mercoledì 24 dicembre 2014

"polaroid alla radio" Christmas special!


Giusto in tempo per il cenone della Vigilia, l'ultimo podcast dell'anno, il Christmas Special di "polaroid alla radio" tutto pieno di canzoni di Natale!

Flying Vaginas – Santa Bring Me A Dinosaur (Bob Brown cover)
Baseball Gregg – Rebel Without A Claus
Dent May – I’ll Be Stoned For Christmas
Karibean – Down Before Christmas
Young Wrists – Merry Christmas (Ramones cover)
Julian Nation – Xeroxed Diary Entries Fanzine, Or St Lucy’s Day In Montreal
Monnone Alone – Everywhere At Once
Burnt Palms – You
The Calorifer Is Very Hot – Christmas Strike
Neverending Mojitos – Be Young, Be Foolish, Be Happy (Tams cover)
Parker Lewis – Merry Christmas
Le Man Avec Les Lunettes – I’ll Be Home For Christmas (Bing Crosby cover)

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(e ancora una volta, grazie a Mistobosco per l'immagine!)

Simply having a wonderful Christmastime!

Best Friends - Wonderful Christmastime (Paul McCartney cover)

Quando pensi di avere già tutto sotto controllo e di essere pronto per quest'altro Natale con playlist, compilation e colonne sonore, ecco che saltano fuori i Best Friends a scombinare tutte le carte. La sgangherata band di Sheffield ha infatti registrato una versione del classico natalizio di Paul McCartney Wonderful Christmastime. Il risultato, com'era prevedibile, conferisce una luce speciale ai versi "The party's on / The spirit's up". La cover fa parte di un EP intitolato Delicious Christmas, che segna anche il debutto della Delicious Clam Records. I proventi di questo disco saranno devoluti allo Sheffield homeless teenager charity Roundabout.

(mp3) Best Friends - Wonderful Christmastime (Paul McCartney cover)

lunedì 22 dicembre 2014

I wished for impossible things each Christmas

Parker Lewis - 'Merry Christmas' (2014)

Qui a polaroid non è Natale senza una nuova canzone di Parker Lewis (e infatti nelle passate compilation ho avuto l'onore di ospitarlo parecchie volte). Quest'anno il cantautore svedese torna con una nuova Merry Christmas forse più malinconica e scarna ma ricca di soul. La fine dell'anno è anche il momento dei bilanci, per tirare le somme e capire da dove ripartire: "I wished for impossible things each Christmas, none of which came true. So this year, baby, I wish for you”. God Jul!


Parker Lewis - Merry Christmas

Non c'è niente di twee (3) - digressione londinese

Marc Spitz - Twee

[continua] Il problema della gentrificazione e della "brooklyinizzazione" tocca anche Londra. Jasper Fulcher, ex componente degli Art Brut, ha scritto un interessante pezzo per Drowned In Sound, "Are Beardos to Blame for the Demise of the UK's Small Venues?", a proposito della chiusura di locali storici come il Buffalo Bar, il Madame Jojo e molti altri che per anni sono stati parte fondamentale della scena indie. Piccoli pub in apparenza trasandati che però vantavano un'eccezionale programmazione di concerti, e che stanno scomparendo dalla mappa musicale della capitale britannica.
A differenza però del punto di vista di Marc Spitz e del suo saggio sul Twee, Fulcher sembra ribalatare con molta umiltà la valutazione, e riconosce di essere parte del problema.
For the first time in modern history, a youth movement would rather be middle class than working class, would rather know how to make a decent cup of coffee than sick up at an indie disco, would rather savour a craft beer than fifteen pints of fortified wine. And for many (parents), this is probably a good thing. But for the first time in history, a youth movement doesn’t want to be disgusting. For the first time in history a youth movement is actually encouraging places that smell like stale beer and wee to shut down. I reckon. [...] The youth are transparent. Disparate. Their culture atomised on the internet into a million ineffective pieces, into a million concrete rooms selling nothing but organic tomatoes and hand-sewn candy floss. And what am I doing to help? Nothing. Signing internet petitions and submitting articles with questionable syntax. I'm as guilty as the rest.

venerdì 19 dicembre 2014

La Classifica dei Dischi dell'Anno 2014!


L'altra sera, prima di andare in radio, mi sono appuntato al volo sull'ultima pagina dell'agenda la classifica dei miei dischi del 2014. Ci ho messo meno di un quarto d'ora, compreso un veloce ripasso all'archivio del podcast. Ci sono annate in cui la musica che più ti ha fatto compagnia è ancora tutta lì con te, e quindi onorare una vecchia tradizione, come l'innocuo gioco da nerd anziani della Top Ten di fine anno, diventa facile facile, magari un po' sentimentale ma tutto sommato ancora divertente.
Qui trovate la puntata con la classifica andata in onda lunedì sera (una corsa contro il tempo!). Come scrivo ogni volta, non ho la pretesa di ritenere questi "i migliori dischi dell'anno": per quelli ci sono riviste specializzate e webzine più serie. Qui sotto trovate soltanto i dieci dischi che nel diario 2014 di "polaroid - un blog alla radio" si sono conquistati una pagina speciale. Spero che vi piacciano.



10) Bad Family - Bad Family
Tra influenze inglesi Anni Ottanta e un tocco più ruvido e quasi slacker, il debutto del quartetto di Melbourne riassume molte delle cose che mi hanno fatto innamorare della musica down-under negli ultimi anni. [...]

(mp3) Off To Bed



9) The Pains Of Being Pure At Heart - Days Of Abandon
Il disco in cui i Pains disarmano i loro classici feedback non è piaciuto a molti dei loro storici fan. Invece, dopo averli visti dal vivo, io mi sono convinto che la nuova direzione è quella giusta. [...]

(mp3) Beautiful You



8) Rat Columns - Leaf
Tra reminiscenze di Yo La Tengo e spigoli più new-wave e nervosi, un disco che sembra fatto apposta per cedere il passo al tempo e all'abitudine, e che invece racchiude una bellezza abbandonata che merita di essere raccolta. [...]

(mp3) Walking Back



7) Mac DeMarco - Salad Days
La voce sorniona, amica e rassicurante di Mac DeMarco in fondo a notti solitarie, quella sua chitarra suadente e scintillante, i ritmi incespicanti da fine sbronza e perenne sorriso assonnato (ma con il lampo sempre pronto a scatenarsi negli occhi) sono piaceri ancora molto preziosi. [...]

(mp3) Blue Boy



6) Tomorrows Tulips - When
Anche in questo caso, un gran bel disco che è cresciuto ancora di più dopo aver visto la formazione californiana in azione sopra un palco.Questi surfisti prestati al rock'n'roll sanno suonare dannatamente sensuali e "viziosi", secondo la lezione dei Velvet Underground. [...]

(mp3) When



5) Flowers - Do What You Want To, It's What You Should Do

Bisognerebbe ascoltare soltanto musica che ci fa saltare per aria, stringere i pugni e prendere a calci i giorni là fuori. Anche se non servirà, anche se quattro accordi non potranno mai davvero risolvere tutto quello che non è. [...]

(mp3) Lonely



4) Ought - More Than Any Other Day
Un disco super cerebrale che è riescito a coivolgermi in primo luogo a livello di nervi e muscoli, con una irrequietezza a dir poco entusiasmante. E avere visto di cosa sono capaci dal vivo me li ha fatti amare ancora di più. [...]

