sabato 31 maggio 2014

Handmade Festival 2014 - settima edizione

Handmade Festival 2014 - settima edizione - Guastalla (RE)

In questi giorni ogni centimetro quadrato di social network è sommerso dalle foto, dai video e dai commenti di tutti i vostri amici al Primavera di Barcellona. Mettendo assieme la quantità di immagini delle Haim che ho visto nelle ultime ore riuscirei a costruire un modellino 3D della bassista, faccette buffe incluse. Potrei dire che sto rosicando, lontano da uno degli eventi musicali più grossi dell'anno, ma se devo essere sincero non è così. Il mio festival ideale è più a misura d'uomo, non solo per le dimensioni ridotte, o i palchi che ti permettono di goderti i concerti senza sovrapposizioni assurde, ma per il modo in cui è pensato e realizzato, a partire dalle selezioni artistiche fino a tutto quelle che c'è intorno: dalla location, al cibo, ai mercatini, alle piccole scelte di sostenibilità. Insomma, un festival "fatto a mano", come da sempre è l'Handmade Festival di Guastalla, in provincia di Reggio Emilia. Qui su polaroid e in radio lo seguo dalla prima edizione, ed è magnifico vedere com'è cambiato e cos'è diventato questo appuntamento dopo sette anni.
Per l'edizione 2014, ve ne sarete accorti, i ragazzi hanno deciso di fare un salto di qualità, con un cast che come mai in precedenza raccoglie sia alcune notevolissime band straniere, sia alcuni tra i più interessanti nomi nuovi italiani. Inoltre, per la prima volta, si aggiunge anche un terzo palco, curato niente meno che da un altro festival da sempre simbolo di questa attitudine e passione, Musica Nelle Valli, ovvero la Fooltribe.
Un giorno, lo so, finirò per lamentarmi che anche l'Handmade è diventato troppo grosso, che "non è più quello di una volta", e guarderò annoiato le foto degli altri su Instagram. Fino ad allora, però, sarà un piacere partecipare, tenendo a mente ogni volta che nel 2007 la parola "indie" nell'atto di nascita del festival non era lì per caso o per vezzo, ma era una dichiarazione d'intenti genuina e consapevole, un'autentica rivendicazione. E le band in cartellone anche quest'anno lo ribadiscono:


Massimo Volume - Semplicemente uno dei punti di riferimento per la musica italiana degli ultimi vent'anni;
Dirty Beaches (CAN) - Tra loop ipnotici, rock'n'roll maledetto e atmosfere oscure, il cantautore canadese arriverà a presentare il suo ultimo lavoro Drifters/Love Is The Devil e a evocare spettri;
Pow! (USA) - Garage rock a denominazione di origine controllata: provengono da San Francisco, sono stati scoperti da Thee Oh Sees, pubblicano su Castle Face Records, e suonano psichedelici come se i Devo fossero stati una gang di motociclisti;
La Femme (FR) - Per la prima volta in Italia, tra surf rock malizioso e colonne sonore di B-movies, new wave austera e un elegante tocco francese Sessanta, i più sensuali e irriverenti eredi degli Stereolab;
His Electro Blue Voice - Da Como alla SubPop, un suono fiero ed esplosivo che ti stende di frenetico post-punk, influenze kraut e muri di rumore;
My Awesome Mixtape - La reunion dell'anno! Una delle migliori nuove band nate in Italia nell'ultimo decennio torna insieme (sarà l'unica volta?) per farci ballare ancora assieme alla lavatrice;
DID - Ogni singola nota dei "bad boys" di Torino esiste allo scopo di aggredirti e trascinarti sul dancefloor e ricoprirti di Soul rovente;
Green Like July - Un pop raffinatissimo, pendolare sulla linea che collega Omaha e la Scozia, verde come la poesia, e che di Luglio possiede lo stesso calore che avvampa le guance, ed è la passione
Tara Jane O'Neil (USA) - L'artista statunitense (riduttivo infatti definirla soltanto cantautrice) arriva a presentare il suo nuovo Where Shine New Lights, pubblicato da Kranky, e a incantarci ancora una volta con la sua solenne presenza;
Machweo - Dicono i comunicati stampa che "machweo" in swahili significhi tramonto, ma per quanto riguarda questo giovane produttore e la sua elettronica imbottita di bassi e percussioni, questa è soltanto l'alba;
His Clancyness - I rocker di casa di FatCat apriranno il festival, faranno gli onori di casa e hanno in serbo un regalo speciale insieme agli organizzatori Welcome Back Sailors: arrivate presto!
Joyce In Pola - Come abiti cuciti a mano con preziose stoffe vintage, la collezione indiepop dei Joyce In Pola ispirata alla linea della Elephant6 vi conquisterà con il suo stile unico;
Chow - Due terzi dei vecchi Tunas, un terzo dei vecchi Classmates, aggiungere molto rock di flanella pesante e andarci pesante con la parola "psycho": ricetta ideale per veri regaz;
Own Boo - Se Syd Barrett ha dei nipoti dalle parti di Brescia che ascoltano parecchio Kurt Vile, devono essersi ritrovati tutti in questa promettente band dal suono acido e sognante al tempo stesso.

