sea sono venuti a trovarci negli studi di Radio Città del Capo, per due chiacchiere e un paio di canzoni live unplugged a "polaroid - un blog alla radio". Tra l'altro, i pezzi sono due inediti che anticipano un album in arrivo per l'autunno. Era la prima volta che i regaz suonavano in acustico, e a mio parere dovrebbero ripetere l'esperimento più spesso.
Qui trovate il podcast integrale della puntata e qui sotto le due tracce che ci hanno regalato dal vivo.
Ma intanto questa sera non perdetevi il party Boys & Girls: ci si vede a banco!

(mp3) Bee Bee Sea - I Shouted (live @ polaroid)
(mp3) Bee Bee Sea - I Shouted - reprise (live @ polaroid)

giovedì 13 aprile 2017

We didn’t care if this was the last one

Hater 'You Tried' (PNKSLM) - Malmö

Non leggo più tanti libri come una volta. Ci penso spesso e ci sto un po' male. Le storie si perdono, svaniscono, e un po' anche noi. Cerco di convincermi di avere già tutto quello che mi serve, di portare ogni cosa dentro qualche specie di valigia mentale che dovrei avere preparato e messo da parte in tutti questi anni. Ma la verità è che mi sento come se fossi sempre su questo treno e non ricordassi più quando sono partito e dove devo arrivare. Il viaggio fila dritto, comodo, alta velocità e aria condizionata. Ma è come non avere niente con me. Ho dimenticato qualcosa a terra, molte stazioni fa? Dov'è il mio biglietto?
Mi accorgo di continuare a cercare questo distacco, questa mancanza dentro le canzoni. Amo quei dischi che sembrano suonare allegri, sorridenti e piacevoli, addirittura primaverili, ma che trascinano nel cuore una malinconia splendente, un addio che si prolunga e non si placa. Io sono lì, sul treno, ma sento ancora tutta la scia dei miei "me" prolungarsi e risalire fino al momento in cui ci siamo lasciati sul binario, ed è finita.
You Tried, l'album di debutto degli Hater pubblicato da PNKSLM, dura appena ventisei minuti, ma mi sono bastati due secondi, due istanti lacerati e preziosi per innamorarmi ed essere certo che questo sarebbe stato un disco che mi avrebbe fatto male.
Carpet subito in apertura, un verso nudo e semplice come "oh baby, I can't fix it, you know I can't", proprio quando la canzone si interrompe: gli Hater non inseguono l'enfasi del dramma nella loro musica, sanno che non occorre. Ne abbiamo già abbastanza di dramma. Parlano in maniera semplice ma netta: ogni elemento deve stare dove sta. Fanno quel guitar pop limpido che a tutti ha fatto venire in mente gli Alvvays, ma che si potrebbe anche far risalire fino ai Dolly Mixture senza troppi problemi.
Nel singolo Had It All, il momento in cui la voce roca di Caroline Landahl all'improvviso si leva a un tono intransigente, e la batteria si inceppa, come se insistesse sull'unico punto che non può essere oltrepassato: "don't go back to me 'cause you had it all, and you lost it all". Fino alla strofa precedente sembrava accomodarsi tutto, la canzone era una spiegazione, aveva il tono di qualcosa che cerca di riaggiustarsi a poco a poco. Ma non puoi credere di sistemare davvero tutto, fino in fondo, e far tornare indietro quel treno. Il modo in cui la canzone si svuota e si spegne, quell'ultimo tentativo del basso, come una domanda patetica lasciata a metà, è da lacrime.
A volte non puoi far altro che abbandonarti a un crepuscolo (la tenerezza della conclusiva title track), a volte ti agiti e non riesci a controllarti (l'aspra e incalzante Stay Gold), a volte ostenti una sensualità quasi spavalda (Cry Later). Ma quello che non lascia mai il tuo cuore è quello che continui a cercare senza sosta.






lunedì 10 aprile 2017

We pretend I can be the one that you've been dreaming

Tennis - Yours Conditionally

Basta il primo pomeriggio ai Giardini in maglietta, basta il primo aperitivo in terrazza, basta un'inattesa lentezza al tramonto per non accontentarsi più: la nuova primavera appena cominciata non è più sufficiente, vogliamo già il mare, vogliamo già sentire il vento e la distanza sulla pelle. Può fare al caso nostro il nuovo album dei Tennis, che infatti cantano "Follow me into sweet fields of blue" (in una ballata attillata e ammiccante che sembra uscita da Emmerdale).
Coppia nella vita e nell'arte, come si dice sempre in questi casi, Alaina Moore e Patrick Riley hanno deciso di ripetere per questo quarto lavoro Yours Conditionally il trucco del loro esordio Cape Dory del 2011. Eccoli dunque raccontare ancora una volta come hanno solcato i mari con la loro barca e hanno trovato l'ispirazione per scrivere canzoni. Eccoli dunque ancora una volta alle prese con quel loro suono un po' Anni Sessanta con la drum machine, un po' Settanta sdolcinati ma consapevoli, come si conviene oggi. Possono raccontare l'amore più vulnerabile e romantico, quanto il disincanto di una donna contemporanea (My Emotions are Blinding, sul ruolo della femmina-oggetto nel pop, oppure Ladies Don't Play Guitar, sul sessismo dell'industria musicale). Difficilmente mancano il bersaglio (qui direi soltanto Please Don't Ruin This For Me mostra un po' di stanchezza nella formula), più spesso si mostrano per quello che sono: degli adorabili innamorati, e innamorati anche di una certa idea vintage di musica, impermeabili al vostro cinismo e capaci di insinuare ovunque melodie dolci e seducenti.
In fondo i Tennis sono la "band Instagram" ideale: prendono il momento più ordinario, o se vuoi un pop che potrebbe sembrare quanto mai datato, e lo trasformano in un delizioso quadretto dai colori saturi e dai riflessi sfumati. Tutto sta nell'equilibrio tra il soggetto e il filtro giusto, e nello scoprire che (fuga in barca a parte) anche tu stai cercando la stessa cosa: "happiness leaves me yearning / tell me that you feel it too".




Tennis - In The Morning I’ll Be Better


Tennis - Ladies Don't Play Guitar

domenica 9 aprile 2017

It was always you

MAJOR LEAGUES

"polaroid – un blog alla radio" – S16E24

Major Leagues – It Was Always You
Wurld Series – Rip KF
Punctuation Club – Art School Confidential
[in collegamento con Andrea “Benty” Bentivoglio per "Troppa Braga"]
The Boy Least Likely To – Follow Your Heart Somewhere
The Jasmine Minks – Ten Thousand Tears
Real Estate – Serve The Song
Tennis – My Emotions Are Blinding
Colombre – Pulviscolo
The Nowtist – Pick Up The Phone (live)

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giovedì 6 aprile 2017

"RAW 'n' LOUD": intervista ai Jackson Pollock!