(mp3) Habit




3) Alvvays - Alvvays
L’estate banale, l’estate indimenticabile, l’estate delle mie e delle tue vacanze. La stagione del perdersi, dell’allungarsi pigri sul calendario, la sabbia calda contro la schiena, del parlare di surf rock senza aver mai saputo distinguere una tavola da un tavolino da salotto. La stagione dei mille nastroni per tutti i viaggi che dovevamo fare, e poi ascoltiamo sempre lo stesso disco. Quest’anno qui è toccato agli Alvvays. [...]

(mp3) Atop A Cake




2) QUARTERBACKS - Sportscenter / Quarterboy

Dean Engle quest'anno ha pubblicato due cassette a nome QUARTERBACKS che sono in qualche modo complementari: Sportscenter più irruenta e punk (anzi, "twee punx"), e Quarterboy, in cui diverse canzoni della prima vengono rilette in maniera acustica. Il risultato è superiore alla somma delle parti, e grida AMORE e ADOLESCENZA nella maniera più luminosa, autentica e commovente che si possa immaginare. [...]

(mp3) Weekend
(mp3) Center



1) Comet Gain - Paperback Ghosts

Il disco in cui la storica band londinese è riuscita a mettere meglio a fuoco quel miscuglio rabbioso e sentimentale di Northern Soul, Television Personalities, Velvet Underground, Style Council, riottose fanzine dimenticate, proteste proletarie, cataloghi Mod, l'impossibile rivincita dai margini, eleganti eroi della nouvelle vague in bianco e nero, e chissà che altro che non capisco. Dopo tutti questi anni conosciamo bene, eppure tutto questo non smette mai di farmi venire i brividi, e mi scaraventa via con la sua fiera energia. [...]

(mp3) 'Sad Love' And Other Stories

- I miei concerti dell'anno:
5) Comet Gain @ Sala Becool, Barcellona 11 Ottobre
4) POW! @ Handmade Festival, Guastalla (RE) 2 Giugno
3) Of Montreal @ Bronson, Ravenna 2 Febbraio
2) Ought @ Covo Club, Bologna 8 Novembre
1) The Growlers @ Zuni, Ferrara 6 Giugno + Mattatoio Club, Carpi (MO) 1 Novembre

- Bonus track: un anno di live unplugged in studio a "polaroid alla radio"!

mercoledì 17 dicembre 2014

Blah Blah Blah Blah Blah Blah Blah Blah Blah Blah Blah Blah Blah Blah Blah

Girlpool

Maschio, bianco, eterosessuale: direi che ho tutte le carte in regola per NON parlare delle Girlpool. La musica del duo di Los Angeles ti fa venire il dubbio che potresti trattare ogni argomento dal punto di vista sbagliato, nel modo sbagliato, per qualche scopo sbagliato. Ma sto ascoltando tantissimo il loro EP di debutto, e mi pare ingiusto concludere l'anno senza lasciarne traccia qui sul blog. Negli ultimi due o tre anni mi sembra sempre più diffusa nel mondo musicale, sia indie che mainstream, una rinnovata consapevolezza riguardo alle problematiche di genere e al femminismo (parola che mi sembra sempre di usare come una semplificazione, ma che credo sia necessario spendere). Forse perché leggo troppe webzine americane tipo Rookie o Le Sigh (e dalle nostre parti non dimentichiamo il lavoro di Softrevolution), o forse perché, d'altra parte, la situazione per le donne sta diventando sempre più insostenibile. E così arriviamo a queste canzoni: uno schiaffo in faccia. Nonostante siano composte soltanto da chitarra, basso e due voci (due voci sempre intense, chiare, penetranti), le canzoni delle Girlpool risultano ogni volta più forti di quello che ti aspetteresti. A prima vista, qualcuno potrebbe dire che manca un sacco di roba, che queste due tipe dall'aria un po' scoppiata sono delle dilettanti. Ma se presti attenzione ti accorgi che "lo spazio" dentro la musica è messo lì apposta per farti concentrare su qualcosa d'altro. Per esempio, sui versi (rime semplici, una franchezza disarmante) e sul perché quei versi sono scritti in quel modo. "The pain is an endless cycle" notano le Girlpool in Plants And Worms, e si potrebbe dire che forse è l'osservazione da cui prende le mosse tutto il disco. Quali sono le cause di questo dolore? Esiste soluzione? "It's hard to see things simply", dice un altro verso poco più avanti: un modo per rispondere a chi vede nel loro suono soltanto un approccio "facile", minimalista. Quando una volta si parlava di punk si usava spesso la parola "urgenza". Ecco, per queste due ragazze che in fondo prendono delle forme del folk, le scarnificano e sanno incendiarle con la loro vita, la parola urgenza sembra tornare utilissima. Non è soltanto qualche somma algebrica tra Breeders, Beat Happening, riot-grrrl e via dicendo. C'è un intero mondo dentro il quarto d'ora scarso di questo disco, dentro questi strilli e dentro queste parole sussurrate. C'è la voglia di divertirsi ("Love spell / go to hell / drink my wine / everything's fine"), la dolorosa necessità di amare (Blah Blah Blah), il sesso ("it's not enough to watch a movie / eat me out to American Beauty"), la politica ("I don't wanna get fucked by a fucked society"), l'orgoglio ("You were born for a reason / share all your feelings / If you are a Jane / put your fist up, too"). Ma soprattutto nella musica delle Girlpool trovo uno sguardo sincero e aperto che mi fa passare la voglia di mettermi a pontificare su qualunque "già sentito / già detto" possibile. Harmony Tividad e Cleo Tucker hanno diciotto anni, e in una delle loro canzoni più belle e commoventi, la dichiarazione d'amore Chinatown, purtroppo ancora inedita, arrivano quasi con stupore a domandarsi per la prima volta "do you feel restless when you realize you're alive?". Non vorrei rovinare per nulla al mondo questo momento. Ascoltatele.

(mp3) Girlpool - Slutmouth

lunedì 15 dicembre 2014

OCCUPY POLAROID!


“polaroid – un blog alla radio” – s14e11

Francesco Farabegoli, già firma di Vice Magazine e Rumore, nonché fondatore di Bastonate, “uno dei migliori blog musicali in circolazione nonostante la musica di cui parla”, ha preso il controllo dell'ultima puntata di polaroid alla radio. Questo è il podcast di quello che ne è venuto fuori:

Deerhoof – Exit Only
Flaming Lips feat. Miley Cyrus – Lucy In The Sky With Diamonds
Io e la Tigre – La mia collezione impossibile
Johnny Mox – Praise The Stubborn
Alvvays – Adult Diversion
Shellac – Surveyor
Sun Kil Moon – Jim Wise

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sabato 13 dicembre 2014

A polaroid for Christmas 2014

 A polaroid for Christmast 2014


IT La mattina del 13 dicembre le ragazze scandinave indossano vesti candide e una corona di candele accese. L'oscurità della notte di Santa Lucia, che secondo il Calendario Giuliano era la notte più lunga dell'anno, è ormai alle spalle e la luce può ritornare. Ci si scambia doni, si preparano dolci tradizionali, si canta in coro e prende il via il periodo delle festività.
Come già gli anni scorsi, anche "polaroid alla radio" ha deciso di entrare nello spirito natalizio e di provare a farvi un piccolo regalo. Ho chiamato un po' di amici e di band e ho chiesto se volevano scrivere una canzone adatta a questa stagione, o almeno suonare una canzone che mi facesse compagnia mentre addobbavo l'albero di Natale. Ancora una volta, le risposte sono state superiori a ogni aspettativa.
Ringrazio tutti i musicisti che hanno partecipato, sono stati fantastici: qui sotto trovate tutti i link. Spero che vi piaccia. È una polaroid per Natale, per fare un po' di auguri a tutti.

