mercoledì 30 settembre 2015

Everything goes away in the fading light

The Yellow Traffic Light - To Fade At Dusk

"Svanire al crepuscolo". Dileguarsi nel momento in cui le ombre si confondono, quando sembra esserci ancora luce a sufficienza per fidarsi, o aggrapparsi. La notte sta per avere la meglio, ma tu scompari. Sparire dentro quel punto incerto, quando non rimane più altro da fare. To Fade At Dusk è il titolo che gli Yellow Traffic Light hanno scelto per il loro nuovo EP in uscita su We Were Never Being Boring. Nonostante l'immaginario di questo disco faccia in qualche modo riferimento a un tormentato passaggio tra le ombre, il giovane quartetto torinese sembra avere reso la propria musica più nitida e incisiva, puntando a suoni più frenetici rispetto al precedente Dreamless, e mostrandosi ancora più sicuro dei propri mezzi. Chitarre immerse nei riverberi ma al tempo stesso aspre. Melodie svelte, a presa rapida, ma canzoni che si distendono in cadenze ampie, verso la psichedelia. Lo shoegaze del nuovo secolo e il movimento imprescindibile di casa Captured Tracks, da una parte, ma anche una solida formazione sui classici tipo Doors, Pink Floyd, la lezione kraut, dall'altra. La sintesi perfetta nell'amore per il garage rock, da cui hanno appreso un certo atteggiamento sfrontato. E quello che colpisce in questo nuovo lavoro degli Yellow Traffic Light è proprio la determinazione, la risolutezza con cui ti sbattono addosso le loro canzoni, senza tanti giri di parole. Premete play qui sotto, attenti a non scomparire.



The Yellow Traffic Light - To Fade At Dusk EP

lunedì 28 settembre 2015

Endless sort of day, playing in slow motion

Ultimate Painting - 'Green Lanes' - Trouble In Mind, 07/08/2015

Una delle recensioni più negative di Green Lanes, il secondo album degli Ultimate Painting (un 4 scarso su Consequence Of Sound, se ne avete curiosità), nota una piccola cosa che mi sembra interessante e condivisibile: mentre l'ispirazione dell'eponimo debutto del 2014 "was cool and autumnal, Green Lanes emerges into sunlit, summery bliss". In questo passaggio, per me, sta uno dei meriti maggiori del disco. Anzi, mi sembra che gli Ultimate Painting abbiano trovato il modo di suonare più efficaci, incisivi e più fedeli anche al loro ottimo impatto live. Green Lanes ha un'anima con meno psichedelia e un po' meno California, mentre lascia in primo piano tutta un'altra serie di influenze necessarie: avanti quindi con i Velvet Underground (vedi l'apertura di Kodiak), certi Beatles rilassati (Break The Chain), i Teenage Fanclub più zuccherosi (Sweet Chris), mentre Woken By Noises ripercorre addirittura il sentiero del Subterranean Homesick Blues di Bob Dylan. In questo nuovo lavoro James Hoare dei Veronica Falls e Jack Cooper dei Mazes sono riusciti ad amalgamare tutti questi elementi senza dare mai l'impressione di esagerare. Tengono il loro passo sicuro, equilibrato e mai brusco, nemmeno nella frustrata (I’ve Got the) Sanctioned Blues, e sanno come fermarsi un attimo prima di suonare troppo prevedibili. Lungo tutto il disco si respira un'atmosfera calma quasi Yo La Tengo, una brezza calda ed estiva per l'appunto (vedi The Ocean), che mi pare esalti a meraviglia la musica della band. Forse a qualcuno sembrerà un disco che non vuole prendersi troppi rischi, ma in questo caso io direi che un'onesta consapevolezza dei propri mezzi finisce per dare consistenza al risultato e suonare molto più divertente.

(mp3) Ultimate Painting - Out In The Cold


Ultimate Painting - Break The Chain





giovedì 24 settembre 2015

"Start another fire and watch it slowly die"

Per i dieci anni di "Clap Your Hands Say Yeah"