- Musica Nelle Valli stage
Memory Boys (USA) - Duo proveniente da Seattle, dal suono lieve e a tratti tenebroso, che vi farà domandare come sarebbero suonate certe cover dei Bedhead o dei Codeine fatte dai Velvet Undeground;
Bob Corn - Il cantore del "sad punk": la quantità di poesia che riesce a tirare fuori soltanto con una chitarra, la sua voce, la sua barba e un po' di lambrusco è una cosa che ancora dopo tutti questi anni non ha finito di stupirci;
Al Doum and The Faryds - Mescolare musica araba e africana con la psichedelia? Combinare l'esotico e l'elettronico? Il sestetto milanese lo fa da anni meglio di tutti
For Food - Il quartetto proveniente da Ferrara sta per debuttare con un album su Fooltribe che qualcuno potrebbe definire punk folk sperimentale, ma state sicuri che dal vivo ci spiazzeranno e saranno molto più imprevedibili
Ali Muhareb (USA) - Definito come una "stoned fusion of Animal Collective and Hot Chip", il cantautore californiano aggiunge il tocco bizzarro del primo Beck o di certi Flaming Lips

Qui l'evento facebook e qui sotto una playlist per ascoltarvi tutte le band assieme:

venerdì 30 maggio 2014

Radio Città Del Parco

Bio Parco Biografilm - Parco del Cavaticcio / Bologna

Inaugura oggi, nella bella cornice del Parco del Cavaticcio, Bio Parco Biografilm, lo spazio all'aperto del Biografilm Festival, uno degli eventi di culto dell’estate bolognese. Il cartellone dei concerti (tutti gratuiti) si presenta già molto ricco: Calibro 35, I Cani, Quintorigo, Levante, e molti altri. Ogni venerdì, inoltre, i live saranno accompagnati dai dj set di Radio Città del Capo. Si comincia questa sera, con i Nobraino dal vivo e il sottoscritto a mettere un po' di musica per l'aperitivo e dopo. Ci si vede a banco!

giovedì 29 maggio 2014

Il "blog rock" spiegato a mio figlio

Clap Your Hands Say Yeah

Il post lungo e noioso di stasera parla del pezzo di Steven Hyden su Grantland che si diverte a sbeffeggiare il "blog rock", qualunque cosa voglia dire un'etichetta del genere. Trovate un piccolo dibattito a caldo sul facebook di Colas. La mia prima reazione è stata pensare che l'articolo fosse piuttosto antipatico. Sì ok, sono di parte: uno dei principali obiettivi di Hyden sono i Clap Your Hands Say Yeah, e io da sempre faccio il tifo per questa band sfigata che si è scelta uno dei nomi più derisi degli ultimi anni. Ma non è questo il punto.
La definizione di "blog rock" da cui parte Hyden è quanto di più vago si possa immaginare. E tale vaghezza non è causale, dato che gli è molto utile per stiracchiare l'argomento a piacere. La collocazione temporale? "Circa" metà Anni Zero, senza ulteriori precisazioni. Una genesi? Un tramonto? Una discendenza? Non si sa. Poi passa alla descrizione di un suono che più ampia e contraddittoria non potrebbe essere: reminiscenze di "punk and post-punk [tutto assieme?] that originated between 1978 and 1987" (quindi, uhm, dai Joy Division ai Duran Duran?), e che però sarebbero al tempo stesso "a little infantile, a little nerdy, a little skinny". Controllo sul Collins se ci sono altri significati di skinny. No no, è proprio quello skinny che conosco anch'io e che associo ai Cheap Mondays del 2004. Steven, non sarò certo io a impedirti di usare metafore, ma di solito le preferisco quando riesci a collegarle a qualche oggetto concreto per illuminarmi un ulteriore significato, e non se stai solo rimestolando idee sfuggenti con un sorrisetto nervoso: "Jesus Christ what terrible goddamn band names". Beh, certo.
Poi Hyden passa il microfono alla gente della strada: "vado sui social network a chiedere cosa pensano che sia il blog rock". Gli rispondono Animal Collective, Fleet Foxes, TV On The Radio, Grizzly Bear e Arcade Fire. Sorry, roba troppo seria, non ce la faccio a prendere in giro nomi così grossi. "I personally don’t feel like they should fall under this umbrella". Vabbè, quindi avevi già in mente di chi NON parlare, potevi risparmiarci il finto giro sui social. Tra l'altro, vorrei sottolineare che una nota dell'articolo liquida come "blog rock" una sfilza di band senza altri argomenti: "Faint, Louis XIV, the Go! Team, the Rapture, Gang Gang Dance, Ponytail, Vivian Girls, the Morning Benders, the Unicorns, Islands, Bishop Allen, Midlake, and Rogue Wave". Tutti nella pentola (cit.).
Come sintetizza Kekko su Bastonate, "in sostanza, si intende per blog rock la musica rock emersa nel momento in cui le dinamiche di promozione sono passate in via definitiva dal classico assetto tipo stampa anni novanta a quello attuale, più orizzontale e meno redditizio [...], A PATTO di includere solo quella che fa cagare, altrimenti mi si smonta la teoria".
A questo punto Hyden dice: faccio un po' come cazzo mi pare e comincio a sparare nomi buffi che ci divertiamo, ragazzi state a sentire: The Boy Least Likely To! Voxtrot! Someone Still Loves You Boris Yeltsin!... Per me l'articolo sarebbe già finito qui. Invece voglio restare ancora un attimo sulla prima parola dell'etichetta "blog rock". Anche perché, tutto considerato, dei blog non se ne parla per davvero nell'articolo, se non di sfuggita nella seconda parte, dove si occupa dei CYHSY. Mentre i paragrafi dedicati a Black Kids, Cold War Kids e Tapes 'n Tapes raccolgono sommarie (e ovviamente legittime) recensioni negative, scritte in uno stile blandamente offensivo, per la band di Alec Ounsworth Hyden intende tirare fuori l'artiglieria pesante.
Il problema principale è che i CYHSY "were media darlings". Solo che nel loro caso i media principali pare siano stati i blog e le webzine. Del resto, erano gli anni in cui leggevi in tutti i comunicati stampa "arrivati al successo dopo il passaparola su MySpace", ma Hyden non cita la piattaforma. "For a while, the only sense that people had of CYHSY’s music derived primarily from what they read on the Internet": NO MA, E QUINDI? Sì, c'era dell'hype, sì qualcuno si è entusiasmato (io, per esempio), qualcuno no, qualcuno si è ricreduto in seguito. E QUINDI? Prima dei blog forse non succedeva? Non esisteva l'hype che durava un mese per la band con la giacchetta di pelle sulla copertina di NME? Non si è sempre "costruita" una scena con relativo sottobosco, costituita da band che sembrano raccogliere maggiore successo e che danno il senso di un'epoca, accompagnate da una corte di nomi minori? Non sono sempre esistite categorie musicali inventate da qualche giornalista che duravano una stagione? Tra l'altro non credo che nessun blog all'epoca abbia mai ragionato in termini di "blog rock", ma questo non è nemmeno poi così importante. Sembra che per Hyden l'intero problema stia soltanto nel mezzo, nello strumento "blog", oggi antiquato. Se possiamo discutere del valore più o meno effimero di certi dischi e gruppi, decidere che non valevano nulla perché se ne parlava su un mezzo o un altro sembra parecchio insensato. E le fanzine? E i newsgroup?
Infine, Hyden trascura due punti del suo discorso che avrebbero potuto infondere una briciola di vita al pezzo.
1) i blog avrebbero rivoluzionato il sistema dell'informazione musicale svalutandola e aprendo la porta al proprio stesso superamento. Hyden lo afferma così, en passant, e non gli sembra uno scarto generazionale interessante. Da questa prospettiva gli Anni Zero, anni che visti da qui vicino sembrano dotati di un proprio spirito ancora meno dei Novanta, sono stati quelli in cui ci siamo allenati a smontare il regalo che avevamo ricevuto, a distruggerlo. Anni in cui non abbiamo saputo né uccidere i padri né prendere il loro posto, ma li abbiamo lasciati svanire, dimenticandocene tra una serie tv e l'altra.
2) la superficialità con cui Hyden liquida una massa enorme di musica non gli fa venire nemmeno per un solo istante il sospetto che il suo punto di vista sia del tutto sballato, o quanto meno parziale. Penso, tanto per fare il primo esempio che mi viene in mente, a come il synth pop Anni Ottanta suonasse arcaico a metà dei Novanta, e a come dieci anni dopo rappresentasse la somma eleganza. Mi viene in mente l'accanimento con cui un nome sacro come Simon Reynolds se la prendeva con le band più o meno grandi dello shoegaze. Nemmeno tale autorità ha impedito che, una generazione dopo, quelle band diventassero di culto.
Non so prevedere se e quando ci sarà un revival del "blog rock" (e spero che non lo chiameremo mai così), non so se un giorno quello che ci è sembrato effimero si rivelerà invece dotato di forza e capace di prolungare un nuovo riverbero sugli anni a venire. Non è nemmeno necessario, tengo a precisare. Ma di sicuro non è con articoli di questo tono che la critica musicale aiuterà a pensare e a leggere cosa sta succedendo, né tanto meno ci divertirà.