ENG On the morning of December 13th, scandinavian girls wear white robes and a crown of candles. The darkness of the night of Saint Lucia, which according to the Julian Calendar was the longest night of the year, is now behind us and light can return. People exchange gifts, prepare traditional sweets, sing in choirs and kick off the holiday period.
Like we did the last years, polaroid blog has decided to enter into the Christmas spirit and brings you a small gift. I called some friends and some bands, and asked them if they wanted to write a song for this season, or at least play a song that could keep me company while decorating the Christmas tree. Once again, the responses exceeded all expectations.
I thank all the musicians who participated, they were fantastic. Below you can find all the links. I hope you like it. It's just a polaroid for Christmas to send some greetings to everyone.


Artwork by Mistobosco

01) Flying Vaginas - Santa Bring Me A Dinosaur (Bob Brown cover)
02) Baseball Gregg - Rebel Without A Claus
03) Burnt Palms - You
04) New Adventures In Lo-Fi - Temptation (New Order cover)
05) Slow Shot - Shining All Night
06) The Mumble Jackson - Darling
07) Barbados - The Fall
08) Machweo - Santa Claus Is Coming To Town (per Oscillatori e Risuonatori)
09) Setti - Crauti
10) Skelets On Me - Love (John Lennon cover)
11) Le Man Avec Les Lunettes - I'll Be Home for Christmas (Bing Crosby cover)
12) Neverending Mojitos - Cooking Up Something Good (Mac DeMarco cover)
13) Osc2x - Dreaming Of A Wild Christmas
14) Winter Dies In June - Winter Dies In June
15) Neverwhere - Christmas Eve Lonesome Bitterness Blues



mercoledì 10 dicembre 2014

I’ll be stoned for Christmas

Dent May – I’ll Be Stoned For Christmas

Come ogni anno non volevo cascarci, mi dico proviamo a darci un tono, basta con questi luoghi comuni, e poi ecco arriva lui, con le luci colorate e gli occhiali grandi: Dent May, ormai da un pezzo senza il suo "magnificent ukulele" ma adorabile e svalvolato come sempre. La prima vera canzone di Natale di quest'anno qui sul blog è sua, ed è una roba - diciamo - per tirarsi su. Hai presente com'è dura tornare al paesello per le vacanze, ripetere frasi fatte, rivedere vecchi amici, stare a tavola per ore con i parenti, aprire regali e fare sorrisi di circostanza. Dent ha una soluzione: "I'll be stoned for Christmas. Sorry mom".

(mp3) Dent May – I’ll Be Stoned For Christmas

martedì 9 dicembre 2014

Non c'è niente di twee (2)

Marc Spitz - Twee

[continua] Come ogni società, anche "la tribù Twee" (Spitz sottolinea spesso che non si tratta di una generazione, ma di un concetto più esteso e inclusivo) possiede un proprio codice etico, riassumibile in questa specie di decalogo.

- La bellezza vince sempre su ciò che è brutto.
- Un'acuta, quasi disarmante, consapevolezza della morte, della crudeltà e di tutto ciò che è oscuro che, però, si scontra con l'inamovibile centralità data al nostro essere essenzialmente buoni.
- Uno strettissimo legame con l'infanzia e la relativa innocenza e mancanza di avidità.
- La totale deroga al concetto di "cool", come è convenzionalmente noto, spesso a favore di una sorta di feticizzazione del nerd, del geek, dell'imbranato, del vergine.
- Un sano sospetto per l'età adulta.
- Un interesse per il sesso ma una certa diffidenza e timidezza quando si tratta di passare ai fatti.
- Un ardente desiderio di conoscenza, sia che riguardi la scaletta di un album, gli attori secondari in un vecchio film di Hal Ashby o di Robert Altman, i libri meno conosciuti di Judy Blum, o come coltivare la perfetta melanzana viola o il cavolfiore arancione.
- Il portare avanti un progetto per pura passione, che sia una band, una fanzine, un film indipendente, un sito, un'azienda di abbigliamento o alimentare. Qualunque cosa sia, agli occhi del Twee rappresenta una forza del bene e qualcosa per cui vale la pena vivere.

sabato 6 dicembre 2014

Ferro Solo live @ polaroid!


Da qualche tempo, Ferruccio Quercetti dei nostri amati CUT ha messo in rete alcune sue canzoni da solista, con il nome di Ferro Solo. Senza elettricità, soltanto chitarra, voce, e tanta, tantissima passione. Si avverte in maniera netta, al primo ascolto, che si tratta di canzoni molto personali, fatte di una materia delicata, anche se indiscutibilmente rock'n'roll. Anche per questo motivo è stato un onore poter ospitare lunedì scorso a polaroid, su Radio Città del Capo, il primo live radiofonico di Ferro Solo.
Tra i soliti brindisi, le quattro chiacchiere improvvisate, un prestigioso collegamento telefonico con La Donna di Prestigio e un prezioso intervento di Bastonate, mi sono trovato a mandare in onda un set toccante e pieno di forza, e mentre lo ascoltavo lì, dall'altra parte del vetro, non volevo davvero finisse.
Grazie a Emanuele "ehiuomo!" Rosso per le fotografie. Qui trovate il podcast completo, mentre qui sotto le quattro tracce che Ferro Solo ci ha regalato dal vivo:

Ferro Solo live unplugged @ polaroid alla radio
Radio Città del Capo - 2014/12/01

Almost Mine
Airplanes
You And Your New Lover
Early Bird

La nostalgia della cassettina nella Macroregione

... ritrovare il DeeJay Time oggi, qui, in questo “spazio industriale”, ha soprattutto un valore – eh sì – nostalgico. Come il 90% della nostra dieta mediatica, ovvio. “Ma ti ricordi...”. Certo che ci ricordiamo: non dimentichiamo mai niente. Non possiamo dimenticarci niente. È la feroce, spietata gentrificazione della memoria, per cui l’affastellarsi degli anni e dei ricordi fa salire follemente il prezzo immobiliare delle esperienze “originali”, delle madeleine più lontane nel tempo.

(Sono stato un ascoltatore saltuario del Deejay Time e passata l'età dei primi volumi della Los Cuarenta non sono più riuscito ad appassionarmi a quell'idea di musica, ma per apprezzare questo articolo credo non occorra nemmeno aver mai ascoltato un pezzo degli U.S.U.R.A. Come un capitolo di Memoria Polaroid trapiantato dentro Padania Classics.)