10 Years With Clap Your Hands Say Yeah

La settimana scorsa Stereogum ha pubblicato un articolo per il decennale del debutto dei Clap Your Hands Say Yeah. Negli ultimi mesi ho letto in giro almeno quattro o cinque pezzi del genere, e questo non è nemmeno il peggiore, ma l'ho trovato abbastanza elusivo, fin troppo ingiusto nei confronti di una band che si è ritrovata a reggere sulle proprie spalle un peso che non aveva mai avuto intenzione di sopportare. Così, mi è venuta voglia di celebrare anche qui questo anniversario tutto sommato importante, almeno per questo blogghetto.
Verso la fine della primavera del 2005 mi presi una cotta formidabile per la band di Alec Ounsworth, un vero e proprio trascinante amore a prima vista. Sembravano sbucare fuori dal nulla, con un suono fragile, ambiguo ed epico al tempo stesso, capace di darmi i brividi mescolando Talking Heads, Bob Dylan e Neutral Milk Hotel, e soprattutto con una voce schiva, agonizzante, che faceva infuriare più o meno tutti. Erano bastati un paio di mp3 che, se ricordo bene, la band aveva messo sul proprio sito, ancora prima che su Myspace, e mi avevano conquistato. Credo di averli suonati in radio fino allo sfinimento. Ricordo l'esatto momento in cui ho ballato The Skin Of My Yellow Country Teeth su una pista per la prima volta. Nessuno sembrava sapere nulla di loro. Avevi la sensazione che fossimo tutti lì intorno, a vedere qualcosa che nasceva in quell'esatto momento, e che Pitchfork, Coolfer o The Modern Age (ma ve li ricordate?) ne sapessero esattamente quanto te, e soprattutto fossero confusi e perplessi dall'entusiasmo generale. Cominciai a seguire ogni piccolo frammento di notizia che riguardasse la band con una serie di post più o meno settimanali, candidamente intitolati "Osservatorio Clap Your Hands Say Yeah". Lo so, è tutto molto naïf, ma per darvi l'idea del ritmo che avevano le notizie anche solo dieci anni fa, il buon Andrea Girolami ritenne rilevante chiedermene conto in una piccola intervista che mi fece per Rumore (inside job!). Intanto a settembre era arrivato l'album Clap Your Hands Say Yeah, stampato in proprio dalla band: normalissima prassi DIY nota da almeno tre decenni, eppure il sold out istantaneo ottenne comunque un certo clamore, con interventi a cura di venerabili opinionisti di Billboard ed editoriali del direttore marketing di Insound. Quello che si chiedevano tutti era: dunque questi blogger spostavano numeri? Giravano soldi? Esisteva qualcosa che assomiglisse a un business? La risposta è stata no, o magari un "sì-ma-non-come-te-lo-aspettavi", ed è stato evidente abbastanza presto, ma almeno la scena registrava un certo movimento. Personalmente, non ho mai preteso di farmi una carriera nel giornalismo musicale, però se dovessi dire qual è stato l'apice del successo per "il tizio di polaroid", probabilmente ricorderei quella volta che (grazie a Colas e al leggendario mensile Losing Today) una major pagò a me e al fidato Lucio con la sua Lomo un paio di biglietti aerei per andare a un festival in Francia. Non direi che quell'intervista ai Clap Your Hands Say Yeah sia uscita esattamente memorabile ma era merito loro se anche noi, modesti impiegati, avevamo vissuto il nostro piccolo momento Almost Famous. Era la fine del 2005, a Capodanno facemmo saltare l'impianto con i Bloc Party, gli Arctic Monkeys, gli Arcade Fire, i Maximo Park, Rough Gem degli Islands e le Pipettes, le Pipettes, le Pipettes! Era l'anno di Alligator dei National, Warmer Corners dei Lucksmiths e il debutto degli Architecture In Helsinki. Era l'anno di Frida Hyvönen, dei mille gruppi svedesi che duravano una settimana e per cui perdevo la testa, era l'anno dei nostri Le Man Avec Les Lunettes invitati a Emmaboda. Dite quello che volete, io ho splendidi ricordi di quella stagione. Qualche tempo fa, Dorian Cox dei compianti Long Blondes ha scritto un bell'articolo intitolato "Did I Love 2005?", in cui nota di passaggio che "there was still an outsider quality to indie music back then". Ed era quella che tenevamo stretta al nostro cuore.
Ho sempre detestato l'etichetta fasulla di "blog rock". Possiamo parlare finché volete della morte della forma blog; possiamo dubitare della consistenza di parecchi dischi usciti in quegli anni; possiamo riconoscere che, alla fine, si trattava sempre di "white male guitar bands". Ma "blog rock" è proprio un'espressione che trovo antipatica, antistorica e soprattutto inutile. Il deludente post di Pitchfork che, parlando dell'anniversario dei Clap Your Hands Say Yeah, cerca di accreditare la tesi secondo cui i blog all'epoca avrebbero voluto diventare "the next Seattle" e poi fallirono, è abbastanza rivelatore: "the excitement was understandable, as it is any time a perceived barrier is broken down". Il comune denominatore di questi pezzi, in fondo ben poco celebrativi di un anniversario, sembra essere questo tono da "Avete visto? Ve l'avevamo detto: non sanno suonare! Vi siete sbagliati!". Vaffanculo, Pitchfork: "now that I'm so sad and not quite right / I could dance all night / I could dance all night!". Il paternalismo della critica musicale a volte sa essere così mediocre.
La domanda che mi sembra manchi in tutti questi articoli riguarda i modi in cui si genera l'hype oggi. E soprattutto: questa domanda ha ancora senso? E perché sarebbe superata? Per qualche motivo, è stato lo stesso "case history" dei CYHSY a contribuire a scavalcarla e renderla obsoleta? Perché ha funzionato in quel modo, per quella band e in quel preciso momento, e non per altri? Come spesso succede, non è molto utile fare i nostalgici: sì, avevo dieci anni di meno, ma tanto c'è sempre qualcuno con dieci anni di più, pronto a dirti che a quel punto era già tutto passato e finito da un bel po'. Invece, quello che mi interessa è capire se e come la spontanea euforia per un suono o una band ha ancora la capacità di generare qualcosa di così nuovo e collettivo, tanto da doversi meritare un'etichetta deprecabile come "blog rock" da parte di qualche critico. La tentazione di prendersela con i social network e di dire che siamo diventati troppo pigri per nuove rivoluzioni è forte, ma non può essere tutto qui. Oppure non so, magari le cose succedono ad altri livelli, più fashion e club oriented, che mi sfuggono perché in ogni caso la next big thing del presente non è nella musica fatta con le chitarre. Ma quella forse è soltanto questione di "puntualità delle mode musicali", come cantava qualcuno. La cosa di cui ho sentito la mancanza leggendo le varie commemorazioni del decennale di Clap Your Hands Say Yeah è una riflessione sull'amore per la musica all'epoca di Spotify, Instagram e Facebook, scritta da qualcuno che ancora, in effetti, ama la musica. Qualcuno che non ha paura di fare brutta figura lanciandosi in dichiarazioni avventate, impulsive, imprudenti, spettinate ma, alla fine di tutto, sincere, perché fatte per condividere qualcosa e non per arrivare primi sul pezzo. Qualcuno che balla e suda e perde gli occhiali sulla pista piena. La cosa bellissima di un disco come quello, e che voglio ricordare dieci anni dopo, era che sembrava rendere necessario sbilanciarsi, esporsi e spettinarsi. E io voglio che succeda ancora fra dieci anni e dieci anni ancora. Clap your hands!