THE JACKSON POLLOCK

Questa sera al Mikasa arriva il noise lacerante degli Spectres. In apertura alla band britannica suoneranno i nostri Jackson Pollock, una delle nuove band più interessanti che mi sia capitato di vedere da tempo qui a Bologna. Impetuoso duo chitarra e batteria, riescono a coniugare furia e divertimento, irruente tumulto e scanzonata catarsi. Si esce da un loro concerto frastornati, sorridendo come se non si sapesse bene dove ci si trova ma in fondo non importasse molto. Non a caso, il loro motto è "RAW 'n' LOUD".
Emily e Reginald, dalla loro base nell'hinterland bolognese, hanno appena registrato Bootleg, raccolta a bassa fedeltà di cinque tracce che tentano di catturare un'istantanea di quello che sono i Jackson Pollock oggi. Tra l'altro contiene anche una nuova versione di The Yeah Song, la canzone che avevano regalato alla compilation natalizia di polaroid dell'anno scorso. Per il resto non si trovano ancora molte tracce di loro in rete, e così ho voluto rivolgergli direttamente qualche domanda per conoscerli meglio, anche se la cosa migliore credo rimanga andare a vederli dal vivo. E soprattutto stare vicini, molto vicini, al palco.

Cominciamo proprio dalle presentazioni, visto che ancora non si sa molto di voi: da dove venite e come vi è venuta l’idea di mettere in piedi la band? Cosa si può rivelare intorno ai vostri personaggi?
Ah, l'annosa questione della bio! Niente di magico, veniamo dallo stesso paesino di provincia e ci siamo trasferiti a Bologna. Suonavamo insieme anche prima, ma il passato è tipo cancellato. Suonando a caso in casa abbiamo scritto un po' di roba e la band è venuta fuori per astrazione.

La prima impressione che ho avuto ascoltandovi (anzi: quando mi sono fatto travolgere dall’uragano della vostra musica a uno dei vostri concerti), è che ci sia una grande parte di jam e improvvisazione: è davvero così? Come scrivete concretamente i pezzi e come riuscite nell'impresa di assemblarli e farli stare assieme?
In realtà improvvisiamo poco, più che altro lo facciamo in privato perché a me piace molto improvvisare mentre Davide si vergogna. I pezzi escono naturalmente, si incastrano da soli a volte, cerchiamo di non domandarcelo e lasciare nella nostra musica una parte inconsapevole.

Ci sono dei riferimenti musicali che tenete sempre presente per la vostra musica? Uno potrebbe immaginare che i vostri ascolti comprendano tanto il rock, quanto noise o jazz. Insomma, cosa vi piace (compreso quello che non finisce direttamente nei Jackson Pollock)?
Il gruppo preferito di Davide in assoluto sono i Sonic Youth (pre Sonic Nurse), io ascolto sempre la stessa musica, canzoni singole più che album (ho lo skip facile, il replay infinito e il volume per me è o acceso o spento!). La musica nuova voglio scoprirla per caso.
Yes noise - no jazz! Una cosa che ci ha influenzato sicuramente è stato un concerto dei No Age visto al Covo: ci ha fatto capire che già in due potevamo essere una band, tipo l'acqua calda!

Quando Emily canta e pesta la batteria si resta immediatamente colpiti dalla sua energia, ma in effetti di cosa parlano le canzoni? Di chi sono i testi, e che cosa vi piace raccontare?
I testi li incastriamo insieme, a posteriori, con un metodo segreto che dovremmo brevettare. Non ci interessa comunicare a parole, ma quello che esce comunque ci riflette, anche se in un modo più criptico. Facciamo fatica anche con i titoli delle canzoni: chi ha visto la nostra scaletta lo sa!

È possibile catturare l'energia dei vostri live dentro una semplice registrazione? In che modo cambia il vostro approccio in studio?
Il feeling live è proprio quello che tentiamo di raggiungere nelle nostre registrazioni casalinghe. Abbiamo anche provato a registrarci con tecniche più canoniche, ma siamo subito tornati al lo-fi, "al nostro amato Tascam", per catturare l'aura (ovvero poter riascoltare i pezzi e ritrovarcisi e non sentirli distanti). Nel processo qualcosa lo abbiamo imparato, forse!



The Jackson Pollock - Chuck Norris


The Jackson Pollock - The Yeah Song

lunedì 3 aprile 2017

Indiepop Jukebox (marzo '17)

Major Leagues - It Was Always You

Dopo l'ottimo EP dell'anno scorso, tornano i Major Leagues, quartetto di Brisbane dal suono luminoso e, come direbbero da quelle parti, molto "breezy". Questa nuova It Was Always You è davvero deliziosa (consigliata ai fan di Alvvays e Hater, giusto per fare due nomi) e anticipa un album in uscita il prossimo mese su Popfrenzy.





BENT - MATTRESS SPRINGS

Dalla stessa città, ma su suoni decisamente più spigolosi e punk, arrivano i Bent, trio autore di una musica scarna e combattiva, che si è guadagnata paragoni con Slits e Raincoats. Il loro nuovo EP si intitola Mattress Springs ed esce in vinile per la sempre lodevole Emotional Response.





Brunch Club - Brunch Club EP

"It’s been fine since I disappeared / And being here again makes me feel weird / And all in all I’m confused": vi prego, non smettete mai di darmi canzoni piene di chitarre euforiche alla All Girl Summer Fun Band che parlano di adolescenza, nuovi amori e nuovi dolori. I Brunch Club sono in tre, provengono da Edmonton, Canada, e hanno appena pubblicato un EP in cassetta per la francese Hidden Bay Records. Un po' sono innamorato e un po' so già che ci sarà da soffrire: "I know it's nothing but a broken heart".