Fabio de Luca - "Il DeeJay Time, i 30 anni della Time Records e la fine del mondo"

giovedì 4 dicembre 2014

Content nausea

Parquet Courts / Parkay Quarts

Quando ho ascoltato Content Nausea dei Parkay Quarts (leggero slittamento da Parquet Courts) la prima volta mi sono agitato parecchio. È forse la Losing My Edge degli Anni Dieci? È una specie di manifesto ingenuo e fin troppo sincero? Oppure è la parodia di un manifesto, che intende mostrare come la nostra non sia più epoca da proclami e dichiarazioni? Dov’è il trucco? Il torrente di parole rigurgitate da Andrew Savage mi investe accompagnato da rumori dissonanti, elettricità dilaniata, mentre il ritmo insegue una cavalcata furibonda che non arriva da nessuna parte. Oh, come mi emozionano ogni volta gli elenchi, gli inventari, i cataloghi, le liste di oggetti e precetti, Gadda e Petronio. “Too much data, too much tension / Too much plastic, too much glass”. Mi viene solo voglia di credere a tutto. Il candore di versi anacronistici come “The more connected, the more alone” non mi scoraggia: io pretendo che la canzone continui a sparare ad altezza uomo. “Meeting a friend, writing a letter, being lost: antique ritual all lost to the ceremony of progress, like the sensual organs removed”. Come una versione cinica di We Used To Wait degli Arcade Fire senza il salvagente della poesia e dei buoni sentimenti. “Life's lived best when scrolling least“: ehi, Parkay Quarts, sto leggendo i vostri testi su un iPhone, che ironia, vero? “Ignore this part, it’s an advertisement”.
Mi piace che le recensioni di Content Nausea, in pratica il secondo album pubblicato dalla band newyorkese in questo 2014, dopo l’impressionante e acclamato Sunbathing Animal, mostrino quasi tutte un certo disappunto, e stavolta i voti in media restino bassi. Secondo non pochi critici, i Parquet Courts non sarebbero riusciti a concentrare tutta l’energia di cui sono capaci, disperdendo idee e lanciando questa opera verso obiettivi poco chiari. Cazzate, a mio parere. Una band che è riuscita a scatenare tutta l’energia punk (punk qui nel senso di Velvet Underground + Gang Of Four, per dare un’idea) di Black & White, per esempio, non ha bisogno di provare nulla, e se vuole anche azzardare passatempi kraut (cosa sarebbe un remix di Kevlar Walls nelle mani giuste?) continua ad avere tutta la mia fiducia.
Content Nausea: che grande titolo, che immagine perfetta per una battaglia (intellettuale) persa in partenza che forse vale ancora la pena combattere. Ma non è da credere che i Parkay Quarts siano dei puri sognatori. In Pretty Machines, che nella mia testa è un po’ il proseguimento della title track, Savage è consapevole che nemmeno la sua voce può chiamarsi fuori: “I've been tricked into buying quite a number of things / Yeah, bullshit and dreams”. Del resto è un semplice musicista: “Punk songs: I thought that they were different / And I thought that they could end it / No, no it was a deception”. Quanta severità. Forse sono proprio i modi severi di queste canzoni, anche quando sembrano andare alla deriva, a farmi considerare questo disco una spanna sopra molta altra musica contemporanea. “Still, you think that you're not a servant / You think that you can avoid / The stylish institution, worshiping illusions / Things you thought you could destroy”. Questo disco è il ragazzo dall’aria un po’ cupa che vendeva Lotta Comunista davanti al portone dell’università, e quella volta che hai deciso, così per cambiare, di fermarti a fare due chiacchiere hai scoperto che non ci credeva neppure tanto, ma almeno sapeva mettere in fila due idee critiche che valeva la pena ascoltare.
Aggiungo poi che accanto a quest’anima un po’ paranoica e un po’ lucida, e che non molla mai un suo certo tenace senso dell’umorismo (quale spazio rimane oggi a chi dovrebbe essere definito anti-establishment?), i Parkay Quarts si rivelano anche dei sorprendenti narratori: la chiusura di Uncast Shadow Of A Southern Myth, che rimanda a Dylan, e la kafkiana The Map sono due veri e propri racconti, scritti con una cura e una nettezza che mettono ansia. Era chiaro fin dalle prime parole del disco: “Everyday it starts / Anxiety / Anxiety / Anxiety”. Disco dell’anno, nel senso che consegna alla storia un’istantanea di quest’epoca a fuoco come poche altre. “Punk for the millennials” sono stati definiti i Parkay Quarts, e forse è un’etichetta da non considerare con l’abituale sarcasmo.

(mp3) Parkay Quarts - Pretty Machines

mercoledì 3 dicembre 2014

Still half hoping that you'll come down



“polaroid – un blog alla radio” – s14e08

Pretty Sad – Never Falling
The Felines – Pretty Boy
Grandstands – Forest Hill
Terrible Truths – False Hope
Corners – Buoy
Bully – Bully
YACHT – Terminal Beach
The Coathangers – Drive
Anthony Atkinson & The Running Mates – It Radiates
The Cannanes – Tempus Fugit
[Bastonate - “La letteratura musicale e, penso, anche quella sportiva”]
Shellac – Compliant
Cheryll – Sometimes
Leon Bridges – Comin Home
Foxygen – Mattress Warehouse
Cat Cat – Microwave
Boudica – White Liar
Roya – 14th Floor (Television Personalities cover)

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QUARTERBACKS

“polaroid – un blog alla radio” – s14e09

QUARTERBACKS – Center
QUARTERBACKS – Center
The Weak Boys – Hangovers
Woolen Men – Rain
Garrett Klahn – I Don’t Care At All
The Shivas – You Make Me Wanna Die
Twin Peaks – Mirror Of Time
Bass Drum Of Death – For Blood
Burnt Palms – Be Mine
The Decemberists – Make You Better
Ultimate Paintings – Ten Street

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martedì 2 dicembre 2014

Welcome Back Hype!


Dopo l'anteprima del singolo Best Friend e dopo il nuovo video, è finalmente arrivato anche lo streaming integrale del secondo album dei Welcome Back Sailors! Da ieri sera potete ascoltare Tourismo niente meno che su Hype Machine.
Premete play e dategli un ascolto perché merita davvero e scalda il cuore. Nel nuovo lavoro i classici suoni morbidi e sintetici dei Welcome Back Sailors hanno trovato una nuova forma, più equilibrata e compatta. Ma è il modo del tutto personale con cui i Welcome Back Sailors fanno suonare emotivi e viscerali i loro synth che rappresenta ancora il loro principale punto di forza, riuscendo a combinare la naturalezza pop con ampie dosi di soul e di funk.
L'album esce in vinile, cd e digitale per We Were Never Being Boring collective in collaborazione con La Barberia Records.


lunedì 1 dicembre 2014

Non c'è niente di twee (1)


In questi giorni non ho molte cose da scrivere, perciò ho deciso che condividerò qui sul blog un po' di appunti "live" da Twee, il saggio di Marc Spitz dedicato alla "rivoluzione gentile". Spitz traccia una storia dell'idea di "Twee" dal dopoguerra ai giorni nostri, raccogliendo i più disparati elementi di cultura pop. Non so come andrà a finire, a volte il ragionamento sembra abbastanza fragile e fin troppo "generoso", tendendo a includere un po' tutto, ma di sicuro ci sono parecchi passaggi interessanti e la scrittura è brillante.
Il punto di osservazione da cui parte Spitz è che la più recente gentrificazione della sua nativa Brooklyn rappresenti l'epicentro del Twee, e che sia avvenuta una progressiva "brooklynizzazione" dell'estetica a livello mondiale:

Some Narnias are not full of industrious souls. Rather, they are otherworlds, which simply enchant without stoking the urge to collect and consume. They're fantastical, mostly fictional. In Brooklyn and "Brooklyn" (the real world, if you will) you have to purchase the snow and the creatures and the experience itself. While it might seem folly to some, this retail-happy land is not without its share of genuinely inspired inventors. Among these aesthetes is the clever soul who has penetrated the lid of an old-fashioned glass mason jar and welded a metal straw to the top for sipping. It's not the lightbulb, the combustion engine, or the silicon chip, but America doesn't make these things anymore. What we produce is... "Brooklyn". It's our greatest export to the world right now, the way "Hollywood" was a half century ago and Silicon Valley was three decades later.