(mp3) Clap Your Hands Say Yeah - The Skin Of My Yellow Country Teeth

mercoledì 23 settembre 2015

We could have met at a better moment


Rifiutarsi di accettare che questo sia il primo giorno d'autunno. Non esiste. Al massimo, concedere che possa essere "diversamente estate". Non importa che stia piovendo da questa mattina. Se c'è un momento giusto per ascoltare un EP intitolato Cold Summers è questo. Loro si chiamano Crepes, provengono da Melbourne, e il singolo che dava il titolo al disco era già finito anche nel nastrone di luglio. Anche il resto del disco, però, è parecchio interessante. Se i primi paragoni che si erano guadagnati sembravano portare verso un certo indie rock lo-fi rilassato, tra Real Estate, Mac DeMarco e Twerps, in realtà la loro musica offre molto di più. Io ci sento un sacco di Syd Barrett, magari senza ombre né tormenti, ma con la stessa svagata predisposizione al sogno. Le canzoni hanno un incedere ondeggiante, quasi ironico anche quando si mostrano più sentimentali. Merito in buona parte della voce morbida di Tim Karmouche, e dei languidi riverberi in cui sono immerse le chitarre. Fuori fa più freddo, è vero, ma in mezzo a queste canzoni è rimasta impigliata ancora un po' d'estate.

(mp3) Crepes - Cold Summers


Crepes - Size Of Your Town

venerdì 18 settembre 2015

MAP - Music Alliance Pact #84

MAP - Music Alliance Pact

Eccoci a un nuovo appuntamento mensile con il progetto MAP - Music Alliance Pact, ovvero una ventina di blog di tutto il mondo che selezionano per voi una nuova band interessante del proprio Paese, ve la presentano e vi regalano una canzone. Un ottimo modo per scoprire nuova musica in modo non convenzionale. Per chi volesse capire di cosa stiamo parlando, questo è il riassunto delle puntate precedenti.

Tra i nomi che mi hanno incuriosito a questo giro:
- Emicida, rapper brasiliano che filtra l'hip-hop con elementi di musica africana e brasiliana;
- Few Fingers, duo portoghese dalle distese sonorità folk;
- il crooner australiano Jack Colwell, con una musica solenne e fuori dal tempo;
- i cileni Planeta No, con un funkeggiante pop dai colori neon Anni Ottanta;
- il giapponese Takeaki Oda, che mescola chillwave e citazioni di videogiochi.