Clap Your Hands Say Yeah - Is This Home On Ice

mercoledì 28 maggio 2014

"Too old to be a punk rock prodigy"

Lo scorso weekend a New York c'è stata una di quelle serate che sembrano uscite da un sogno di polaroid, una di quelle per cui anche il mio più classico "ci si vede a banco" sarebbe suonato riduttivo. La tristezza di non poter partecipare è stata almeno in parte mitigata quando ho saputo che Valeria Capra di Trees Of Dreaming (sempiterna gratitudine!) mi avrebbe spedito da là un po' di foto, raccontandomi per filo e per segno come era andata. Ecco i miei occhi lucidi, ed ecco la sua puntuale cronaca:

Silent Barn - New York

Silent Barn - New YorkIl concerto è al Silent Barn, un localino in apparenza chiuso e cadente su Bushwick Avenue, a Brooklyn. Un cartello ci dice di entrare dal back yard, ma facendo il giro di tutto l'isolato non lo troviamo. In compenso incontriamo due gruppetti di ragazzini, scopriremo più tardi tutti minorenni, che si uniscono a noi nella ricerca, vana. Torniamo all'ingresso e un ragazzo ci apre la porta principale, dice che il concerto comincia alle sette, sono ancora le sei e mezza. Dai facci entrare sta cominciando a fare davvero freddo, ok fuori gli ID. Tutti tranne noi vengono marchiati con una grande X nera sul dorso della mano, hanno meno di 21 anni e non possono ordinare alcolici. Entriamo e vedo subito Dean dei QUARTERBACKS che suona note a caso mentre parla con qualcuno.
Silent Barn - New YorkFacciamo un giro: ci sono quadri appesi alle pareti con i nomi degli autori scritti su post-it colorati. Altri post-it vuoti, tantissimi, e una scritta che chiede "let us know what you think!". Tutto il locale sembra basato sulla condivisione di pensieri e cose.C'è la "Free Shelf", lo scaffale dove puoi semplicemente prendere quello che vuoi: c'è una copia di Lemony Snicket, un frullatore, una felpa, una spilletta degli Hey Exit, che non conosco ma mi piace e quindi me la prendo, e altro ciarpame che però sembra bellissimo. Quasi quasi voglio anche il frullatore. In una sala c'è una sedia da barbiere e un tizio si sta facendo tagliare i capelli da un altro (mi informo: non è un parrucchiere). Sogno. C'è un frigo con una mela mezza mangiata sopra. Una porta che recita sullo stipite "Please keep the winter out" scritto di fretta a pennarello. Nella sala principale comincia ad affollarsi gente. Facciamo amicizia con qualcuno, sembra che siano tutti qui soprattutto per sentire Frankie Cosmos. Mi avvicino a Dean dei QUARTERBACKS e mi presento, è gentilissimo, chiacchieriamo, si dice incredulo che io arrivi dall'Italia.

Adult MomIl primo gruppo sale sul palco e sistema gli strumenti: sono gli Adult Mom. La cantante è bellissima e alta circa un metro e novanta e la presenza sul palco è notevole. Ha una voce che ti culla, proprio come quella di una madre, tutti i pezzi sono godibilissimi anche se cominciamo a renderci conto che l'impianto audio è veramente un disastro. Lei è dolce ma non è una ragazzina, te lo precisa subito con il primo pezzo I Think I'm Old Enough e anche a metà scaletta, "the next song is about fucking" dice arricciando il naso con un sorrisetto malizioso e gli occhi che brillano prima di cominciare Ode To One Night Stands. Finisce l'ultimo pezzo, andiamo a salutarla e dirle che ci è piaciuta e ci abbraccia ringraziandoci. Alta com'è e con il suo abbraccio sicuro mi fa sentire un po' sua figlia anche se ha tre anni meno di me.