La seconda cosa interessante è che quello che succede a Brooklyn, ovvero la mescolanza di Generazione X, Y, Millennials e baby-boomers fuori tempo massimo, fa dire a Spitz che, a differenza del Punk e dell'Hip-Hop, il Twee unisce generazioni lontane, tanto gli adolescenti quanto i sessantenni, "liberating from the pressure to be cool, swaggering, aggressively macho and old at heart".
[continua...]

sabato 29 novembre 2014

I haven't changed much but I'll never be the same

The Ocean Party - Soft Focus

Una premurosa pugnalata al cuore, affettuosa e inesorabile, mentre il buio arriva così presto e non vedo nulla oltre la pioggia. Gli Ocean Party non dovevano tornare con un disco così, non in questo momento. Il quarto album della band australiana racconta a meraviglia la maturazione della loro musica e riesce a fare male, malissimo. Si vorrebbe restare per sempre attaccati a quelle giovanili jangling guitars che una volta ci ricordavano qualcosa dell'inquietudine dei Pants Yell, mescolata all'indolenza dei Real Estate. Ma il nuovo Soft Focus non è quasi più niente di tutto questo. Voltare pagina. Suoni morbidissimi, che spesso sembrano rimandare a certo rock Anni Ottanta, e ricchi di arrangiamenti che includono synth e sassofoni. Non a caso la band dice di essersi ispirata più ad atmosfere Roxy Music epoca Brian Eno, e di avere come numi tutelari i connazionali Triffids (il cui Rob McComb compare tra i credits di questo nuovo lavoro). Soft Focus cattura un sentimento esausto. "I did all the ground work / Now they’re probably going to throw it away". La sensazione di essere rimasti inchiodati in qualche posto sbagliato (Still Stuck Out Here). C'è molta solitudine, e tutto quel romanticismo da persone sole. Titoli come Bed As A Grave oppure Deluded. Versi netti come "relief will never come, and I waited enough, so now the need is gone". E c'è la consueta gentilezza nel modo in cui gli Ocean Party sferzano tutti questi fendenti spietati. C'è grazia nelle voci e nelle melodie distese. Ti chiedi se bisogna abbandonarsi o restare aggrappati con tenacia a queste macerie. Provo a pensare che la risposta sia già nella traccia di apertura: "I went out. I thought what else could I do". Ma fa ancora male.

(mp3) The Ocean Party - Sharps And Taylors

venerdì 28 novembre 2014

I whish you knew how I feel for you

Pretty Sad - Pretty Sad EP - Shelflife

Lo so che l'indiepop vi sembra un po' la comunità Amish della musica indie, e questo non tanto perché sia una nicchia chiusa e immobile, quanto perché quello che riesce a filtrare all'interno diventa presto parte di un discorso che sembra da sempre molto conservatore. In realtà le origini dell'indiepop (basta vedere la storia della Sarah Records, per fare un esempio) hanno un carattere di rottura e rivoluzione forte quanto quello del punk. Solo che i mezzi scelti per esprimersi sono stati spesso sottovalutati o travisati, e in ultimo hanno finito per essere assimilati ad altro.
Così quando nel 2014 esce un piccolo e delizioso EP come il debutto dei Pretty Sad per la benemerita Shelflife Records, il primo pensiero è che potrebbe essere un disco del decennio scorso, o di quello prima, e suonerebbe esattamente allo stesso modo. Il trio, che si divide tra Danimarca e Gran Bretagna, prende la strada di un dream pop malinconico ma non sconsolato, grazie a melodie terse e chitarre scintillanti (qualcosa di Beach Fossils, qualcosa di New Order), e soprattutto grazie a una voce lieve che scende da una nuvola e che ricorda molto le prime cose dei Concretes. Purtroppo escono l'EP esce solo in digitale, sarebbe stato perfetto dentro uno di quei sette pollici, "come una volta".



Pretty Sad - Pretty Sad EP

giovedì 27 novembre 2014

"We, the creative class"


Un incipit da blog bulletto per questo post sarebbe: "non so se i Pomplamoose si rendono più ridicoli con la loro musica, il loro look o le cose che scrivono". Ma in effetti non conosco abbastanza il duo californiano per avere voglia di spendere troppo sarcasmo. Leggo su Wikipedia che le loro canzoni sono finite dentro spot della Toyota e della Hyundai, e i loro video hanno superato i cento milioni di visualizzazioni su youtube. Insomma, non sono proprio l'ultimo dei gruppetti da cantina. Ti aspetti che abbiano un minimo di consapevolezza circa il business e i propri mezzi.
Poi leggi questo pezzo intitolato "Pomplamoose 2014 Tour Profits (or Lack Thereof)" e ti cadono le braccia. Forse era meglio fare un po' il bulletto.
Pomplamoose just finished a 28-day tour. We played 24 shows in 23 cities around the United States. It was awesome [...] that’s $135,983 in total income for our tour. And we had $147,802 in expenses. We lost $11,819.

Non è che solo per il fatto di essere pubblicato su Medium un articolo diventa intelligente e brillante. Ho trovato abbastanza imbarazzante il modo in cui i Pomplamoose hanno scelto di elencare entrate e uscite dettagliate al centesimo per sostenere la loro tesi ("an attempt to shine light on a new paradigm for professional artistry"). Avrebbero potuto raccontare il loro barcamenarsi come band che sta cercando (pure con qualche successo) di galleggiare sopra la linea del totale anonimato facendosi qualche domanda in più. Davvero retribuisci sei persone quasi cinquantamila dollari per quattro settimane, dormi in una doppia al Best Western e ti chiedi come mai il tour non va in pari? "Neither of us had experience with financial modeling": e ce ne vantiamo con un lungo pezzo su internet scritto purché abbia i font belli larghi e i bottoni dei social. L'unico accenno nel testo a qualche forma di funzionamento concreto del mercato è l'esempio delle pubblicità su youtube: "people agree to run ads over their videos to make money from their content". Questo sì che è "marketing insegnato (d)ai musicisti"! (cit. Gluca).
"The 'creative class' is no longer emerging: it’s here, now": e questa suona davvero come una minaccia.

UPDATE: "You don’t have to lose money on tour" - una sensata replica su Noisey.


domenica 23 novembre 2014

Letting go has not really been something that I've been good at

Le Man Avec Les Lunettes - Summer Summer - video directed  by Erica Terenzi (Be Forest) and Lorenzo Musto

Non aggiornavo il blog da una settimana, ma in questi giorni sono uscite un po' di notizie di band italiane che mi stanno a cuore, e la domenica mattina è il momento giusto per un po' di recap.

- Con il consueto tempismo, a poche settimane dal Natale i Le Man Avec Les Lunettes hanno pubblicato un nuovo video per Summer Summer, canzone contenuta nel loro ultimo magnifico album Make It Happen. La versione del video però è leggermente diversa, dato che aggiunge la voce di Costanza Delle Rose dei Be Forest, e ascoltarla in un contesto così diverso per lei è proprio un piacere. Anche il video è speciale, perché è diretto da Erica Terenzi (sempre dei Be Forest) e Lorenzo Musto, che rendono bene l'aria malinconica ma leggera, quasi di sogno, della musica dei Lunettes.


- E a proposito dei Be Forest, il trio pesarese ha concluso proprio ieri il lungo tour americano che li ha portati in giro da una costa all'altra. Lo scorso 18 novembre sono stati anche ospiti della celebre stazione radiofonica di Seattle KEXP. Se siete curiosi di sentire cosa hanno combinato i nostri ragazzi dal vivo, potete riascoltare il Morning Show di John Richards sul player a questo link!

Be Forest live @ KEXP Seattle 2014/11/18


- Nuovo video anche per i Welcome Back Sailors, uscito in anteprima sulla webzine americana My Old Kentucky Blog. Best Friends è la nuova anticipazione da Tourismo, il secondo album del duo emiliano, in arrivo martedì su We Were Never Being Boring. Piroette e volteggi controluce, per una suono che da "semplicemente" elettronico è diventato sempre più sensuale e soul.


