martedì 23 dicembre 2003

Buon Natale, régaz

La cosa più natalizia che mi è capitata in questi giorni è stata rivedere la replica della puntata in cui arriva Il Piccolo Aiutante di Babbo Natale.
Mi sono commosso ancora, a distanza di più di dieci anni. Confesso che vi ho pensato quando Homer dice "ma è patetico, è un perdente, è... un Simpson!".

Così, anche se a Bologna splende il sole, decido di indossare la barba finta e il costume rosso che tengo da parte per queste occasioni.
Vi faccio i miei migliori Auguri, fingo che nel 2003 siano stati tutti buoni e prima di andarmene off line vi porto un po' di regali, scegliete quelli che preferite.

- The Strokes live in Lowell, Massachussetts, 31 ottobre 2003 (e già che ci siete magari date un'occhiata all'archivio: tra gli altri, Sonic Youth, Talking Heads epoca 1983, Beck insieme ai Flaming Lips)

- gli Yo La Tengo rifanno i Velvet Underground

- anche i Pavement, e molto altro

- per restare in tema, Stephen Malkmus & The Jicks a Rotterdam, lo scorso marzo.

- rarità dei Radiohead

- su Indierocklive.com trovate My Morning Jacket, Ween, Calexico e Spiritualized. Ogni concerto è corredato da note e commenti

- Mogwai live in Japan (22 novembre 1999)

- Billy Bragg a Glastonbury nel giugno 2002

- qualcuno è interessato a 136 concerti di Michael Franti insieme agli Spearhead?

- At The Drive-In, Fugazi, Get Up Kids, Blonde Redhead e altri, su transmission3000.com

- una miscellanea di Peter Doherty.

Stacco per un po'. Ho già mandato avanti la versione automatica di polaroid, che si scrive da sola e ha pure link interessanti. Peccato non riesca ad aggiungere alla "blog balotta" quella di FFWD.
E speriamo che stavolta nessuno se la prenda troppo.
Buon Natale a tutti :-)

lunedì 22 dicembre 2003

La buona novella, breve racconto natalizio in quattro parti

Se avete guardato la Meglio Gioventù potete anche leggere di sotto. Se poi l’avete visto al cinema, questo è anche gratis (beh, dipende dalla connessione, ma).
Parte I: via Clavature di dicembre

Il Calice tracima fidanzate coi jeans di Richmond e sportine di Ratti, il cui sobrio punto vendita bolognese si affaccia poco più avanti, impreziosito per le festività da un raffinato fiocco di luci, degno epilogo di un nastro dorato che imbalsama tutto l’edificio con grande eleganza. Del resto anche per i piccioni è Natale (povera Coco, e soprattutto, poveri noi).
La proprietaria di quel che resta di Carlo Grazia, si annoia sull’uscio richiamando al buon senso con gli stessi pantaloni di New York da vent’anni, se proprio vi siete impuntati su ’sto fatto di spendere in vestiti (anche se nemmeno lei ne vede il motivo), comprate, che so, Van Noten o Margiela.
Parte II: di fronte a Miss Sixty

Sto andando a messa in San Petronio, ma dato che non ho espiato a sufficienza, dall’Alto mi inviano un ex compagno di università, burlona epifania domenicale.
Io non sto guardando le vetrine di un negozio monomarca di jeanseria per dodicenni bellissime, gonne rasopelo uso ultimo capodanno da educande, ma una lampada arancione che assomiglia molto ad una che ho già in scala minore e vagheggio quanto potrei realizzare vendendola.
Ecco, ad una certa età gli ex compagni di università cominciano a spaventarti come gli ex compagni di liceo, con l’aggravante che ti riconoscono sempre e non c’è via di scampo.
Il problema è che i miei ex compagni di università usano con disinvoltura fantasiose espressioni tipo: mi hanno dato la direzione lavori, abbiamo vinto l’appalto concorso, potremmo però fare un cena tutti insieme tipo da Rodrigo, per capodanno prendo un aereo il giorno stesso.
Ma la peggio è sempre lei: e tu?
Parte III: prova di fede

In breve, loro sono degli entusiasti patologici della vita post laurea, atteggiamento che presuppone un'unica risposta esatta, l’indifferenza cool, tu hai cioè un programma radiofonico, vendi mobili restaurati e orecchini di carta contoterzisti, hai ascoltato almeno dieci dischi usciti nel duemilaetre e, attenzione: fai ancora le quattro di mattina (il che di solito impressiona molto).
L’atteggiamento da indifferente cool ha la funzione salvifica di confondere l’interlocutore per levarti dall’imbarazzo, ma presuppone un’unica condizione e cioè che giunto il tuo turno messo in bella evidenza dalla domanda e tu? al primo argomento gli occhi non ti si riempiano di lacrime rigandoti irrimediabilmente le guance di mascara. Non c’è waterpoof che tenga, ma puoi sempre dire che ti è morto il coniglio da appartamento che avevi chiamato Cauchy, che è un escamotage sensato e divertente, nonché un nome bellissimo.
Congedandosi il mio vecchio amico mi ha detto: continua così che abbiamo bisogno di strutturisti! e solo allora ho capito che si era trattato di un intervento divino, alla Giobbe per intenderci.
Nel tempo della conversazione avevo perso e recuperato salute moglie raccolto bestiame e dovevo affrettarmi all’ultima messa, seppure in Santo Stefano, che è un po’ come andare in cooperativa a Cortina, due dei luoghi prescelti per l’imminente insurrezione di zibellini e cincillà.
Parte IV: il vero e unico canto di Natale