QUARTERBACKSI prossimi sono i QUARTERBACKS, che qua non interessano quasi a nessuno. Tranne che a me che sono venuta soprattutto per loro. Nel frattempo la temperatura della stanza comincia ad aggirarsi intorno ai venticinque gradi. Dean sale sul palco e fanno un rapido sound check, se così si può chiamare. Sembra che stiano per provare tranquilli nel loro garage. Il primo pezzo è Prove Me Wrong e io comincio a saltellare subito, sono quasi l'unica che sa i testi. Subito dopo Center, in versione non acustica che un po' mi dispiace ma viene davvero bene. Stessa cosa per Pool. Fanno dieci pezzi in tutto, quasi tutti da SPORTSCENTER, solo Last Boy da LOVESEAT. È tutto scapicollato, frenetico, esattamente come si sente dai dischi. Ed è chiaro che non è solo una scelta musicale, sono proprio loro. Finiscono di suonare e non ringraziano né salutano, staccano solo gli strumenti e scendono. Il bassista è timido; il batterista, mi dirà poi Dean, ha l'ansia post-concerto: è venuto con la sua macchina apposta per andare via prima e rifare le due ore di macchina che li separano da New Paltz in solitudine, pur di non restare nella folla.

Radiator HospitalIl prossimo a suonare sale subito sul palco dato che è da solo con una chitarra acustica e basta e non userà neanche il microfono e chiede infatti di fare silenzio. È il cantante dei Radiator Hospital, un tipo grassottello con barba e capelli rossi su un faccione da bambino. Il pubblico ridacchia per questo personaggio un po' sfigato ma tutti si ricredono dopo circa trenta secondi. Canta con una voce incredibilmente altissima, sudando come un disperato. Appena lo sentono persone che erano fuori rientrano e sgomitano per arrivare davanti e capisco che erano fuori ad aspettare e sono venuti proprio sentire lui. Sanno i testi, cantano insieme, richiedono i pezzi e lui li fa, tutti. Su Your Boyfriend vedo un ragazzone di colore dietro di me che canta piangendo. Alla fine di ogni pezzo applausi e grida di approvazione.

Silent Barn - New YorkFinisce e tutti cercano di uscire per prendere aria. La temperatura è ora di almeno trenta gradi. Passo davanti al banchetto del merchandising dei QUARTERBACKS, l'unico visto in tutta la serata il che mi dispiace dato che avrei comprato le cassette e magliette di tutti, e mi viene immediatamente regalata una copia di QUARTERBOY. Ci fermiamo in una sala di mezzo e chiacchieriamo con dei tipi dell'Arizona che sono venuti in macchina, facciamo foto, arriva di nuovo Dean a parlare, gli chiedo di venire in Italia, dice che vorrebbe tantissimo, ci scambiamo tutti i contatti possibili, chiede di fare una foto insieme e io mi sento una fangirl quindicenne e accetto con gioia, anche perché comunque gliel'avrei chiesto io. Fuori sta diluviando.

Free Cake For Every CreaturesTorniamo dentro che i Free Cake For Every Creatures hanno già cominciato a suonare. Lei è "too old to be a punk rock prodigy" ma è comunque "too young to be a college graduate and far from her family ". Tutti carini, lei ha una voce leggera, accennano qualche saltello ma comunque è la performance più tranquilla della scaletta, nonostante quella dei Radiator Hospital fosse unplugged. Sebbene la serata sia per loro infatti, sono quelli che entusiasmano di meno, sarà anche che ormai la temperatura si aggira intorno a quella di una fornace e che entrando ti attacca un caldo bollente che quasi ti brucia la faccia e un po' tutti cominciano a soffrirne. Per fortuna che l'acqua è free (se invece vuoi fare "una donazione di 10 dollari al Silent Barn ricevi una birra in omaggio" ). I Free Cake suonano una decina di pezzi, ringraziano per essere li per loro, dicono di comprare il loro tape ma il banchetto in realtà non c'è, oppure hanno venduto tutto mentre ero da un'altra parte.

Frankie CosmosAdesso nonostante le temperature vulcaniche nessuno si muove più perché c'è Frankie Cosmos e chi sta vicino al palco non molla il posto. Noi riusciamo miracolosamente a tornare davanti. Frankie ha una maglietta a righine e una pettinatura da chi si è appena svegliata. Ci dice che lei non ha comprato il tape dei Free Cake ma che dovremmo comprarlo perché è "awesome". Hanno problemi con l'audio, la tastiera spara a volume altissimo, si fermano a sistemare lì per lì con il tecnico che gli urla dal capo opposto della sala. Finalmente cominciano e subito ci trasportano in un'atmosfera sognante fatta di coretti e "oooh" in falsetto. Tutti ondeggiano, tanti cantano, alcuni fanno foto, nessuno esce. Avendo una band alle spalle i pezzi sono molto più strutturati rispetto a come siamo abituati a sentirli in cameretta, con solo lei e uno strumento, e un minimo perde ma ci piace lo stesso. Tra un pezzo e l'altro ridacchia, alza un dito medio durante I Look At Me I Am Happy perché qualcuno inspiegabilmente ha strillato "fuck off", termina il pezzo e invita chi fa casino a levarsi di torno e andare fuori che piove e magari si calma.