- Questa settimana è uscito anche Amore, il debutto sulla lunga distanza per i romani WOW. Pubblicato da 42 Records raccoglie dieci magnifiche canzoni (più una bonus track) che sembrano arrivare direttamente da un magnifico universo parallelo in bianco e nero, in cui gli Anni Sessanta italiani rappresentano una cultura dominante e certi arrangiamenti lussureggianti di archi non sono mai passati di moda. Una nuova voce interessantissima nel panorama nazionale.


- Fallo Dischi e To Lose La Track hanno unito le forze per pubblicare il nuovo sette pollici in split tra i bolognesi Action Dead Mouse e i napoletani L'Amo. Punk hardcore fatto col cuore, gridato e sanguinante, come serve a noi: "esigiamo passioni smodate". In attesa che arrivino i vinili, le due canzoni sono in free download via Bandcamp.

 split Action Dead Mouse​ / ​L'Amo

sabato 22 novembre 2014

MAP - Music Alliance Pact #74

MAP - Music Alliance Pact

Eccoci a un nuovo appuntamento mensile con il progetto MAP - Music Alliance Pact, ovvero una ventina di blog di tutto il mondo che selezionano per voi una nuova band interessante del proprio Paese, ve la presentano e vi regalano una canzone. Un ottimo modo per scoprire nuova musica in modo non convenzionale. Per chi volesse capire di cosa stiamo parlando, questo è il riassunto delle puntate precedenti.

Tra i nomi che mi hanno incuriosito a questo giro:
- l'indonesiano Barokka, con una electro-dub che non va certo per il sottile, ma che oltre la sua apparenza trash mostra sfumature oscure e ostili;
- The Dagger Complex, dal Perù, che confermano quanto sia universale l'eredità di suoni alla Echo & The Bunnymen e di certi Ottanta;
- lo scozzese Billy Jeffrey Jnr, con un folk caldo e tradizionale che piacerà ai fan di Iron & Wine e Bon Iver;
- Da Culkin Clan, che a quanto pare rappresentano il meglio dell'hip-hop equadoregno, e viaggiano su beat molto rilassati che mi prendono sempre bene;
- il maltese Fastidju, al secolo NIgel Baldacchino, con un post-rock che sembra partire da ambientazioni Sigur Rós e poi prende una piega più notturna e angosciosa molto efficace;
- lo scanzonato rock'n'roll a presa rapida dei portoricani Los Vigilantes.

Gli italiani di questo mese sono i Klam, quartetto toscano che ha da poco debuttato con l'album Bleak. Un disco di post-punk pervaso da atmosfere goth e nervose, spettrali e senza luce. Suoni cesellati con precisione (li immagino dividere un palco con i Soviet Soviet, per esempio) e titoli che non lasciano scampo. Potrebbe sembrare tutto già sentito ma il meccanismo mi pare funzioni a meraviglia perché i Klam riescono in qualche modo a preservare brandelli straziati di melodie. Sconsolate e intrise di melodramma, pur sempre melodie azzeccate e forti, capaci di restarti addosso. Un esordio molto promettente.

(mp3) Mess With The Best, Die In A Nuclear Test

Clicca qui sotto per leggere il resto della playlist del MAP di novembre, con il link per scaricarla tutta in un colpo solo.

sabato 15 novembre 2014

OAK live @ polaroid!


Verso la fine dell'estate, il buon Scaglia (già My Awesome Mixtape e mille altre storie) mi aveva passato dei demo di alcuni règaz bolognesi, Matteo Fortuni e Gregorio Salce. Pop acustico da cameretta, con una bella scrittura e un notevole orecchio per le melodie. Li avevo ascoltati con parecchia curiosità, ma con i miei soliti ritardi ci avevo messo una vita a rispondergli. Quando sono tornato sul pezzo, erano diventati una vera e propria band, gli OAK, con l'aggiunta di Ilaria Ciampolini e Fabio Casacci, e le prime cose caricate su soundcloud mostravano progressi notevoli, inserendo anche spunti più elettronici. Con grande piacere, lunedì scorso li ho avuti finalmente ospiti in radio per una "polaroid session" tra birrette e abbracci. Qui trovate il podcast completo con la nostra chiacchierata, mentre qui sotto le canzoni che ci hanno regalato dal vivo:

OAK live unplugged @ polaroid alla radio
Radio Città del Capo - 2014/11/10
Elephant And Castle
Not To Get Along
Robert John

Grazie a tutti!


giovedì 13 novembre 2014

Thirteen

Teenage Fanclub - Thirteen

Il disco del giorno da queste parti, per forza di cose, è Thirteen dei Teenage Fanclub: "polaroid - un blog alla radio" compie tredici anni, e non credo nemmeno sia una cosa che si fa più, festeggiare gli anniversari dei blog. Si festeggiano i dieci o i centomila follower, i traguardi dei like su facebook. Gli anni, perdonate il tremendo gioco di parole, sono proprio una roba del passato. Però questo compleanno me lo sono ricordato, mi è tornato in mente questo titolo e allora ho deciso di fare due cose: passare la mattina ascoltando i cari vecchi scozzesi (fanno sempre molto bene al cuore), e salutare la ricorrenza su queste pagine con un piccolo post che non interesserà a nessuno. Non ho preparato bilanci con slide e grafici, non ho profonde riflessioni su come sono cambiate le cose, o sul perché i blog siano ormai posti dove arrivi soltanto se trovi prima un link su qualche social network. Tutto questo non ha cambiato come amo la musica. Mi pare che anche la radio soffra di un problema analogo: se ho già tutte le canzoni del mondo da qualche altra parte, e se i podcast mi liberano da orari e calendari, che cos'è la diretta, almeno quella di un programma musicale? Che cosa rimane di quelle onde e frequenze che passano sopra la città? Cosa resta e cosa ha preso il posto di quelle sere steso sul letto ad ascoltare Suoni & Ultrasuoni o Radio Città 103, ad appuntarsi nomi e a registrare cassette? Il blog e la diretta del lunedì per me rimangono ancora la stessa cosa: un piccolo nastrone "dal vivo", acceso lì per farti compagnia, e una playlist personale di giorni come un racconto fatto di musica, dischi, concerti e link. Niente di eccezionale, ma l'archivio qui accanto si fa lungo, si allunga verso il basso come i trampoli di Proust, e per fortuna che i tempi cambiano, e vedo in giro un po' di "kids coming up from behind" parecchio attivi, con belle idee e migliori tagli di capelli. Dopo tutti questi anni, a me basta ancora che ci sia ancora quella voce che dice "Love to hear your song on the radio, on the radio".