Any Other - 'Silently. Quietly. Going Away.' (2015 - Bello Records)
Il nome italiano che questo mese sono davvero contento di aggiungere alla nostra piccola playlist internazionale è quello degli Any Other. Avevo già presentato la nuova avventura di Adele un paio di mesi fa, all'epoca del primo singolo Gladly Farewell. Nel frattempo Bello Records ha dato alle stampe l'album di debutto Silently. Quietly. Going Away, ed è un lavoro che va oltre ogni aspettativa, sia per la scrittura dei pezzi, sia per il lavoro sui suoni. Sapevamo già dell'amore degli Any Other per l'indie rock più classico. I riferimenti che vengono sempre citati per presentarli vanno dai Built To Spill ai Pavement, passando per Modest Mouse ed Elliott Smith. Ma in questi giovani ragazzi avverti una consapevolezza, una capacità di stare del tutto sulle proprie gambe, che lascia incantati e ti fa sorridere con un ottimismo che non è comune nella nuova musica italiana. La parola d'ordine di questo disco, se vogliamo cercarla, mi pare sia dentro un verso della canzone d'apertura, Something: "I'm not interested anymore in feeling bad". Quella degli Any Other è una scrittura che racconta la lotta giorno per giorno, centimetro dopo centimetro, per conquistare il proprio spazio. E non ha paura di dire in faccia al mondo "you cant' hurt me anymore". La voce di una giovane donna che riflette intorno al diventare sé stessa,"I have to grow up", tra momenti di smarrimento (365 Days) e vigorose reazioni (5.47 PM). E mi sembra importante che ci sia una canzone intitolata Teenage, parola chiave abusata, tuttora terreno di scontro.
Per tutto questo, mi piace segnalare Any Other nel MAP di questo mese: per scaraventare, nel mio piccolo, Adele e le sue canzoni là fuori, nel mondo dei giornalisti musicali (inteso: ormai tutti quelli che ascoltano musica) che elogiano le varie Courtney Barnett, Waxahatchee, Girlpool, Speedy Ortiz, Adult Mom eccetera. Tutte le nuove voci innalzate negli ultimi due tre anni (penso a siti tipo Rookie, Pulpzine o Le Sigh) a ruolo di bandiere della rinnovata consapevolezza indie rock DIY al femminile (anche se, ricordiamolo sempre, "woman is not a genre"). Ecco, gli Any Other non sono da meno. Vorrei tantissimo vederli su qualche palco di Brooklyn, in una di quelle serate di cui parla Liz Pelly su Fuckthemedia, vorrei vederli al CMJ e al SXSW, vorrei leggerli in un articolo di Jessica Hopper. Gli Any Other, venendo fuori da qui, dalla pigra provincia italiana, mediocre e risaputa, hanno abbastanza cose da dire per giocarsela a quel livello, e potercela fare. Datevi una mossa!
In conclusione, una piccola nota nerd e personale. Dopo aver visto la band dal vivo, posso finalmente dire che le canzoni di Adele sono magnifiche in versione acustica, quando gira da sola chitarra e voce, ma suonate in formazione rock classica, sopra un palco con un poderoso volume, sono ancora meglio. Anzi, dovrebbero sempre essere ascoltate così. E vorrei proporre di aggiungere alla ineluttabile lista delle influenze e dei riferimenti musicali un nome minore, ma non meno entusiasmante: quello sempre troppo trascurato dei Life Without Buildings. La canzone che chiude il disco, To The Kino Again, il cui ultimo verso dà il titolo a tutta la raccolta, nella resa live sentita un paio di sere fa al Bronson di Ravenna è stata stupefacente. L'esplosiva rabbia della prima parte mi è arrivata addosso in maniera imprevista e ricordava davvero la nervosa band di Glasgow. Se è un segnale del fatto che, in futuro, gli Any Other potrebbero innestare sulla loro radice più folk anche accenti più spigolosi io non so davvero cosa li potrà fermare. L'indie rock italiano non sta affatto "silently, quietly going away". Proprio per niente.

(mp3) Any Other - Gladly Farewell


Clicca qui sotto per leggere il resto della playlist del MAP di settembre, con il link per scaricarla tutta in un colpo solo.

mercoledì 16 settembre 2015

Look us in the eyes and tell us you're not getting old

WOOLEN MEN – TEMPORARY MONUMENT

Do you want to stay cool forever
Or do you want to just burn with love
Each choice has its punishments
Each choice has some reward