Silent Barn New YorkFinisce tutto in una decina di pezzi. La gente sciama verso l'uscita. Ora aprono le porte e torna un po' di ossigeno. Chiacchieriamo con chi è rimasto, dei liceali ci chiedono se vogliamo andare a un free concert di Mac DeMarco a metà giugno, non ricordano quando, restiamo d'accordo che ci sentiamo. Dean viene a salutare un'ultima volta prima di mettersi in macchina per New Paltz, ci vedremo presto. Ci avviamo fuori e sta ancora diluviando, non abbiamo un ombrello. Cominciamo a correre sotto la pioggia verso la stazione di Myrtle Avenue. Dal ponte di Williamsburg, New York scintilla fradicia da ogni lato.

(mp3) Adult Mom - Sorry I Even Asked
(mp3) Free Cake For Every Creature - Too Old To Be A Punk Rock Prodigy
(mp3) Radiator Hospital - Your Boyfriend
(mp3) QUARTERBACKS - Last Boy
(mp3) Frankie Cosmos - I Look At Me I Am Happy

martedì 27 maggio 2014

The girl you knew

Burnt Palms – The Girl You Knew

Seaside: una graziosa cittadina sulla costa della California, poche miglia a nord di Monterey. Il sole splende alto e dall’oceano soffia una brezza primaverile. Il trio dei Burnt Palms fa base qui, tra queste dune e queste vaste spiagge, e in qualche modo – per un prodigio possibile solo sulla West Coast – questa luce intensa si riflette nella loro musica. La cantante e chitarrista Christina Riley si era trasferita dal Canada per fare surf. Al progetto musicale messo in piedi insieme alla batterista Clara Nieto si è aggiunto, all’inizio del 2012, il bassista Brian Dela Cruz, e a quel punto la band ha preso forma definitiva. Dopo l’eccellente debutto omonimo, che li aveva fatti notare come una band da tenere d’occhio nella pur fitta scena della Bay Area, i Burnt Palms tornano con un secondo album intitolato The Girl You Knew (uscito ieri per la nostra We Were Never Being Boring), dove le chitarre tendono ancora di più al garage rock ma le melodie si fanno ancora più sognanti. Il gioco di contrasti tra i feedback rumorosi, da un lato, e la voce limpida e distesa di Christina, dall’altro, è infatti una delle chiavi di lettura per questo disco. Più psichedelici e ruvidi di nomi come Best Coast o Vivian Girls, ma anche più pop delle La Luz o dei Mantles, con queste nuove undici canzoni i Burnt Palms trovano la loro personale strada. Ovviamente una di quelle magnifiche highway proprio davanti all’oceano. Ciliegina sulla torta, che rende questo lavoro ancora più interessante, The Girl You Knew è stato registrato e mixato da Gary Olson dei Ladybug Transistor.

(mp3) Burnt Palms – The Girl You Knew


lunedì 26 maggio 2014

Don't fall in love with me

The Icypoles - My World Was Made For You

Cosa rimarrebbe alla musica di Phil Spector (e a tutta quella che da là è nata) se togliessimo il Wall Of Sound? My World Was Made For You, il suggestivo album di debutto delle Icypoles, quartetto tutto femminile proveniente da Melbourne, sembra quasi volere rispondere proprio a questa domanda. Melodie extra dolci che si intrecciano al botta-e-risposta dei cori, accompagnate da arrangiamenti che più scarni non potrebbero essere. Una linea di basso e il ritmo tenuto soltanto schioccando le dita a volte sono tutto quello che occorre alle canzoni delle Icypoles. Un'atmosfera Sixties così raccolta e intima che i sospiri e i silenzi sembrano avere la stessa importanza delle parti cantate, vedi lo straniante singolo Babies. Ma anche quando decidono di aggiungere altri elementi come chitarra e batteria (in Settle Down, per esempio), le Icypoles sembrano sempre volere cantare le loro canzoni sussurrandotele in un orecchio. Riescono a suonare molto sentimentali anche in Just You, dalla colonna sonora di Twin Peaks, una cover che potrebbe offrire ombre ben più sinistre, o quando mettono da parte il doo-wop per affrontare un'altra cover, questa volta più pop e imprevedibile, come Love Thy Will Be Done (di Martika, per gli amanti delle produzioni di Prince Anni Ottanta). Altre volte, l'effetto è quello di certe filastrocche alla Jonathan Richman, come in TararaRound'n'Round. Uno spirito giocoso che metà delle Icypoles, ovvero Isobel Knowles e Tara Shackell, devono avere tradotto dalla loro precedente band, gli Architecture in Helsinki, e che di certo contribuisce a far vivere il disco in un tempo sospeso tutto suo.
My World Was Made For You esce in Australia sulla nostra cara Lost & Lonesome e in Europa/USA su Highline Records.

(mp3) The Icypoles - Settle Down

venerdì 23 maggio 2014

Non ti divertire alla radio

 Non ti divertire troppo

Nell'ultimo podcast di "polaroid - un blog alla radio", tra un brindisi e l'altro, trovate anche un bel collegamento telefonico con Renato Taddei della Flying Kids Records per presentare il libro collettivo "Non ti divertire troppo".
Come al solito non mi ero preparato le domande, e si sente, ma per me la difficoltà maggiore è stata non poter dare un cinque alto a Renato quando ha dichiarato "abbiamo fatto tutto da soli, questo è un libro totalmente Do It Yourself".
Ogni settimana, sulle frequenze di Radio Città del Capo, andranno in onda alcune anticipazioni di "Non ti divertire troppo" lette direttamente dalla voce degli autori. Nel frattempo il libro è uscito: dovete farlo vostro qui.

giovedì 22 maggio 2014

MAP - Music Alliance Pact #68

MAP - Music Alliance Pact

Eccoci a un nuovo appuntamento con il progetto MAP - Music Alliance Pact, ovvero una trentina di blog di tutto il mondo che selezionano per voi una nuova band interessante del proprio Paese, ve la presentano e vi regalano una canzone. Un ottimo modo per scoprire nuova musica in modo non convenzionale. Per chi volesse capire di cosa stiamo parlando, questo è il riassunto delle puntate precedenti.