Mancavano dalle scene addirittura dal 1992, ma una reunion non si nega più a nessuno. Tanto meglio se si tratta di vecchie glorie dell'indiepop. I Darling Buds, dalla carriera poco fortunata nonostante diversi live per John Peel, li avevamo già visti di nuovo in azione sul palco dell'Indietracks Festival, un paio di edizioni fa, e ora arriva questo Evergreen, nuovo EP targato Odd Box Records:





The Jasmine Minks - Ten Thousand Tears

Altre vecchie glorie di nuovo sulla breccia: nuovo singolo per gli storici Jasmine Minks, invariabilmente presentati come "the first band signed to Alan McGee's Creation records" (veloce ripasso su Wikipedia). Il nuovo singolo autoprodotto Ten Thousand Tears ha uno scopo benefico: «This single release is for family loved ones now gone but never forgotten and in particular is dedicated to Wattie’s brother and band friend (Phil Duncan) who is currently fighting Motor Neurone Disease (MND). All monies (and we mean every penny) will go to Scottish MND». Da supportare, e non solo perché è davvero una bella canzone:





It's For Us - Come With Me

Gli It's For Us, band post-punk da Stoccolma dal suono decisamente epico e magniloquente, stanno per pubblicare l'album di debutto su Luxury. Si intitola Come With Me e se amate certe atmosfere notturne ma al tempo stesso sfarzose di band del Nord come Holograms o Iceage, qui vi sentirete a casa. Colpisce già al primo ascolto la voce notevole di Camilla Karlsson.





WURLD SERIES - AIR GOOFY
Per tutti i fan dei Pavement e dei Guided By Voices, buone notizie dalla Nuova Zelanda: il nuovo album dei Wurld Series spacca davvero. Quattordici sgangherate canzoni "recorded on a Tascam 424 Mk III in the living room" sature di fuzz e melodie ebbre raccolte, in maniera molto appropriata, su cassetta. La band di Christchurch ha appena pubblicato Air Goofy per la label della loro città Melted Ice Cream, già casa di Salad Boys e Team Ugly.





LADROGA - FANTASCIENZA

Questa canzoncina adorabile gira già da un mese in forma più o meno anonima, comprese mail al limite del phishing, ma volevo aspettare fosse piena primavera per postarla: è un suono che ha bisogno di sole e di pomeriggi passati a baciarsi ai Giardini. Ladroga non fanno sapere quasi nulla della loro identità, ma questo primo singolo Fantascienza sembra un impossibile punto di contatto tra i Cani e la Burger Records.
«Per ora non abbiamo molto da rivelare, a parte che non ci va di dire come ci chiamiamo. È bello che ci trovi divertenti, noi vogliamo proprio fare una cosa divertente, essere poco seri. Anche per quello il nome scemo e niente nomi nostri, così non ci vengono pensieri di doverci abbottonare e nessuno si aspetta niente di troppo serio da noi e possiamo viverci la cosa con tanta eccitazione senza stare a pensare a che figura ci facciamo o cosa pensano i nostri amici, conoscenti e genitori lol. Abbiamo fatto tutto un po' a caso in cameretta, vogliamo fare altre cose al più presto e speriamo che le persone ci volino».

mercoledì 29 marzo 2017

The sky was wild with circumstance, the ground littered with chance

REAL ESTATE - IN MIND

Dammi ancora la primavera, dammi i cieli azzuri e i tramonti che si allungano, le ragazze in bicicletta e una canzone nelle cuffie. Dammi i sogni a occhi aperti, le voglie di ricominciare, le liste dei buoni propositi che ancora non hanno svanito la promessa del nuovo inizio. Fammi dimenticare le promesse degli anni passati, fammi dimenticare che la primavera ritorna ogni volta, voglio che questa sia la primavera incondizionata e totale. Dimmi che mi troverai ancora qui: "The birds singing / The sun rising / Impatiently / As I wait for you".
Torna ancora la primavera, nonostante tu abbia fatto di tutto per perdere tempo, per lasciarti distrarre lungo la strada. Ed ecco, tra cieli azzurri, i pomeriggi tiepidi e i tramonti che si allungano, ecco il nuovo disco dei Real Estate, con le sue promesse e la sua tenace dolcezza. È il loro quarto lavoro e anche loro alla fine tornano sempre. Eravamo già pronti al peggio: "the narrative is kind of already there", come ha detto Martin Courtney, "every single review, obviously, is gonna talk about how Matt Mondanile isn't in the band anymore".
Ma in qualche modo In Mind sembra ribadire che i Real Estate sono un risultato superiore alla somma dei loro elementi e dei loro travagli. Come dei Claude Monet dell'indie rock, continuano a modulare e rimodellare le loro ninfee in forma di canzoni, in ogni possibile sfumatura di verde tenue, foschia e acqua trasparente, in ogni immaginabile combinazione di Byrds, REM e Teenage Fanclub, senza esaurire mai la formula e riuscendo, al tempo stesso, a distillare una quantità sconcertante di preziosa bellezza in ogni opera.
"I sing to serve the song" dice il ritornello della seconda canzone in scaletta, e forse è la cosa più vicina a un manifesto di poetica mai espresso dalla band del New Jersey. C'è del metodo nella loro scrittura, e forse li amo proprio per quello, per la confidenza rassicurante che mettono al centro del loro suono: quegli arpeggi morbidi, quelle melodie luminose e distese (White Light), quei mid-tempo insistiti, tanto da sfiorare a volte una versione suburbana e schiva del kraut, la voce felpata di Courtney che porta sempre il racconto su toni in apparenza neutri, mai spensierati ma mai troppo malinconici.
In Mind aggiunge alla tavolozza dei Real Estate qualche synth in più qui e là (un po' Steely Dan, un po' - come nota Pitchfork - certi High Llamas), un bellissimo clavicembalo all'inizio di Stained Glass, la jam in coda a Two Arrows, e soprattutto il nuovo ingresso della chitarra di Julian Lynch ("A lot of the parts that Julian wrote are a little bit less melodic on this record", spiega Courtney in un interessante "track by track").
Ma quello abbiamo come risultato sono sempre i nostri Real Estate, una band che continua a produrre il proprio marchio di indie rock a un livello qualitativo impeccabile, con una coerenza che nel 2017 sembra quasi di un altro tempo, un'autentica presa di posizione. E fa sperare ancora nelle promesse di una nuova primavera.

(mp3) Real Estate - Darling

lunedì 27 marzo 2017

Benefits of solitude

CHEMTRAILS

"polaroid – un blog alla radio" – S16E22

Famous Problems – Moon Thinking
Jens Lekman – How Can I Tell Him?
Adult Mom – Full Screen
Glaciers – Winter
High Sunn – Polaroids
Chemtrails – Deranged
Petite League – Pulling Teeth
Ladroga – Fantascienza
Clap Your Hands Say Yeah – Better Off
Dag – Benefits Of Solitude

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giovedì 23 marzo 2017

"Twenty Years Of Trouble": addio Fortuna POP!