(mp3) Teenage Fanclub - Radio

The party line

Belle and Sebastian – The Party Line

“polaroid – un blog alla radio” – s14e06

Failed Flowers – My Death
Sea Pink – Art Imitating Life
Twin Peaks – Making Breakfast
Tomorrows Tulips – Glued To You
Roya – A Sickness
Nothing – July The Fourth
Ought – Weather Song
Totally Mild – Take Today
Twerps – Conditional Report
Belle and Sebastian – The Party Line

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mercoledì 12 novembre 2014

Even though I lost my way, I found a friend

ANTHONY ATKINSON AND THE RUNNING MATES - Broken Folks (Lost & Lonesome Recording Co)

Benvenuto autunno, ti presento il disco che ti accompagnerà per questa stagione. Si intitola Broken Folks ed è la terza prova solista di Anthony Atkinson, accompagnato qui dai Running Mates. Atkinson era il frontman dei Mabels, storico gruppo di casa Candle, la defunta label australiana che ormai una ventina di anni fa ci regalò anche i Lucksmiths. A raccogliere parte dell'eredità di quella etichetta è stata poi la Lost & Lonesome di Mark Monnone che, per chi non lo ricordasse, dei Lucksmiths era il bassista. Il fatto che Broken Folks esca quindi per la Lost & Lonesome sembra quanto mai appropriato. Tra i credits del disco, insieme a membri dei Zebras e dei Mid-State Orange, figurano anche lo stesso Monnone e Marty Donald. Insomma, si respira proprio una bella aria di famiglia. Rispetto a tutti questi nomi, l'elegante folk pop di Atkinson ha un approccio più orchestrale, con arrangiamenti di archi e fiati, innesti di banjo e qualche chitarra slide che riescono a dare alla sua musica un tono luminoso, caldo, aggraziato anche quando tocca argomenti duri (il singolo The Lake, sul lento e penoso declino di una relazione, oppure Calm & Collected, con la sua travagliata storia famigliare). Anche i testi sono nitidi e precisi. Atkinson sceglie con cura ogni parola (non a caso l'album è accompagnato - con una certa autoironia - da un glossario), e riesce a raccontare tanto le sconfitte d'amore ("I’m on a mission to find the precise time we lost all reason"), quanto le insicurezze delle condizioni di lavoro oggi (la spietata giornata "di festa" di Labour Day), e anche gli impossibili sogni di fuga (Some Border Town). C'è molta malinconia dentro queste canzoni, ma la tristezza sembra tenuta a distanza ancora per un po'. C'è un cuore che nonostante tutto continua a pulsare, come nella clamorose It Radiates o nell'apertura di I Lost My Way, I Found A Friend, che giocano con un crescendo che mi fa tornare in mente certe cose di Magnetic Fields o Divine Comedy (oppure, volendo un riferimento più vicino, i più trascinanti Fanfarlo degli esordi). L'autunno è qui, ma quest'anno sembrerà un po' meno freddo.

(mp3) Anthony Atkinson & the Running Mates - I Lost My Way, I Found a Friend


Anthony Atkinson & the Running Mates — It Radiates

giovedì 6 novembre 2014

Stay glued to you


Non ci provo nemmeno a far finta che il mio giudizio su questo nuovo When non sia influenzato dal formidabile concerto dei Tomorrows Tulips visto un paio di settimane fa a Ravenna. Anche se il terzo album della band californiana restituisce solo in parte il mondo fatto di polvere, psichedelia, sole negli occhi e riverberi saturi che la loro musica può creare, dopo un live del genere non si può non essere team "eternally teenage" in maniera incondizionata. La situazione al Moog era ideale: la stanzetta stipata di gente entusiasta, stavamo addosso ai musicisti e agli strumenti, il suono sporchissimo e avvolgente, le diapositive acide da Factory che ricoprivano tutti e disegnavano contorni vaghi dai colori accesi. When mi sembra ora una semplice lista di belle canzoni, ma so che sopra un palco si trasformano nella distesa di una spiaggia. Tra l'altro dal vivo, i Tomorrows Tulips sono molto meno narcolettici e slacker di quanto ci si potrebbe aspettare. Il loro è un rock'n'roll che spesso ha un passo indolente, d'accordo, ma si conferma pieno di chitarre vibranti e "viziose", figlie di quelle di Lou Reed e dei Velvet Underground. Un rock spogliato di ogni pretesa di complicazione. Un rock che è pura materia prima, vedi i giri elementari di I Lay In My Bed o Plan It Peace, suonate senza ironia, con un piacere che verrebbe da dire limpido, primordiale. E live ci mettono un sacco di passione, questi surfisti prestati alla musica, per trascinarti con loro, per sedurti e avvinghiarti. Sanno accelerare e spingere, come nell'apertura di Baby che ricorda certi Teenage Fanclub, o in Papers By The TV, che si regge su un riff di tre note quasi da Beat Happening garage. Sanno anche parlarti con il cuore in mano, consapevoli del loro ruolo di outsider: "Trying hard to know my heart / with liquor and some drugs [...] Feeling down and out / is nothing to be proud or sad about" (Down Turned Self Pity - che rimanda ai TV Personalities). Ma è in momenti fiammeggianti e "lenti" come Glued To You, dove la voce è un sussurro all'orecchio che fa proposte oscene, o nella sussultante title track, dove la spirale della melodia viene sempre più sommersa dai feedback, oppure nei lunghi assoli che si concedono live, che i Tomorrow Tulips danno il meglio, con una sensualità naturale, traboccante e contagiosa.

 (mp3) Tomorrows Tulips - When

martedì 4 novembre 2014

Vinx goes to CMJ: photo gallery e birrette

Un paio di settimane fa mi aveva scritto Vinx, ovvero il fotografo e regista Roberto Vincitore, chiedendomi qualche dritta per il CMJ. Mi ero parecchio divertito a scartabellare il corposo calendario, incrociando locali e orari, e a mandargli poi una lunga serie di link e consigli. Pensavo di essere stato noiosissimo, e invece mi è tornata indietro questa bella cronaca per immagini, e oggi è un onore poter ospitare qui sul blog le sue foto (insieme all'adrenanilica mail che le accompagnava)!

A Place to Bury Strangers


Caro Polaroid Un Blog Alla Radio,
la musica al CMJ era tutta eccezionale e le performance, lasciami dire, genuine. Per quel che ne so io dello stato della musica, per me dovrebbero essere tutti passati in radio. Ti posso dire che mi sono divertito, che ho visto tutte le band contente di fare quello che fanno, che il pubblico era affettuoso e l'energia palpabile. Mi sono divertito. Anche a tornare nei camerini, scambiare due battute con i musicisti e poi fregargli un paio di birre dal frigo. A quest’ultima cosa ci tengo parecchio, checcazzo. Mi mancava da morire.
Sono stato trascinato a sentire i Literature, per fortuna. Loro sono quelli che mi sono garbati di più in assoluto: sobri, chitarroni ignoranti, si batte il piedino che è un piacere. Purtroppo ho sentito solo le ultime due canzoni. Non ne ho foto ma me la sono goduta.
Be Forest in formissima, grandi applausi. Ci siamo mangiati i calamari fritti insieme, bravi ragazzi.
Prince Rama tamarrissime, gasatissime, a piedi nudi. Premio The Bangles.
Nai Harvest è tutto una tirata, sporco e giovinastro hipster e con quel piglio strafottente che hanno quelli di Sheffield. è scappato che aveva un concerto a Boston ma una birretta l’avrei offerta volentieri a quell’asinone lì di Ben Thompson.
I Beach Day son giovani che fan roba per giovani. Lei è cospicuamente gnocca quindi le si è perdonato di esserci attorcigliata nei cavi come un cormorano.
September Girls presissime dalla parte. Una parte che un po’ anche basta per essere il 2015, ma suonata bene. Non male.
Sophie Hanlon è un’artista che non mi aspettavo inclusa al CMJ. Lontana dal roghenroa e qualsiasi ruvidità. Gran voce, splendido sorriso australiano, gran presenza on stage. Mi ha scritto ieri.
Il premio Ugola D’oro va ripartito equamente tra Flowers e Marissa Nadler. Di quest’ultima ne ho una sola foto perché mi sono talmente perso nella sua voce che mi son completamente dimenticato perché ero lì. Ho anche una certa.
PINS vincitrici di statura. Carichissime, sexy - soprattutto Lois Macdonald (@Propertyoflois) - e brave brave brave. Palco rotondo e luci della madonna, stranamente. Girls Like Us ha dentro la nuova Manchester. Il 5 Novembre suonano a Reykjavik, Iceland, facci na pensata.
Moon Duo ipnotici, fenomenali. A loro va il premio Porca Puttana Però per via delle luci. Hanno suonato completamente al buio, tutto il concerto. Figo (se non fosse il 2015 anche per loro) ma niente foto nemmeno per la stampa. Rimarrà sempre e solo nel mio cuoricino. Il premio è più per te.
A Place To Bury Strangers sono innegabilmente bravi ma non è il mio genere. Nulla da aggiungere.