Tra i nomi che mi hanno incuriosito a questo giro:
- Annasaid, dalla Danimarca, indie rock "anthemico" alla Bloc Party / Foals, detta così non sembra niente di che ma in questo singolo funziona bene;
- Fernando Milagros, dal Cile, che nonostante la mia allergia per la lingua spagnola in musica, confeziona un pop colorato di synth affine a certe cose dei nostri Chewingum;
- Kai Takahashi, dal Giappone, beat farciti con un taglia e cuci molto divertente degno degli Avalanches;
- Mitú, dalla Colombia, con un pezzone ipnotico di otto minuti in continuo crescendo tra elettronica analogica e percussioni tribali;
- Pelotons, dalla Finlandia, folk fragile a due voci con armonie davvero sorprendenti, una canzone a lume di candela;
- sonorità vicine a quelli degli Stalko, da Malta, che aggiungono archi e un pianoforte a una musica che piacerà ai fan di Bon Iver o Andrew Bird.

L'italiano di questo mese è Vaghe Stelle, produttore torinese che risponde al nome di Daniele Manà e che ha da poco dato alle stampe l'album Sweet Sixteen sull'etichetta londinese Astro:Dynamics. Un disco che semplificando si potrebbe definire di elettronica "cosmica", per la profondità del modo in cui si dipanano i suoni, ma che del cosmo rivela anche alcune caratteristiche di oscurità, freddezza e mistero. E al tempo stesso, dietro le schegge di una musica spesso frammentata, riesce a infondere una sfumatura malinconica, un discorso ulteriore di sognante psichedelia sintetica.

Questa è la playlist del MAP di Maggio, compreso il link per scaricarla tutta in un colpo solo.

(mp3) Vaghe Stelle - Duemila Kilometri

martedì 20 maggio 2014

Today more than any other day

Ought - More Than Any Other Day

Non credo riuscirò a spiegarmi bene, ma devo comunque provarci qui: trovo More Than Any Other Day degli Ought uno dei dischi più sensuali che mi sia capitato di ascoltare quest'anno. Giovani bianchi che suonano post-punk impegnato pieno di riferimenti sofisticati? Per me una botta fisica incredibile. Sì, lo so che è riduttivo partire da qui per considerare questo disco e questo gruppo. Abbiamo letto le belle interviste in cui raccontano da dove prendono le mosse, l'insieme articolato di riflessioni intorno alla loro arte, intorno al fare arte come gesto politico, e intorno alle condizioni politiche dentro cui questo gesto si compie. Abbiamo letto dappertutto l'ormai risaputa genesi della band, durante le proteste della primavera 2012 in Quebec.
Eppure non posso farne a meno: queste canzoni per me sono innanzitutto una questione di nervi e muscoli. Un'irrequietezza che mi entusiasma e mi travolge in primo luogo in maniera tangibile, corporea. Canzoni suadenti, un tumulto che cresce battuta dopo battuta, piene di accelerazioni impetuose che strappano e poi si rovesciano dentro angoli impalpabili, sfuggenti, un filo di voce esitante e il basso a pulsare. Altre canzoni scandite e marziali, voce aggressiva e metallica, chitarre secche e furenti. Agli Ought riescono benissimo entrambi i registri: quello bellicoso, in cui disegnano un tratto netto e inconfutabile, e quello in cui sembrano accarezzare, intenzionati a distendere ogni conflitto. Il meccanismo si mostra evidente già al primo ascolto, e non si può fare a meno di pensare ai Talking Heads, ai Television, ai Feelies: insomma tutta la migliore e più spigolosa nevrosi newyorkese in forma di musica. Aggiungiamo pure che l'efficacissima voce di Tim Beeler sembra rifarsi a David Byrne non solo per certi toni e sfumature, ma anche nelle tante domande che infila nei testi, o in versi particolarmente surreali:
There is something, something you believe in
But you can’t wait for it to take away a bit of time
In a nonspecific party, in a nonspecific city
Or anywhere, anywhere you feel this way, like
This song or that song

Questa strofa di Habit sembra davvero uscita da Fear Of Music. Ma lungo tutto il disco i riferimenti alle stesse canzoni che si stanno ascoltando ricorrono spesso. Around Again si chiude continuando a chiedere "Have we lost the rhythm?", mentre la clamorosa title track a un certo punto dichiara letteralmente "The name of this song is Today More Than Any Other Day", e poi parte per una tangente completamente assurda: "So open up your textbooks, or a magazine, or a novel, any kind of reading material will do, okay, here we go... ONE TWO THREE!", e infine esplode del tutto. E se questo tutto si riassume nella precisa riflessione che "today more than other day I am prepared to make the decision between two per cent and whole milk", la morale è che "we are all the fucking same". Ma il tono di gioiosa liberazione con cui ci arriva è una cosa che mi travolge di sollievo, un immotivato sentirsi leggero e sereno.
Come sia in grado di riuscirci un disco che costringe i critici musicali a tirare fuori espressioni come "metamodernism" e "reconnecting with your inner iconoclast" io non me lo spiego davvero. Il massimo di risposta razionale che riesco a dare è la pelle d'oca. Qui ritrovo anche qualcosa dei migliori Clap Your Hands Say Yeah, quelli che ogni tanto riescono a vincere il loro carattere schivo. Ma More Than Any Other Day non è affatto schivo, è un disco che proclama, è tutta un'altalena di eccitazione e frustrazione repressa e reazione consapevole e redenzione sfrenata. "I retain the right to be disgusted by life / I retain the right to be in love with everything in sight" afferma la conclusiva Gemini. E io resto preso in mezzo, sollevato, stretto e sbattuto via.