Fortuna POP! - Twenty Years Of Trouble

Se non fosse esistita la Fortuna POP! non avrei saputo come riempire metà delle scalette dei miei anni alla radio. Non credo sia un'esagerazione affermare che l'etichetta fondata da Sean Price è stata semplicemente fondamentale nella piccola storia di quel bistrattato genere musicale che è l'indiepop. Eppure, anche da qui, dai margini, tanto del business quanto "delle cose che contano" per chi parla di musica, la Fortuna POP! è riuscita a diventare a suo modo un faro, una di quelle etichette di cui compravi ogni uscita "perché ti fidavi", un piccolo modello di coerenza artistica e di intraprendenza, continuando a trasmettere sempre anche una gran voglia di divertirsi.
All'Indietracks Festival dell'anno scorso Sean Price aveva annunciato che dopo vent'anni e circa 200 uscite era arrivato il momento di chiudere la label. Everything is ending here, e finisce in gloria. Ieri sera a Londra è infatti cominciato "Twenty Years Of Trouble", una cinque giorni di concerti e djset in varie location, con un cast da All-Star Game: dai Comet Gain a Darren Hayman, dai Tender Trap ai Martha, dai Would-be-goods agli Spook School, con l'aggiunta di un paio di reunion notevoli, come gli australiani Sodastream di cui si parlava ieri e i redivivi statunitensi Butterflies Of Love. Solo a guardare i poster delle varie serate già mi commuovo.

In queste settimane sono usciti alcuni articoli e interviste che mi sembra doveroso segnalare qui:
- "Bed bugs, Brexit and goodbyes: 20 years of indie, as told by Fortuna POP!" (The Guardian - intervista densa e sincera: "I think indie pop is dying off in a way"...)
- "20 years of trouble – Remembering the work of Fortuna POP!" (Loud And Quiet - con alcune foto bellissime!)
- "Fortuna POP! – The Little Label That Could" (Overblown - con i commenti di un sacco di band dell'etichetta, compresi i Pains Of Being Pure At Heart, con cui le cose non sono andate molto bene)
- "Fortuna POP! // On The Stereo" (London In Stereo - con una piccola playlist curata dallo stesso Sean)
- nel caso qualcuno di voi salga a Londra, lo staff della Fortuna POP! ha messo assieme una "Twenty Years Of Trouble // Food & Drink Guide"
- come post scriptum aggiungo anche "Of Loves, labels and Lexington burgers. Farewell Fortuna POP!", nonostante sia di qualche mese fa, perché è una bella lettura appassionata.

Qui sotto trovate il mio modesto e personale omaggio, ovviamente in forma di nastrone. Lo so, è sbilanciato verso la parte più recente del catalogo della Fortuna POP!, ma non ho la pretesa di fare una selezione esaustiva o "didattica" (per quella rimando al fantastico Be True To Your School, con le esilaranti note di copertina scritte dallo stesso Price). In questo mixtape niente di troppo raffinato o ricercato, solo le hit (ahahah!), perché quando si tratta di colpire al cuore, certe canzoni smettono di essere indiepop o twee: sono soltanto bellissime. E noi che le abbiamo ballate, le abbiamo sentite dal vivo nei posti peggiori, le abbiamo ricevute a qualche banchetto del merch dalle mani di Sean Price, siamo stati davvero molto fortunati.



Fortuna POP! mixtape
1) Comet Gain - You Can Hide Your Love Forever
"Well done, mate. Hai appena comprato la canzone più bella del mondo mai finita su un sette pollici". Non era un'esagerazione.

2) The Lucksmiths - T-Shirt Weather
Il suono della nuova primavera. Per sempre.

3) Allo Darlin' - The Polaroid Song
Forse uno dei più grandi talenti scovati dalla Fortuna POP!, passata da un set acustico con l'ukulele su un vagone di un treno a vapore ai sold-out di Londra.

4)  Tullycraft - Lost In Light Rotation
Il ritorno della band che mi fece conoscere la parola "twee" fu uno dei più entusiasmanti frutti della lunga collaborazione tra Fortuna POP! e Slumberland.

5) Bearsuit - True Love Will Never Find You
Totalmente sgangherati e imprevedibili, giocavano d'anticipo su un linguaggio frenetico che poi avrebbero perfezionato i Los Campesinos, e sapevano essere rrriot anche con le trombette, le maracas e i costumi da orsetto.

6) The Pains Of Being Pure At Heart - Come Saturday
Il brivido folgorante, l'euforia che provammo tutti la prima volta che sentimmo le chitarre dei Pains, una cosa che ti paralizzava e ti faceva agitare tantissimo.

7) The Ladybug Transistors - Oh Christina
Come potrei fare questo nastrone senza la voce (e il sorriso) di Gary Olson? Quante volte avremmo suonato questa canzone alla radio?

8) Flowers - Lonely
Bisognerebbe ascoltare soltanto musica che ci fa saltare per aria, stringere i pugni e prendere a calci i giorni là fuori.

9) Crystal Stilts - Shake The Shackles
Seguivo la band di Brooklyn dalle prime uscite, ma questo fu forse il primo vero singolo che si poteva buttare sul dancefloor e fiondarsi a ballare buttando via cuffie e bicchieri.

10) Evans The Death - Catch Your Cold
Quella maniera squisitamente Brit di essere stilosi e arrabbiati allo stesso tempo.

11) Airport Girl - Between Delta And Delaware
Un nastrone per la Fortuna POP! deve per forza contenere almeno una traccia della band di Sean Price!

12) Let's Wrestle - Codeine And Marshmallows
Il passaggio dei Let's Wretle su FP! coincise con la loro "fase in cui cercavano di far credere di essere maturati", uscendo con un disco forse un po' intermittente e troppo uggioso, ma alla fine mi fa piacere poterli inserire qui.

13) Milky Wimpshake - Not Poetry
Il cantutore che ci insegnò che marxismo e tweepop andavano a braccetto.

14) The Spook School - I Don't Know
"Gender, sexuality and queer issues" mescolate a noise-pop e gusto per il nonsense e concerti che assomigliano più spesso a delle feste.