Cos'è il punk se manca la sfida? Se non ti salta addosso, non ti si pianta davanti, vicino alla faccia, e non ti lascia scansare il confronto? I Woolen Men sono punk, perché con la loro musica sanno fare domande che suonano più forte di chitarre spaccate e urla nel microfono. Questo non vuol dire che non si possano rintracciare nelle loro canzoni evidenti rimandi a band come Minutemen, Fugazi, Devo, Gang Of Four o Feelies, per fare qualche nome. Ma la prima cosa che mi colpisce di questo loro nuovo Temporary Monument (pubblicato da Woodsist) è piuttosto il senso di alienazione che sanno raccontare, che pervade ogni loro nota. Anzi: la tensione tra l'alienazione e la testarda volontà di opporsi e reagire. "I don't belong here in this place" proclama in apertura Life In Hell, e la metafora è chiara: il protagonista è arrivato in paradiso ma non può rimanere perché "I forgot how to sing the song". I Woolen Men vogliono dimenticare come si suona la canzone che ci aspettiamo da loro. Hanno in mente un'idea precisa del paesaggio che li circonda: "Our hometown has been buried under an avalanche of condos and pointless businesses catering to the newly rich". E allo stesso modo è capitato alla musica: "Music today is rendered powerless -- white noise made in the echo chamber, for the great Smooth Face that gazes once and moves on". Le canzoni sono quasi sempre nervose e frenetiche, un lo-fi spigoloso e aspro. Un perenne stato di agitazione per contestare la mediocrità. Se da un lato la band di Portland pretendeva "an actual honest to god conversation with what we just made and how it fits into all the shit that's goin' on right now", dall'altro non ha nessuna intenzione di renderti le cose facili (vedi il minuto secco di Alien City o l'ossessiva title-track). E quando meno te l'aspetti  i Woolen Men sanno benissimo creare anche melodie malinconiche e sfiorare un territorio quasi jangle-pop. After The Flood con un semplice organo aggiunge una nota Flying Nun al loro suono: "I you have to live with what you've done, and the feel of it linger, it lingers", mentre l'album si chiude con la nostalgia di Walking Out. Sarebbe davvero una cosa molto bella se questo 2015, tanto per cambiare, smentisse il cinico disincanto con cui i Woolen Men guardano il mondo.



Woolen Men - Clean Dream


Woolen Men - After The Flood

lunedì 14 settembre 2015

When the season ends - l'album di debutto di Hibou in full streaming

HIBOU STREAM SELF-TITLED DEBUT ALBUM

Mi piace l'etichetta "bedroom pop" perché ha l'ambizione di raccontare qualcosa sia della musica che descrive, sia di chi l'ascolta. La "cameretta" è un'idea così sbiadita, un'immagine dai contorni vaghi, ormai talmente legata al passato che prima o poi qualcuno si deciderà a costruire parchi a tema "Adolescenza nel Novecento", dove potremo affittare dodici metri quadrati di nostalgia, buttarci sui letti singoli con le cuffie, attaccare adesivi al muro, e tutto quello che sapremo del mondo esterno ci arriverà da riviste mensili, radio senza podcast e programmi televisivi senza torrent.
"I recorded this album in my walk-in closet and my room at my parents’ house", dice chiaro e tondo Peter Michel, alias Hibou a proposito del suo album d'esordio in uscita su Barsuk (oddio, da quanto tempo era che non parlavamo della Barsuk a polaroid!). Eppure, il risultato non è affatto claustrofobico. Ci sono i riverberi di chitarre cariche di brezze, ci sono melodie distese, ci sono i pezzi "per immaginare di ballare" (ovviamente guardandosi le scarpe), e ci sono suoni "piccoli" ma tutti al posto giusto. Se la versione post-chillwave del synth-pop Anni Ottanta ha rappresentato un po' il pensiero debole della musica di questi ultimi anni, tutto sommato Hibou ne fornisce una lettura solida e convincente. Forse senza picchi di originalità, ma con un certo gusto e alcune canzoni davvero azzeccate, come Sunder, GlowWhen The Season Ends. Nonostante la raccolta comprenda alcuni singoli già distribuiti tra bandcamp e uscite precedenti, tutto fila liscio, senza pesantezze. In fondo, Hibou è giovane, ha già mostrato di saper produrre con una varietà di stili, e questo album è un buon modo per il punto della situazione. Saranno queste prime mattine più fresche, la malinconia dei lunedì, il cielo variabile e la testa altrove, ma lo streaming integrale che trovate qui sotto è arrivato proprio al momento giusto.



Hibou - Hibou (full album stream)

venerdì 11 settembre 2015

This world requires decency


Questa mattina, mentre pensavi soltanto a come arrivare più in fretta possibile al venerdì sera, senza preavviso è arrivata sui vari servizi streaming una nuova canzone dei Radio Dept. Come sto? Per essere sinceri, non mi sono ancora ripreso. Chitarre fragorose e ritmo travolgente che agli amanti della prima ora non possono non ricordare all'istante il periodo di Lesser Matters. Ragazzi, sono passati dodici anni e ho ancora quel nodo in gola. This Repeated Sodomy si sposta dalle ultime sonorità più cupe ed elettroniche, e sembra farci tornare in atmosfere shoegaze. Ma proprio quello shoegaze che mi fa saltare via e prendere a pugni i muri. A distanza di tre mesi da Occupied, la rabbia di Johan e Martin questa volta esplode elettrica: "this world requires decency instead of this repeated sodomy"  [errata corrige: in realtà, a quanto pare il testo è differente da quello che era circolato in precedenza].
Come scrive la loro etichetta Labrador "The track will not appear on the upcoming album. For now, it’s only out on digital. Let’s see what the future brings". Ma se il futuro comincia con queste note, una volta tanto mi sento di essere ottimista.


The Radio Dept. - This Repeated Sodomy

"Thank you very fucking much!"