Questi sono i miei due cents sulla musica, il resto è tutto nelle fotografie.
Le luci sono state un vero disastro. Solo rosse verdi e viola, soprattutto rosse. La morte della fotografia tutta.
Però c’è il sudore, la rabbia dei giovini e i pedalini.
È tutto lì. Come l’ho visto io.

Be Forest
Be Forest

I've got a strange feeling: I'm falling through a pink mist again

Rat Columns - Leaf

Col tempo ci si abitua a tutto, soprattutto alla ferocia del tempo. Si riesce a restare indifferenti agli schiaffi di certe madeleine che una volta ci avrebbero strappato lacrime, indifferenti ai fantasmi nelle vecchie case, alle nebbie dell'autunno dentro cui volevamo perderci, alle occasioni sprecate. Leaf, il nuovo album dei Rat Columns, è un disco di indie rock fatto di chitarre obsolete, non abbastanza alla moda per certi suoni contemporanei, e non abbastanza vintage per destare l'attenzione di altre nicchie. Forse è un problema dell'indie rock in generale, non saprei. Quello che so è che mi basta poco per vincere l'indifferenza e lasciarmi prendere da queste canzoni. Leaf è un disco capace di tenere assieme reminiscenze di Yo La Tengo (Pink Mist), Go-Betweens (Only Love Can Hurt You) e Clientele (Sixteen), passando per una trascinante new-wave (Another Day) e il versante più nervoso e acerbo dell'indiepop, à la Josef K / Orange Juice (Walking Back). La seconda parte della scaletta sembra in qualche modo perdere di intensità, ma io credo che funzioni anche in quel caso e mi piace, suona molto "veritiera", come un discorso importante che ti si sbriciola tra le mani mentre nello slancio cerchi le parole giuste, ma non per questo diminuisce la sua forza.
I Rat Columns sono un trio che si divide tra San Francisco e l'Australia, da dove proviene David West (già nei Total Control e nei Lace Courtain, da non confondere con i Lace Courtains, ex Harlem). Insieme alla batteria di Matt Bleyle e al basso di Jon Young, e con l'aiuto di un po' di amici (tra cui Kelley Stoltz che ha registrato l'album) ha realizzato un disco che sembra fatto apposta per cedere il passo al tempo e all'abitudine, e che invece racchiude una bellezza abbandonata che merita di essere raccolta.

(mp3) Rat Columns - Walking Back

lunedì 3 novembre 2014

You're looking better in my underwear


“polaroid – un blog alla radio” – s14e05
Grazie a La Donna di Prestigio!


Aphex Swift – We Are Never Ever Getting Girl_Boygether
The Proper Ornaments – Now I Understand
Broncho – Deena
The Growlers – Black Memories
Girlpool – Blah Blah Blah
The Ocean Party – Head Down
Leon Bridges – Better Man
Ex Hex – Waterfall

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venerdì 31 ottobre 2014

I listened to "Cool Choices" and all I've got is this lousy sense of emptiness

Se vi è capitato di ascoltare le ultime puntate di "polaroid alla radio", in onda sulle frequenze di Radio Città del Capo, vi sarete accorti che le playlist riuscivano molto più spumeggianti. Tutto merito della Donna di Prestigio, ovvero la metà senza baffi di Mondo Oltro, che è passata a dare un po' di provvidenziale supporto alla trasmissione. Oggi è un grande onore poterla ospitare anche qui, sulle pagine del blog, con una recensione della "ungoogleable" cantautrice S.


S (Jenn Ghetto) - Cool Choices

Se non ci sbrighiamo a pensare a un'alternativa andrà a finire che la critica musicale verrà sostituita da una pseudo-curatela in cui trascrivere il testo di una canzone basterà a significare "ehi, questa cosa vale il tuo tempo e i tuoi soldi" (eventualmente) e vederselo ribloggare sarà il feedback che adesso manca ai critici di professione.
Di fatto è già così, e il tempo stringe: il testo di Brunch gira su Tumblr - a ragione - da mesi prima dell'uscita di Cool Choices di S, il nuovo (quarto) disco solista di Jenn Ghetto dei fu Carissa’s Wierd. Cool Choices ha una copertina che a me personalmente ricorda Beyoncé. Va da sé che l’interno non ha nulla a che fare con quello e non c’è nemmeno un pezzo allusivo come Blow, anche se pure qui il linguaggio è forte e le immagini sfacciate. L’album è fuori per Hardly Art, che fra gli altri è la casa dei Gem Club, e non li nomino a caso: quando Jenn/S abbandona la chitarra per il pianoforte, potrebbe aver rubato idee a Christopher Barnes. Quando torna ad imbracciare quella, la sensazione è di stare ascoltando un disco perduto dei Death Cab For Cutie, finito dietro una mensola più o meno nell’intervallo tra la pubblicazione di The Photo Album e You Can Play These Songs With Chords. Nemmeno questo è un caso: per la seconda volta Jenn lavora con Chris Walla, che al momento di questo ingaggio non aveva ancora abbandonato la formazione. E anche se così fosse stato: Walla è il suono dei DCFC tanto quanto Ben Gibbard. O no?
Comunque. Fin qui l’aneddotica.

Il valore di Cool Choices è un altro paio di maniche, e pure difficili da arrotolare uguali. A sinistra, il lato del cuore, aderisco con calore all’idea del disco concept-non concept su una rottura sentimentale che non è più quella lancinante delle prime storie d’amore - è Lancinante con la L maiuscola. Lancinante. Un bel nome per un ronzino, un cane randagio che torna sempre davanti al cancellino di casa, una lavanderia con l’insegna anni Settanta (“La Lancinante”), una bici scrostata. Qualcosa che tieni anche quando potresti liberartene per un upgrade a un modello migliore e meno stropicciato. Dall’altro, mi piacerebbe "sentire" queste canzoni quando Jenn canta “You’re getting old and no one gives a shit”, e quasi succede, e sono sul punto di essere io quella che ribloggherà i suoi testi. Invece per qualche motivo mi viene voglia di ascoltare le Now, Now, o penso con abbandono ai Company of Thieves scoprendo che si sono sciolti a inizio anno (sigh). Oppure, ancora: provo impazienza per queste canzoni che quando potrebbero decollare raggiungono il minutaggio previsto e bum, finiscono mentre ci stavo prendendo gusto.

E mentre la signorina Ghetto (come suona bene!) passa a sviscerare un altro capitolo della sua frattura cardiaca scomposta mi cade l’occhio sul commento dell’utente 420Honey al video del singolone Losers, quando scrive “sorry I’m a gen X’er” per dire del proprio spaesamento che forse è anche il mio, semplicemente una questione di gap generazionale. È che davvero non sono sicura: sono io che ho perso terreno o Jenn un’occasione, accontentandosi di un disco ok quando avrebbe potuto firmare un capolavoro?

(mp3) S - Vampires
(mp3) S - Vampires (Swim Good remix)