15) Martha - 1997, Passing In The Hallway
La band che chiuderà "Twenty Years Of Trouble", e così a occhio la più giovane band della casa Fortuna POP! e anche tra i più inclini a buttarla su sonorità più punk. Se esiste ancora un futuro per questa musica da sfigati, la risposta arriverà anche da ragazzi come questi.


mercoledì 22 marzo 2017

I felt like losing hope so got busy fighting

SODASTREAM - LITTLE BY LITTLE

Sarà stato ormai vent'anni fa. Qualcuno deve avermi detto una cosa tipo "a te che piacciono i Belle and Sebastian e i Lucksmiths, sicuramente piaceranno anche questi nuovi Sodastream". E così è cominciata questa curiosa confidenza a distanza: sembrava di conoscerli bene, questi due ragazzi australiani dall'aria seria, eppure in qualche modo i Sodastream restavano sempre ai margini dei radar. Hanno fatto tanti concerti, anche da queste parti, grazie anche a Bob Corn e alla sua Fooltribe (per la quale incisero un memorabile Concerto Al Barchessone Vecchio), ma nonostante l'innegabile talento non sembravano mai ottenere tutto il successo che avrebbero potuto meritare.
Dopo aver diviso palchi con nomi del livello di Pavement, Lambchop, Yo La Tengo, Smog e Low, subito dopo un ultimo album amato anche se non perfetto (Reservations del 2006), decisero di sciogliersi. Anche il loro scioglimento, se ricordo bene, non ebbe poi troppa risonanza. Sarà per quel tono dimesso che aveva sempre pervaso la loro musica. Passati ormai dieci anni, si può anche pensare che, più che un vero e proprio scioglimento, sia stata una lunga pausa dalla frustrazione.
In questo 2017 così diverso e lontano da quegli anni ("indie"?), tornano i Sodastream con un nuovo disco che forse rappresenta il dovuto culmine di una carriera da rivalutare a pieno. Si intitola Little By Little, ed è proprio così, "a poco a poco" che si presenta. La prima nota è sola, ed è del contrabbasso di Pete Cohen, poi arriva una carezza della chitarra di Karl Mith, l'immagine comincia a mettersi a fuoco. Colouring Iris parla di acquerelli, il colore lo tiene assieme una viola struggente. La melodia si coagula adagio, "if you need to rise / don't be hasty": no, i Sodastream sanno "rialzarsi" ma non sono certo frettolosi, e non lo sono mai sembrati. Queste nuove canzoni, anzi, si prendono tutto il tempo e lo spazio necessario. Da questo punto di vista, è davvero esemplare il portentoso crescendo di Three Sins, forse una delle migliori canzoni della loro intera discografia.
I Sodastream riescono a dare a ognuna delle loro storie un'atmosfera speciale e peculiare: c'è la nervosa fanfara di Letting Go, che guida una fuga rabbiosa ("don’t give me songs about God or country / Or about the violence I attract / I thought you might have evolved through more than these things"); c'è il rimpianto tutto racchiuso nelle poche note di un arpeggio sospeso come un punto interrogativo di Grey Waves ("we had a fortune, it's gone..."), i cui cori sembrano quasi un omaggio a Simon & Garfunkel; c'è l'amara rincorsa di Moving ("I wish I could've been more") che sfocia in un inevitabile addio; c'è l'insofferenza di Tyre Iron che spinge nei suoi archi inquieti, e poi c'è la quiete dopo che il peggio forse è passato nella conclusiva Saturday's Ash, con un theremin però subito pronto a instillare il dubbio ("the sun burns through a new kind of truth / and my fears are so tall").
I Sodastream dimostrano di essere una band in ottima forma, hanno realizzato un album compatto e ricco, a tal punto coinvolgente che non si direbbe sia passato un solo giorno dalla loro stagione migliore, e quasi ti sembra di troppo salutarli con un "bentornati".


I Sodastream stanno per arrivare in Italia per cinque date. Questo il calendario dei concerti:






martedì 21 marzo 2017

"Welcome To The Post-DIY Era"

Una rubrica che una volta si chiamava "Polaroids From The Web" [*]

James Mercer - The Shins

► «It’s probably just that I’m getting older,” he laughs. “You get to a certain age and, for some reason, you start to imagine that there’s something interesting about your childhood. Maybe there’s not, but it’s certainly something that’s become more interesting to me. I guess I’m becoming more nostalgic, because I used to really hate the feeling of looking back - it felt like a negative. Now, I feel like I can reflect on it and not be so embarrassed for who I was»: su Line Of Best Fit una lunga chiacchierata di Joe Goggins con James Mercer degli Shins.

(mp3) The Shins - Name For You

► «This new breed of superstar DIY artist enjoys the benefit of fiercely held independence with world class distribution and marketing. They are taking the tools of DIY but not all of the ethos»: "Welcome To The Post-DIY Era", Mark Mulligan su Music Industry Blog.

► «The great publishing enterprise known as American rock journalism was invented in January 1966. By a kid. In a basement. With a borrowed typewriter.» Su PopMatters, un bell'articolo racconta Paul Williams e gli inizi di Crawdaddy!: niente che non si sia letto già, forse, ma comunque un piccolo bignami appassionato per un ripasso sempre opportuno.

► «A lot of people are like, "OK, queer musician, but female-fronted." People can’t understand that there are multifaceted identities. It’s strange. It’s definitely a worry, but I’m pretty used to it at this point. I wasn’t even thinking about that when we were deciding on the artwork and the aesthetic and everything else»: Adult Mom intervistata da Rookie Magazine per presentare il suo nuovo album Soft Spots.

► «Spoon is arguably the greatest indie band of the last 20 years, with a new album to prove it. How have they stayed so good for so long?» Rob Harvila la tocca piano su The Ringer a proposito della band di Britt Daniel.

► Dopo la rivoluzione di Snapchat, negli ultimi mesi ci siamo ritrovati le "stories" su ogni piattaforma immaginabile (come se uno avesse sempre tutte queste cose interessanti da raccontare poi). Su Music Tech Future, Bas Grasmayer prova a immaginare come potrebbe funzionare uno strumento "story" applicato ai social musicali.