METZ LIVE @ FREAKOUT CLUB, BOLOGNA, 2015/09/10

Settembre è la nostra primavera. Si schiudono i locali, sboccia la nuova stagione dei concerti, tornano a fiorire le notti. Verso casa, in bicicletta, attraversi la città liscio come un sorriso al buio, la maglietta appiccicata alla schiena, le orecchie del tutto fuori uso. Ripensi alle canzoni che ti hanno appena scaraventato addosso, a tutte le facce sudate che avevi intorno, alla bolgia al centro della stanza, a quelli che si abbracciavano andandosene via, ai giri a banco che hai fatto e a quelli che avresti voluto fare, ai regaz che hanno portato a dormire la band, a chi ha perso gli occhiali, a chi è rimasto senza un passaggio, al bacio di un attimo danneggiato che hai visto risplendere anche in mezzo al pogo. Ripensi alla scena, a come siamo tutti sfondo nelle foto di qualcun altro. Ogni cosa ritorna ricomincia, risaputa eppure irresistibile. Settembre ringiovanisce, o almeno così vogliamo credere ancora.
Ieri sera ci siamo trovati sotto al palco del Freakout, passavano in città i Metz, e quale migliore modo di far ripartire la giostra delle date live in città. Il trio di Toronto, che quest'anno ha pubblicato il secondo album su Sub Pop, ha pestato con ferocia la sua musica e noi. Le casse friggevano, non ce la facevano più, le scariche elettriche erano a tratti insostenibili. E nonostante tutto, i Metz non mi hanno mai dato l'impressione di non avere il completo controllo del massacro in corso. Il loro suono è duro ma non cieco. Noi volevamo la velocità, gli assalti, gli squarci del punk più pesante e rumoroso. Volevamo ritrovare l'aria irrespirabile di un concerto spietato. Abbiamo avuto tutto questo. La nuca mi fa ancora male. Bentornato settembre.



Metz - Spit You Out

giovedì 10 settembre 2015

I do whatever I want, why am I still bored?

DAY WAVE - HEADCASE

Ceremony fu una delle ultime canzoni scritte dai Joy Division. La suonarono dal vivo una sola volta, alla Birmingham University, in quello che divenne il loro ultimo concerto, poi pubblicato nella compilation Still del 1981. Dopo la morte di Ian Curtis, Ceremony divenne il primo singolo dei New Order, e da allora ha avuto svariate e illustri cover: Radiohead, Xiu Xiu, Chromatics e Galaxie 500, per citarne alcune. L'ultima che ho sentito è opera di Day Wave, ovvero Jackson Philips, giovane cantautore di Oakland. Day Wave ha publicato quest'estate un EP dal titolo Headcase (streaming integrale su Soundcloud) e lo si può tranquillamente inserire in quella generazione di band post Wild Nothing / The Drums, che prendono un'idea di musica di origine post-punk e la fanno diventare un suono da bedroom-pop. In teoria questa è "roba per me", e infatti le sue canzoni mi piacciono, le trovo piacevoli, ben confezionate, e dopo averne ascoltate tre o quattro torno a vedere sullo schermo il nome per ricordarmi come si chiama, e poi dico ah certo, Day Wave, molto carino. Il fatto è che questa cover, nel suo essere tutto sommato fedele e diligente, finisce per essere una chiave utile a decifrare tutta la sua musica (e forse buona parte di questa musica). Chiamando in causa i Joy Division in questa maniera è come se si passasse dalla tragedia di un suicidio a una fastidiosa emicrania, per dare un'idea delle proporzioni. Non c'è niente di sbagliato in questa cover, né in Headcase, e nemmeno nel nuovo singolo Come Home Now. Anzi. Ma è come se mi mancasse qualcosa di ruvido a cui aggrapparmi, un graffio, uno spigolo su cui fare presa. E tutto scivola, carino, forse un po' pallido ma molto curato, molto in ordine. Con una composta puntualità, quella che è mancata ai Joy Division.


Day Wave - Nothing At All


Day Wave - Ceremony (Joy Division cover)

mercoledì 9 settembre 2015

Summer Heart

Summer Heart – Nothing Can Stop Us Now

Lo so, è semplice crudeltà postare quasi a metà settembre una canzone di una band chiamata Summer Heart, per di più colma di riverberi e chitarre scintillanti. Dove è finita la nostra estate? E il nostro cuore? No, meglio non farsi queste domande. Il fatto è che non sentivo da un sacco di tempo suoni indiepop così luminosi provenire dalla mia amata Svezia, e la genuina dolcezza di questo piccolo singolo mi ha conquistato al primo ascolto. Pensate alla leggerezza di certi Acid House Kings in versione lo-fi, o per fare un passo ancora più indietro, alle melodie contagiose e smaglianti degli Shermans (non a caso uno dei loro singoli più noti si intitolava proprio Summer In Your Heart). Ecco, questa canzone mi ha richiamato alla mente quegli ascolti, e non succede più tanto spesso. I Summer Heart sono un duo di Malmö, al momento sono in tour negli Stati Uniti, e vogliono suonare musica che vi faccia tornare "back to that time you re-found a box of Polaroids under your bed".