(mp3) Ought - Habit

sabato 17 maggio 2014

Too true to be good


Negli ultimi sei mesi le Dum Dum Girls hanno fatto uscire il "difficile terzo album" su Sub Pop; hanno realizzato un video diretto da Tamaryn in cui praticamente si trasformano nelle Jem & The Holograms (Rimbaud Eyes); il video precedente era un cortometraggio ideato da Bret Easton Ellis (Are You Okay?); alla fine del loro set al SXSW è salita sul palco niente meno che Debbie Harry per cantare assieme una cover di Dreaming dei Blondie; sono passate a presentare il disco da Letterman e hanno fatto diversi sold out tra New York, Los Angeles eccetera.
Eppure non è raro sentirle liquidarle con battute alla Vice come una band che non ha più niente da dire, che non sa davvero suonare o che ha fatto il suo tempo (e quando? Tre anni fa?). Ok, la passione per le belle calze nere sarà rimasta la stessa, ma azzardo l'ingenuità di dire che c'è qualcosa di più. Too True è un disco che decide di esplorare il tema della malinconia alterandola a tal punto da sentirla del tutto artificiosa, di plastica, posticcia. Tempi sempre trattenuti, parole che non affondano mai il colpo. Io ci sento il desiderio ostinato e irremovibile di non lasciarsi tentare dalle facili seduzioni lo-fi e dei riverberi. Anzi: è evidente la determinazione di colorare tutta l'oscurità di neon e glam, sottolineando ogni melodia con synth pesanti e arrangiamenti nitidi. L'effetto complessivo suona quasi come una rilettura da "hit americana Anni Ottanta" dei Raveonettes (e non a caso nelle vesti di produttori ci sono Richard Gottehrer e Sune Rose Wagner), un'idea di rock'n'roll che voleva suonare fuori dal tempo e insieme molto contemporanea.
Vedremo dal vivo come si comportano le fanciulle: l'appuntamento è per questa sera al Mattatoio Club di Carpi, Modena (qui l'evento facebook). Primo e dopo il concerto, avrò anche il piacere di mettere due dischi, e per fortuna non sarò da solo ma arriveranno le Girlfriends In A Coma a incendiare la pista.
Ci si vede a banco!

(mp3) Dum Dum Girls - Are You Ok

venerdì 16 maggio 2014

Satan Wriders live a polaroid!

Satan Wriders live a polaroid!

Anche questa settimana il podcast di "polaroid - un blog alla radio" è ricco di sorprese. Oltre a un prestigioso intervento di Bastonate VS NUXX, e a un'anteprima esclusiva di "Non ti divertire troppo" (su cui torneremo), sono venuti a trovarmi in studio Sam Regan e Luca Lovisetto. L'ultimo lo conosciamo bene per i suoi Absolut Red, il primo invece è il batterista dei Satan Wriders, indie rockers di Stockton, California. Insieme, in una specie di versione bolognese della giovane band statunitense, ci hanno regalato in acustico alcune canzoni tratte dall'album di debutto Black Eyed Kids (uscito da pochi giorni in vinile sulla interessante Harlot Records).
Qui trovate la puntata intera, piena di brindisi e cinque alti, mentre quelle qui sotto sono le canzoni suonate dai Satan Wriders dal vivo in studio:


Grazie a Giacomo Manghi per la foto!

venerdì 9 maggio 2014

"C'è posto per uno soltanto. E quello non sei tu."

Musica Sigillata - rassegna di concerti al Caffè Rubik di Bologna

Questa sera al Caffè Rubik in Via Marsala a Bologna riparte Musica Sigillata, una "rassegna anticommerciale e controproducente di musicisti sigillati dentro". Dentro, è bene ricordarlo, "c'è posto per uno soltanto. E quello non sei tu". Il Rubik può dare l'impressione di essere un posto abbastanza piccolo. Quando i gruppi suonano la gente resta fuori, sotto i portici, lungo il marciapiede, tra le macchine parcheggiate male e gli autobus che non riescono a passare.
Negli ultimi due anni, Musica Sigillata è riuscita a far suonare parecchie delle migliori band indipendenti italiane: Havah, Cosmetic, Chewingum, Raina, Sin/Cos, Wolther Goes Stranger, Karibean, Three Lakes, Lovecats, Clever Square, What Contemporary Means, Majirelle, tanto per citarne alcune. In versione acustica o semplicemente "compatta", tutti questi musicisti hanno suonato quasi sempre solo per un minimo rimborso spese, e la rassegna ha continuato a essere *gratuita*. Da quest'anno i ragazzi del Rubik stanno provando a crescere un po', con l'obiettivo di migliorare l'impianto del locale, il supporto alle band e (magari!) realizzare anche una compilation in cassetta con un po' dei live "sigillati", che sono sempre diversi da come le band suonano normalmente. Per fare tutto questo hanno lanciato un Musicraiser, e sarebbe davvero bello se in questo mese che manca alla scadenza riusciste a contribuire (anche solo con un aperitivo sponsorizzato!) e poi a passare in Via Marsala a vedere cosa succede.
Io stasera sono lì: prima non l'ho scritto ma verso le sette suonano i Le Man Avec Les Lunettes, presentano il loro ultimo monumentale capolavoro Make It Happen, e quando hanno finito se ci siamo ripresi metto anche un po' di musica io, tutto stretto dentro il Rubik ma troverò comunque lo spazio per saltare, brindare e ballare. Segue qui sotto lo spiegone motivazionale in formato video.
Ci si vede a banco!

giovedì 8 maggio 2014

(This is just) The calm before the storm

Antony Harding – (This is Just) the Calm Before the Storm

La calma prima della tempesta non è mai suonata tanto dolce e incantevole. Nonostante il testo di questa canzone cerchi di avvertirci in tutti i modi che sta per arrivare il peggio, era da tempo che non ascoltavamo tre minuti di pop così spensierato e primaverile da parte di Antony Harding. Dopo i brani strumentali scritti a lume di candela raccolti in Only Pipe Dreams In The Pipeline del 2013, questo nuovo singolo ci offre un suono differente, più vivido e brillante, tra le melodie più serene dei Go-Betweens e l’immediatezza di certi vecchi Belle and Sebastian. Ma (This Is Just) The Calm Before The Storm è soltanto la prima anticipazione del nuovo album del cantautore britannico, By The Yellow Sea in arrivo l’anno prossimo.
Dopo una lunga carriera solista con lo pseudonimo ANT, l’ex batterista dei leggendari Hefner ha deciso di tornare a utilizzare il proprio nome per questa nuova uscita, e in studio, nella sua nativa Isola di Wight, lo hanno accompagnato Marc Maitland, Tim Charlton e Eltjo de Vries. La rinnovata energia nella scrittura è percepibile ed è tutta racchiusa nell’invito amichevole ma deciso: “dust yourself down and blow your horn”!
(This Is Just) The Calm Before The Storm è disponibile in download digitale su We Were Never Being Boring:


Antony Harding - (This is Just) The Calm Before the Storm

Be Nordic 2014: vi porto in Scandinavia

Be Nordic 2014: la Scandinavia a Milano!