► "The Like Button Ruined the Internet": sull'Atlantic, James Somers parte dalla nostalgia per Google Reader per raccontare qualcosa di più sull'ecosistema dell'informazione completamente guidato (e intossicato) dall'engagement. Mi sembra che possa valere anche per quel che resta dell'informazione musicale.

lunedì 20 marzo 2017

Everyone moved out long ago

 The Butterflies Of Love / Famous Problems

Proprio nella settimana che vede l'addio della storica etichetta Fortuna POP! (parleremo tra poco del festival "Twenty Years Of Trouble") debuttano con un nuovo sette pollici a nome Famous Problems quattro quinti dei componenti dei Butterflies Of Love, ovvero la prima band che, verso la fine degli Anni Novanta, fece fare un deciso salto di qualità al catalogo della label indiepop britannica, tra Peel Sessions e singoli della settimana su NME. I Butterflies Of Love erano maestri nel maneggiare un indie rock a tratti intimo e a tratti psichedelico, tra Velevet Underground e Galaxie 500. Questa nuova creatura sembra seguire le stesse tracce, accentuando le sfumature folk rock più languide e malinconiche. L'anteprima della b-side Moon Thinking è una ballata agrodolce che finisce troppo in fretta. Vedremo se la temporanea reunione della band di New Haven, Connecticut, dopo questa reunion temporanea, e una manciata di date tra USA e UK, tornerà a produrre con una regolarità. Intanto, accontentiamoci di questo ottimo singolo uscito per Where Is At Is Where You Are.

sabato 18 marzo 2017

Past the breakers

Ben Seretan - Past the Breakers

Prima di pranzo avevo un'oretta libera e la casa vuota, e mentre cucinavo mi sono messo ad ascoltare per intero Past The Breakers di Ben Seretan, una traccia di oltre 50 minuti in cui racconta la sua estate del 2015 in tour in Italia. In pratica è la versione audiobook del libro con lo stesso titolo che potete trovare su Adult Punk (tranquilli: in Italia c'è la fidata Love Boat di Andrea Pomini: pre-order disponibile qui).
La scrittura di Ben è piuttosto diversa dalla sua musica: limpida, senza quelle improvvise accensioni che a volte prendono il sopravvento nelle sue canzoni. Nella sua lettura, mi è piaciuto il suo stile fatto di frammenti, eppure al tempo stesso carico di passione e stupore (non riesce quasi a smettere di ripetere "amazing"!). È bello vedere luoghi che conosco bene attraverso gli occhi di un giovane americano che ci capita in mezzo per la prima volta, come lo ZOO di Bologna o l'Hana-bi, e mi ha strappato un sorriso sentire pronunciare da lui nomi che mi sono familiari da una vita (prova a immaginare di dire "San Martino Spino" ad alta voce, là in mezzo a Brooklyn). In un passaggio si ricorda anche dell'intervista a Radio Città del Capo, non si poteva chiedere di più!
Grazie Ben, non solo per la tua musica incredibile, ma anche per la tua poesia.

venerdì 17 marzo 2017

Colombre live @ polaroid!

Colombre live @ 'polaroid - un blog alla radio' - Radio Città del Capo, 7 marzo 2017

Oggi esce Pulviscolo, l'esordio di Colombre pubblicato da Bravo Dischi. Colombre è Giovanni Imparato, che su queste frequenze conoscevamo da un sacco di anni per i suoi Chewingum. Questa sua nuova creatura è diversa, è un mostro in fondo al mare che mi affascina e intorno a cui abbiamo fatto una lunga chiacchierata nel podcast di lunedì.
Qui sotto invece trovate le canzoni che Colombre (grazie anche a Nur di Rockit!) ci ha regalato dal vivo in acustico in radio: 

Colombre live @ "polaroid - un blog alla radio"
Radio Città del Capo, 7 marzo 2017


1. Blatte
2. Sveglia
3. TSO



Hai trovato un'altra scusa per restartene da solo, un'altra scusa per aspettare. Potrebbe essere un ritornello da aggiungere alla mia vita, potrebbe essere un tuo biglietto pieno di rabbia, se non avessi smesso di parlarmi. Invece sta dentro la canzone più allegra, più primaverile, più scopertamente indiepop (e forse anche quella che mi ricorda più da vicino i vecchi Chewingum) di questo nuovo e prezioso Pulviscolo.
Colombre è un'idea di musica che a prima vista non sai come afferrare, e che continui a inseguire perché non hai ancora capito se da lei cerchi risposte, o l'avevi scambiata per un invito e ora non puoi più tirarti indietro. C'è quel passo quasi da Real Estate della title track in apertura, e la magia di Giovanni Imparato sta tutta nel tenere assieme l'amarezza e l'affetto, la polvere e la redenzione. Tagliare i ponti col passato e accarezzarlo in un gesto solo. Lo so, è fin troppo facile, ma viene voglia di sovrapporre alla storia d'amore dentro questa canzone la stessa musica di Colombre. Questo disco è la traversata, la nave partita dal porto dei Chewingum e ora in mezzo al mare, a inseguire nuove rotte di poesia. Ci si può orientare con le consuete stelle: innanzitutto Lucio Dalla e Lucio Battisti, da sempre citati tra i riferimenti della scrittura di Giovanni, insieme ai Beach Boys. Ma in queste acque potremmo parlare anche di correnti nuove, quelle atmosfere alla Mac DeMarco (soprattutto in Blatte) o alla Girls, che non portano alla deriva, anzi se ne vanno a esplorare nuovi orizzonti. E là poi diventa uno spasso farsi sorprendere, per esempio, da Dimmi tu, che danza con quella leggerezza e licenziosità Anni Settanta che mi ricorda gli esperimenti dei Valderrama5 di qualche tempo fa. Oppure da Deserto, che addirittura si dilata languida come certi primi Air.
Pulviscolo, nelle intenzioni di Colombre, vuole essere un disco che cattura una certa urgenza e immediatezza. Però, si sa, le intenzioni degli autori e le loro opere seguono geografie contigue, ma quasi mai identiche. Pulviscolo è senza dubbio un disco che sembra "aprirsi" al primo ascolto, con un linguaggio terso e melodie che sono brezze d'estate, ma non bisogna correre il rischio di lasciarsi sfuggire le sue ricchezze e i suoi tesori, la perla che ci ha promesso il racconto di Buzzati da cui prende il nome la band. Davvero, Pulviscolo è già uno dei dischi italiani più belli, più emozionanti e più importanti di quest'anno.




giovedì 16 marzo 2017

Hopeless romantic

HIGH SUNN - POLAROIDS

Un nuovo adorabile singolo intitolato proprio Polaroids, che esce sulla incontenibile PNK SLM e che trabocca malinconico jangle pop: direi che ci sono tutti gli elementi per finire su questo blog in alta rotazione! Lui si chiama High Sunn (l'anno scorso in radio avevo passato una sua cassetta pubblicata da Spirit Goth) ed è un giovane cantautore di San Francisco chiamato Justin Cheromiah. Definisce il suo progetto "an angst-driven dreampop band" e a giudicare dalla quantità di dischi e autoproduzioni, sembra usare Bandcamp come un diario personale (magnifici i titoli del tipo Pretend We're Kissing e Luv Songs For Whiners). Questa nuova canzone suona meno lo-fi di molte sue produzioni precedenti e mi ricorda i migliori Beach Fossils: non a caso il disco è stato prodotto da Dylan Wall, già al lavoro con i Craft Spells. Polaroids anticipa l'EP Hopeless Romantic (casomai non fosse stato ancora abbastanza chiaro) in prevendita qui.