Summer Heart – Nothing Can Stop Us Now

martedì 8 settembre 2015

Brutti dischi che meritano belle recensioni: Miley Cyrus and Her Dead Petz


«In a way, Dead Petz is a fascinating milemarker of pop music in the post-album, post-Internet era: a major pop album that lands with a splash, then sinks like a brick, as ephemeral as the Tumblr culture Cyrus draws from. Maybe that’s the most visionary aspect of Dead Petz: it feels like it was built to disintegrate.»

- Dalla recensione di Meaghan Garvey su Pitchfork

I MIEI DUE CENTS: Non so bene perché, ma mi sono preso pure del tempo per ascoltarlo. Più che brutto, Dead Petz è proprio un'opera che mi sembra poco interessante, nonostante Miley Cyrus collabori con gente come Flaming Lips e Ariel Pink. Ho trovato però il punto della Garvey piuttosto affascinante, e quindi ci sono tornato su. Esistono dischi che falliscono in maniera così grandiosa che finiscono per raccontare altro. A volte qualcosa della contemporaneità. E questo mi interessa. Qui sul blog non parlo mai di "dischi brutti" (cioè che sono brutti per me, ovvio), né di robe mainstream a questo livello, ma ogni tanto ho l'impressione di perdere alcuni spunti curiosi, quelli che le recensioni "professionali" si preoccupano di raccogliere. Magari questa potrebbe diventare una nuova rubrica, non so.
Miley Cyrus è una pop star mondiale, eppure ascoltare la sua musica spesso è poco divertente, poco "piacevole". È anche questo un indizio del nostro presente? Immagino lei sarebbe pronta a difendere Dead Petz con l'Argomento della Provocazione, del cattivo gusto di proposito, ma la verità è che quando in BB Talk canta "I have no idea what the fuck I want, I guess" sembra straordinariamente sincera. Questo disco si presenta (quasi per intero) abbastanza sconclusionato, prolisso e interminabile, con scelte di suoni e arrangiamenti senza capo né coda. Più che la messa in scena di un trip acido ne sembra l'involontaria conseguenza. Le melodie accattivanti si contano sulle dita di una mano. Un paio di bei lenti come Space Boots o Karen Don’t Be Sad (subito mashup con Yoshimi Battles The Pink Robots!) e non molto altro direi. Per essere una pop star, una che si è guadagnata numeri che vantano ben pochi paragoni al mondo, sembra che Miley Cyrus non tenga in grande considerazione l'idea di Pop così come ci è stata tramandata. Davvero questa scrittura riflette soltanto il desiderio di sperimentare? Davvero questo lavoro è radicalmente diverso dal suo precedente Bangerz, o è solo diversa l'aria tra gli uffici stampa? Quanta parte c'è qui di capriccio? Quanto è solo un infantile bisogno di farcire versi con shit, pot e fuck. Quanta parte di questo disco è l'equivalente di un drunk text a tarda ora al destinatario sbagliato? E quanto, invece, mostra una reale incapacità di prendersi cura della musica? Nonostante gli oltre novanta minuti di lunghezza, tutto qui mi ricorda che l'iperattività è solo l'altra faccia della sindrome da deficit di attenzione. Se davvero la nostra è l'epoca delle playlist, a cosa importa costruire discorsi? (La "post-album, post-Internet era" di cui parla la Garvey.) Puoi vedere ogni canzone come un link, ridotta a un incrocio statistico di like, play e share. Del resto, Dead Petz è stato pubblicato free online e lo sto ascoltando su Soundcloud. Francesco "Bastonate" Farabegoli ieri su Fourdomino parlava dei "dischi fatti palesemente per piacere ai critici musicali". Mi da una quindicina d'anni a questa parte, chi non lo è? Arrivo alla fine della tracklist e sono esausto, provo qualcosa di simile alla nausea, e non credo di essere il solo. Perché questo disco esiste? Intendo, a parte l'insensata montagna di soldi e gli sforzi della macchina della comunicazione che presuppone. Potrei vederlo come un prodotto artificioso e molesto, junk food, puro inquinamento culturale, e di conseguenza dovrei condannarlo come un moralista scandalizzato dalle tette iperesposte della Cyrus. Oppure potrei accogliere Dead Petz come un meme, un disco "che imita un altro discorso", in questo caso la stessa presenza di un disco (vedo sulla home page di Dead Petz questa gif piena di glitter che gira in loop). Un oggetto che galleggia non so bene dove, comunque ora anche qui, tra un feed e l'altro, sempre in bilico tra un "PER IL LOL" e la convinzione, canne e "wake up world!". Il punto non è che si tratta di musica che "says nothing to me about my life", come ci chiedevamo da giovani: il punto è che rispecchia una "life" in cui è la musica a non avere più spazio per dire nulla (né di me, né a me). Non è un avvertimento da buttare via.