Se come me siete innamorati della Scandinavia e del Nord Europa, questo fine settimana a Milano c'è un appuntamento che non potete perdere: Be Nordic, che si tiene da domani fino a domenica a Palazzo Giureconsulti. Una serie di eventi e attività (il programma completo è qui) per raccontare lo stile di vita nordico in tutte le sue forme, dal design alla gastronomia, dalla letteratura all'attenzione per l'ambiente.
Non mancherà ovviamente la musica, e se durante gli aperitivi vi capiterà di ascoltare qualcosa di familiare e sentito anche su queste pagine, sappiate infatti che il qui presente blogghetto ha avuto l'onore e il piacere di curare la playlist, tutta ovviamente proveniente da Svezia, Norvegia, Finlandia e Danimarca. Skol!
In attesa di tornare presto a quelle latitudini, ci si vede a Be Nordic!

(mp3) Most Valuable Players - Stockholm Doesn't Belong To Me (remix By Viktor Sjöberg)
(mp3) Håkan Hellström - Känn ingen sorg för mig Göteborg
(mp3) Slagsmålsklubben - Malmö Beach Night Party

mercoledì 7 maggio 2014

Il live dei Delta Sleep e dei New Adventures In Lo-Fi a polaroid!

Delta Sleep live @ polaroid alla radio - Radio Città del Capo, Bologna, 2014/04/28
New Adventures In Lo-Fi live @ polaroid alla radio - Radio Città del Capo, Bologna, 2014/04/28

L'ultimo podcast di "polaroid - un blog alla radio" arriva un po' in ritardo, lo so, ma valeva la pena aspettare. La settimana scorsa, infatti, ho avuto il piacere di ospitare negli studi di Radio Città del Capo i britannici Delta Sleep e i torinesi New Adventures in Lo-Fi, di passaggio a Bologna nel loro lungo tour italiano. Oltre ai numerosi brindisi, i régaz ci hanno regalato alcune canzoni dal vivo, tra cui un paio inedite!
Grazie ancora una volta a Luca Benni di To Lose La Track per avere reso tutto questo possibile.
Qui trovate la puntata intera, mentre quelle qui sotto sono le canzoni suonate dal vivo in studio:


Abbiamo chiuso la radio quasi all'una, ma è stata una serata favolosa. Spero che dalle canzoni e dal casino in onda la cosa si senta almeno un po'.

lunedì 5 maggio 2014

And though I'm happier now, I always long somehow back to 1995

Radio Dept. - Lesser Matters

Vorrei raccontarti che dieci quindici anni fa ero più naïf e inesperto, che oggi sono tutta un'altra pasta d'uomo, migliore, più maturo, con le idee chiare. Invece la verità è che l'altra sera ho ritrovato un post che avevo scritto nel 2003, e tu guarda, lo avevo anche intitolato "Promemoria", e alla fine ho pensato che la voce era sempre la stessa che uso in questo momento, le incertezze, i ripieghi, tutti quegli slanci senza eleganza solo per cercare di far ascoltare una canzone a qualcuno, ma per cosa poi. Against the tide. Questo primo maggio 2014 facevano dieci anni da quel primo concerto dei Radio Dept. in Italia, al Covo di Bologna. Nei mesi scorsi, per due secondi avevo considerato l'idea di celebrare la ricorrenza: magari contattarli, sentire come stanno adesso, se e quando arriverà un nuovo disco, intervista di rito, giro di post commemorativi, tirare in mezzo la vecchia guardia, magari si rimediava anche un po' di musica inedita o addirittura un "evento". In fondo, non hanno praticamente un sito, non sono attivi sui social network, hanno sempre dato l'idea di essere qualcosa di fragilissimo, parlare di loro poteva essere anche interessante. Poi ci ho ripensato, mi sono detto che qui "celebrare" finiva per rappresentare un atteggiamento, tutto un modo di vivere la musica che in un attimo diventava antipatico a me, figuriamoci a chi avrebbe dovuto leggere oggi. Vuoi metterti a parlare di blog nel 2014? O magari di indie / DIY / battute sulle spillette / la Scena / la Svezia / il passaparola senza brand? Così alla fine non ho fatto nulla che si vedesse, non ho "celebrato". Appena c'è stata un po' di calma ho rimesso nello stereo Lesser Matters e oggi, visto che non vi siete ricordati dell'anniversario, vi beccate il post noioso. È ancora un disco formidabile, e questa è ancora la cosa più importante. Ma tipo uno dei miei dischi della vita, se questa espressione ha ancora un senso. E provo meraviglia come il primo giorno che ascoltai Where Damage Isn't Already Done, non ho dimenticato quel momento. E nemmeno il pomeriggio di corsa in macchina per la città con i cd masterizzati dell'album che mi era appena arrivato, e tutte quelle mail in inglese approssimativo, I Don't Need Love I've Got My Band, fino alla luce del mattino dopo. Potrei scherzare su quanto dovevamo sembrare naïf e inesperti allora, oppure potrei soltanto dire che eravamo già così, che io sono ancora così. Non è una presa di posizione, non c'è coraggio né nostalgia, solo un prodigio di musica bellissima che ti ricorda chi sei. Strange things will happen if you let them.

(mp3) The Radio Dept. - Where Damage Isn't Already Done