High Sunn - Polaroids

martedì 14 marzo 2017

Oh, what a drag it is to win

Clap Your Hands Say Yeah - The Tourist

"Meglio continuare a muoversi / meglio restare immobili": Better Off, uno dei singoli che aveva anticipato l'uscita di The Tourist, il quinto album dei Clap Your Hands Say Yeah, indicava già uno dei temi che sembrano attraversare tutto il disco. "Meglio mollare che non fare niente": c'è indecisione e urgenza al tempo stesso. Il ritmo è incalzante, un po' alla Some Loud Thunder, i bassi nettamente sopra le righe, mentre la voce (che trova pure il tempo di citare Vicious di Lou Reed) sembra distendersi sopra la melodia, quasi abbandonarsi alla confusione dei pensieri, fino a quando gli echi si sovrappongono in un crescendo: "what I'm doing now, what am I doing now..."
"I get up to be the tourist, but am I the pilot?" si domanda la traccia d'apertura The Pilot. Alec Ounsworth, rimasto l'unico titolare della band, dopo che negli ultimi cinque anni tutti i componenti originari della formazione se ne sono andati, forse ha trovato una nuova motivazione e una nuova vena creativa. Sarà l'entusiasmo della primavera, ma mi sembra che queste nuove dieci canzoni, e soprattutto la loro coesione, possano essere considerate allo stesso piano dell'indimenticabile, e probabilmente irripetibile, debutto del 2005.
Ovvio, quell'impatto non lo avranno mai, né i CYHSY ritroveranno più le attenzioni che hanno goduto in quell'epoca (e non voglio neanche avvicinarmi con un bastone all'antipatica definizione di "blog rock"). Anche perché, già a cominciare dai primi tour che quasi impreparati e riluttanti si ritrovarono a fare, e poi soprattutto con il secondo album, la band di Philadelphia aveva fatto di tutto per far capire che non erano interessati a quel tipo di successo e notorietà.
E proprio con questo disco, che lo vede da solo e con cui ritrova finalmente in maniera piena quella prima ispirazione, Ounsworth sembra tra le righe riconsiderare la sua carriera con occhio distante: "Oh, what a drag it is to win". Ma non diamo nulla per scontato, questa non è una resa, anzi il tempo incombe, diamoci una mossa: "I can't take a breath and settle down. This revolution is only in my head. The loose ends are coming for me now. They’re coming for me now", proclama la bellissima Loose Ends. L'urgenza della musica si fa urgenza esistenziale. Non so quali travagli e sofferenze abbia patito Ounsworth in questi anni, ma sembra esserne uscito come una persona nuova.
Le cose che amavamo (o almeno, che io amavo) dei Clap Your Hands Say Yeah sono ancora tutte qui: quella capacità di combinare con grazia David Byrne e Bob Dylan la ritrovo immutata, e per fortuna! Quella poesia frantumata fatta di nonsense in cui, all'improvviso, emergono parole slegate che nonostante tutto ti restano stampate addosso: qui, per esempio, Unfolding Above Celibate Moon (Lost Angeles Nursery Rhyme) riesce a tirare fuori un verso mettendo assieme i Velvet Underground di "I’ll Be Your Mirror" e "I’m Still Your Fag” dei Broken Social Scene. E quella capacità di concepire una musica vibrante ed euforica che ti entra sotto pelle e ti fa gettare le braccia al cielo è sempre la stessa. Ma è rimasto lo stesso anche il gesto schivo di voltarti le spalle da un momento all'altro, perdendosi in divagazioni sperimentali subito dopo averti regalato un ritornello da saltare in pista come fosse il 2005 (la formidabile The Vanity Of Trying).
Proprio questa canzone racconta "I’ve been looking for easy solutions" ma forse non sono quelle a dare maggiore soddisfazione. "We can be whatever, whatever, whatever we want" mi sembra già molto più combattivo e promettente. Un nuovo inizio per i Clap Your Hands Say Yeah.



Clap You Hands Say Yeah - Better Off

lunedì 13 marzo 2017

Hater + Curiositi live @ Grand Öl&Mat, Malmö 2017-03-10

Curiositi live at Grand Öl&Mat, Malmö 2017-03-10
(via Instagram)
Hater live at Grand Öl&Mat, Malmö 2017-03-10
(via Instagram)

Ok, non vogliamo essere precipitosi: non parliamo già di disco dell'anno a marzo, ma You Tried, il debutto degli Hater pubblicato da PNKSLM, quanto meno è già candidato a diventare uno dei dischi più suonati della primavera qui a polaroid. Con loro è stato amore a prima vista, e li abbiamo seguiti passo dopo passo fino a questo LP che mantiene tutte le promesse e su cui tornerò presto.
Ma intanto, venerdì sera a Malmö c'è stato il release party, e in apertura di concerto suonavano i nostri Curiositi (il progetto synth-pop di Emil "Parker Lewis" e Matilda dei Mixtapes & Cellmates: ne avevamo parlato qui).
Mi piangeva il cuore non poter essere là per tutti e due, e quindi il minimo che Emil poteva fare era scrivermi un piccolo report della serata. Grazie vez, ti devo una bottiglia di lambrusco!

About last night. It was a big catharsis and a resurrection for me personally. I've felt a little homeless since I decided to call it quits with Parker Lewis. I haven't been sure that I'd ever get the chance to play music in front of an audience again. Who knows you know? And for us, for me and Matilda, these last couple of weeks have been all about preparing for the show. It's been on our minds all the time. It's crazy you know but it becomes such a big deal and so important when you love it this much.
Hater asked us to support them on their release party. They're such nice people. Gifted and humble. And their album is amazing I think. I want to fast forward time a couple of years to hear them on their third album. I think they're at like 65% of what they're capable of doing. You can see the light of inspiration shine right through them. Truly special.

The place was packed since 10. We got on stage at 10:44. We left the stage 11:06. It's a bit hazy but I was really really nervous and I was scared of the microphone. Matilda looked happy. I almost cried watching Erik and Adam play their hearts out for Curiositi. I had so much love for all the friendly faces that we've got to know in Malmö since we moved here. I think we did good! And I feel like myself again.
Hater went on stage at 11:32. It's just so hard to describe the kind of honesty and like true spirit of how they felt. Caroline's voice is just perfect. It's next level shit. And the songs they write... We listened to the album right before we walked over to the club and from time to time we just laughed cuz it's like.. There's hundreds of bands that try to do what they do and they manage to sound completely unique both in their songwriting and in how they sound as a band.
My favorite moment of their show was the first seconds of Mental Haven. It was like a tiny shockwave of joy through the audience. Like everyone started glowing a little. And seeing the band reacting back, taken by the moment. Truly one with the audience.