lunedì 7 settembre 2015

If you slow me down, I will break your heart


Quei dischi indie rock di una volta, quei dischi fatti da persone adulte, messi assieme con le mani, le braccia, la forza. Quei dischi a cui guardavi perché ti insegnassero qualcosa della vita. Dove sono oggi quei dischi? Per favore, potremmo avere ancora, almeno ogni tanto, un disco suonato da qualcuno che non sembri stare nella musica solo per poter finire a qualche sfilata o dentro le gallery dei party? Per favore, potremmo avere ancora qualche disco indie rock capace di farci sentire migliori? Un disco con chitarre che sanno come fare rumore, ma non strozzate da rabbia adolescente? (I dischi rabbiosi sono spesso belli, e spesso utili allo scopo desiderato, anche se a volte corrono il rischio di essere inconcludenti - ma non stavo parlando di questo.) Un disco con una voce che mostri di sapere quello che sta dicendo, anche quando canta "I've got no views on it / It's just something that I do".
Ecco, uno di quei dischi là l'hanno pubblicato quest'anno i Blank Realm. Si intitola Illegals In Heaven e nonostante sia proprio tutto l'opposto del lo-fi, e nonostante si sforzi di tenere quasi sempre a bada il livello del rumore, è un disco poderoso, assordante e soprattutto consapevole. Anche quando cerca strade più pop (la gioiosa e straripante River Of Longing), docili ma non meno sorprendenti (Flowers In Mind, o la struggente Gold) è capace di esaltare. Si passa da un momento spigoloso e tagliente alla Q And Not U (Costume Drama), a un crescendo di ardenti synth che fa tornare in mente i Pixies era Trompe Le Monde (Palace Of Love), a un suono tutto nervi e muscoli tipo Wolf Parade (No Views). Non c'è pigrizia dentro questo album, non c'è una nota che i Blank Realm non sembrino pronti a difendere fino all'ultimo: "I’ve been spitting blood in the dirt, baby / I’m tired but I’m ready to fight". La voce di Daniel Spencer a volte ha accenti Dylaniani, a volte si strappa come se queste canzoni fossero l'ultima cosa che il mondo potrà ascoltare: "You can waste a day or waste your whole life / chasing fragments of dreams out in the night".
La band australiana ha realizzato con Illegals In Heaven un album di certo eterogeneo, che scintilla in cento direzioni diverse, ma con un solo, coraggioso, trascinante cuore al centro. Per rispondere alla domanda sui dischi indie rock di poco sopra, la conclusiva Too Late suona come con un testamento musicale: "It’s much too late now / they just don’t write them like that". Magnifica contraddizione.


Blank Realm - River Of Longing


Blank Realm - Palace Of Love



giovedì 3 settembre 2015

I used to think that love was always 'round the corner

Kip McGrath

Se questo blog avesse una rubrica tipo "Il Singolo Della Settimana", sulla scelta di oggi non avrei esitazioni: Boy Candy dei Kip McGrath! Semplicemente irresistibile e contagiosa, con i coretti dolcissimi e Sixties, le chitarre che scintillano e il ritmo che ti rimbalza tutto intorno e ti fa battere le mani e sculettare a dovere. Non ce n'è: "boy candy, boy candy, I want it, want it" mi si è incollata addosso, non smetto di sorridere e non riuscirete a rovinarmi la giornata. Indiepop francamente gioioso, riporta alla mente qualcosa dei primi Cardigans di Emmerdale o Life ma con un tocco lo-fi e spontaneo abbastanza lontano dalla band svedese. La canzone fa parte di un EP su cassetta che la band di Auckland, Nuova Zelanda, vende via Bandcamp accompagnato da una fanzine. Il mio ordine è già partito!

(mp3) Kip McGrath - Boy Candy

martedì 1 settembre 2015

I don't care about much, but one of the things I care about is you

The Goon Sax

La ricerca di una band che prenda il posto dei Pants Yell! nel mio cuore probabilmente non avrà mai fine, ma devo dire che questi australiani The Goon Sax sembrano avere delle ottime possibilità. Nonostante siano ancora in età da liceo, hanno già firmato per Chapter Music e pubblicheranno l'album Up To Anything all'inizio del 2016. L'ottimo singolo che lo anticipa, Sometimes Accidentally, li mette a livello dei più noti connazionali Twerps e Dick Diver, con cui hanno già diviso palchi. Suono a cui non so resistere, ispirato da numi tutelari come Pastels e Clean, a cui aggiungerei anche un tocco di Go-Betweens, dato che uno dei tre componenti della band di Brisbane, Louis Forster, è proprio il figlio di Robert Forster. Intanto, giù in Australia sta arrivando la primavera.



The Goon Sax - Sometimes Accidentally