Me and Matilda met at a magic festival outside of Modena in 2007, where it felt like everyone had a little bit of fairy dust on their shoulders. It's painfully cheesy to say but I'm just really happy that I get to do shit like this still/again and that bands like Hater and cities like Malmö make magic like this happen.
Greetings from Möllan =)


Hater - Mental Haven


Curiositi - Finding Out

sabato 11 marzo 2017

Boys & Girls

BOYS & GIRLS @ COVO CLUB / POLAROID

"polaroid – un blog alla radio" – S16E20

The Drums – Blood Under My Belt
Ceremony – The Separation
Beach Fossils – This Year
Bikini Kill – Rebel Girl
[in collegamento con Davide dalla redazione di The Breakfast Jumpers]
Ohio Kid – Cattle
Nirvana – Territorial Pissings
Wavves – Daisy
M.I.A. – Bring The Noize
The Garden – All Smiles Over Here

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venerdì 10 marzo 2017

In a world of mouths, I want to be an ear

JENS LEKMAN - LIFE WILL WEE YOU NOW

Se avete visto Jens Lekman in concerto almeno una volta nella vita, è probabile che conosciate bene il gesto con cui di solito conclude la sua dolcissima A Postcard To Nina: quello svolazzo della mano a mezz’aria a mimare una firma prima dell'ultimo verso: “yours truly, Jens Lekman”. Mi ha sempre colpito la naturalezza con cui Jens inserisce il proprio nome nelle canzoni (vedi anche Black Cab o la giovanile Jens Lekman's Farewell Song to Rocky Dennis), una cosa, per esempio, assolutamente all'ordine del giorno nell'hip-hop, ma per niente diffusa nell'indiepop.
Credo fosse un modo per prendere le distanze, per mettersi un po' al riparo da una scrittura in prima persona dentro cui era facilissimo (e anche molto divertente) identificarsi, ma che rischiava di diventare cliché autobiografico. Era un modo per esporsi e sottrarsi al tempo stesso. Io, Jens, divento "Jens", un personaggio delle mie stesse storie. Vedete? Parlo di me ma possiamo guardare tutto da fuori.
Dentro To Know Your Mission, la canzone che apre il nuovo album Life Will See You Now, invece succede il contrario. La prima inquadratura segue un missionario mormone in giro per le strade di Göteborg in un giorno d'estate. Il suo vagare è pieno di dubbi, la ricerca di una meta è una cosa sola con la ricerca di uno scopo nella vita. Incontra un ragazzino chiamato Jens che, più che parlare della Bibbia, è interessato a chiedergli come ci si sente ad avere una missione. Qual è il tuo sogno? Scrivo canzoni, ma se non funziona voglio fare il lavoro di mio padre, l'assistente sociale. Mi piace ascoltare le storie della gente. "In a world of mouths / I want to be an ear". E così il giovane Jens realizza che il suo scopo nella vita sarà questo: "I know what I'm here for / I know who I'm serving / I'm serving you". Il disco che segue, dunque, sarà l'antologia delle storie che quel "Jens" avrà raccolto lungo la sua strada, trasformate in canzoni e donate a noi.
Lekman riesce con una sola mossa a darci la chiave di lettura per entrare nel suo nuovo disco e in qualche modo a "chiuderci fuori". Sembra più difficile, per una volta, immedesimarsi davvero nella sue canzoni. Le storie sono raccontate come sempre in maniera impeccabile, ma mi sono accorto che, ascolto dopo ascolto, forse anche per colpa di qualche arrangiamento più sgraziato del solito, alcune mi scorrevano addosso senza che me ne accorgessi. La produzione di Ewan Pearson (uno che ha lavorato con Rapture, Junior Boys, !!! e M83) sembra levigare e appiattire la scrittura di Lekman vestendola con un'elettronica disadorna (le campane sul ritornello di To Know Your Mission da pop radiofonico Anni Ottanta, quella drum machine in Evening Prayer che grida vendetta, l'effetto karaoke su Wedding In Finistère...). Per esempio, puoi riconoscere in quale momento sta rifacendo qualcosa di Sipping On The Sweet Nectar, o di I Saw Her At The Demonstration, ma è come se lo facesse in scala ridotta.
Intendiamoci: la poesia di Lekman è fuori discussione. Solo lui possiede quel tocco lieve con cui può permettersi di fare rime assurde tipo "Ibuprofen / Pacific Ocean", tirare in ballo fossili del Cambriano per parlare di un primo bacio, oppure, avendo a disposizione la voce di Tracey Thorn, costringerla a cantare una strofa bizzarra come "My brother was an electrician / But when he was younger he had other ambitions". Ma in generale la sensazione è che Jens, avendoci consegnato quel giovane "Jens", si sia poi fatto da parte, sollevato dall'idea di dovere soltanto trasportare storie altrui, e tornando ad apparire in rare strofe (forse, non a caso, la tripletta How Can I Tell Him, Postcard #17 e Dandelion Seed sta in fondo al disco).
Le canzoni di Life Will See You Now sono in buona parte i frutti del lungo lavoro al progetto Ghostwriting e dell'esercizio delle Postcards (con il quale, lungo tutto il 2015, Lekman aveva postato su Soundcloud una canzone alla settimana), e non si può certo dire che manchino di inventiva e personaggi forti: il professore che costruisce con una stampante 3D un modellino del proprio tumore, due innamorati che vanno ad accendere una ruota panoramica di notte, la storia di un amore omosessuale impossibile da rivelare, un matrimonio speciale in riva al mare.
Quello che in parte manca (o forse è un po' mancato a me, almeno in queste prime settimane in compagnia del disco) è stato quel Jens che ognuno, negli anni, di concerto in concerto, aveva fatto diventare un amico molto intimo, un confidente, uno dei ricordi più cari di questa vita passata ad ascoltare una musica che interessa a sempre meno gente. Life Will See You Now racconta come "le storie" abbiano dato a Jens una risposta alla domanda intorno al "cosa fare". E di questo non posso che essere felice. Resta ancora abbastanza aperta la risposta alla domanda cosa ce ne facciamo noi delle storie se viene meno il calore che ce le aveva rese care in principio.



Jens Lekman - What's That Perfume That You Wear?


Jens Lekman - Postcard #17