Il vangelo (Lc, 1, 39-48) è quello che finisce col Magnificat, in cui Maria va alla montagna per far visita a sua cugina Elisabetta che era sterile ma ora porta Giovannino nel grembo. In due quadri di Leonardo (no, non quello), Giovanni da capretto diventa San Giovannino (deve averci speso qualche parola anche Freud) e poi in un terzo, grazie alla dieta di locuste e miele nel deserto, un ragazzo fichissimo coi ricci e lo sguardo di bacco. A pensare a detta iconografia, per distrarmi durante l’omelia, mi è sovvenuto che nei primi due quadri c’è Sant’Anna che è la mamma di Maria (il fatto, seppure intuibile di certo non è immediato), personaggio di nicchia nei vangeli, che gode di grande notorietà negli apocrifi. Ciò detto, strette le mani inanellate delle vicine e lasciatami benedire, sono corsa a casa (senza soffermarmi ulteriormente al mercatino dell’antiquariato), con l’urgenza felice di ascoltare La Buona Novella (1970), che io possiedo qui solo su cassetta, registrata da vinile (quello oro), coi frusci e gli schiocchi di serpi e di merli che conseguono.

Sbiadì l'immagine, stinse il colore, ma l'eco lontana di brevi parole, ripeteva d'un angelo la strana preghiera, dove forse era sogno ma sonno non era - lo chiameranno figlio di Dio - parole confuse nella mia mente, svanite in un sogno, ma impresse nel ventre.



venerdì 19 dicembre 2003

Refresh, refresh, refresh.... Pitchfork!

Ho tenuto tutto il giorno una finestra aperta ridotta a icona sul fondo del mio desktop. La Top 50 del 2003 secondo la webzine Pitchfork era annunciata per oggi e alle 15.55 è finalmente apparsa.
Dopo la proclamazione ieri di Hey Ya! degli Outkast come miglior singolo dell'anno (e tanto per épater les bourgeois al secondo posto e terzo posto c'erano Beyonce e Justin Timberlake), avevo davvero voglia di leggere cosa avrebbero combinato con gli album.

Passare dalla posizione cinquanta alle prime dieci è stato come ogni volta un calvario: conosco a malapena un paio di tutti quei nomi, ma nonostante ciò mi sono divertito un mondo a leggere le loro battute intraducibili, i loro giochi di parole in slang stretto, i motti di spirito sempre più criptici.
Perché Pitchfork è insopportabilmente snob e tutto quel che volete (e quei decimali nei voti sono ridicoli), ma resta un sito scritto da persone intelligenti e brillanti che quando si mette in testa di stroncare/disintegrare qualcosa lo fa senza pietà, e che però è anche capace di farsi prendere da entusiasmi selvaggi, nonché di riportare opinioni contrarie da parte di altri redattori (e questa classifica, che siate d'accordo o meno coi suoi futili risultati, lo dimostra ancora una volta).
Non vi anticiperò chi è in vetta ("we will remember this album: nothing says 2003 more", scrivono, anche se io non ci credo così tanto), ma devo essere stato un po' precipitoso ad arrivare in fondo: dovevano ancora finire di caricare la pagina. Mi sono sentito un po' più nerd del solito.
Sigarette gelide

Baustelle - 'La moda del lento'Di ritorno dal concerto dei Baustelle al Renfe di Ferrara avevo voglia di cantare le parole delle canzoni che non avevo mai ascoltato, avevo voglia di comprare una giacca di gessato, avevo voglia di regalare il disco a mio padre perché mi erano tornati in mente quei suoi album degli anni Settanta. Roberto Vecchioni, Patty Pravo e Don Backy stanno ancora sotto il Marantz a casa e io li ho sempre snobbati.
Poi è partita la Réclame e ho pensato che forse mia sorella l'avrebbe apprezzato di più, lei che all'epoca delle Vacanze dell'Ottantatre ballava le domeniche pomeriggio e da qualche parte conserva l'autografo di Riccardo Fogli. Lei sì che riconoscerebbe subito Nada dietro Alain Delon.
Ma alla fine, quando ho sentito "essere depressi oggi / provoca troppi dibattiti / essere depressi oggi / dura solo pochi attimi", ho capito che mi non sarei separato volentieri da La Moda del Lento.

mercoledì 17 dicembre 2003

I Dischi Dell'Anno di polaroid

Nelle stesse ore in cui Pitchfork pubblica il suo "year-end feature", quelli di polaroid già in clima natalizio vi regalano la loro impaziente e duplice classifica (stereofonica!), in attesa di scrollarsi di dosso consuntivi e stelle filanti, e sperando che a gennaio si possa ritornare in radio.
Un brindisi, prego.

(entrando, sulla sinistra, La Laura. Di conseguenza, Enzo):


10. Nina Nastasia, Run to ruin (Southern Records)
«Talking cake crumbs move toward the edges of your mouth and fleck off in all directions all i see: flying bits. I begin to count them».
Lei è, a suo modo, un genio.

9. Deerhof, Apple o’ (Kill Rock Star)
Si rimanda all'inconfutabile playlist di Davide.

8. Califone, Quicksand/Crandlesnakes (Thrill Jockey)
C'è solo Ben Massarella! E un video di struggente amore per l'archeologia industriale! E Francis, ovvero della nonna e dell'orso.

7. Damien Jurado, Where shall you take me? (Secretly Canadian)
Perchè Control di Pedro the Lion è dell'anno scorso.

6. Libby Kirkpatrick, Goodnight Venus (Heart music)
Che di cantautrici, niente che mi soddisfacesse. Eppoi lei non la conosce nessuno. E' un po' come fosse il mio asso nella manica.
Adorabile per me, decisamente inutile per il resto del mondo.

5. Bonnie Prince Billy, Master & everyone (Dragcity)
Ochei, il fatto di ballare era tipo uno scherzo. Nella mia stanza solo "the way", che di fatto io sono un tipo allegro ma non troppo.
Che poi sta a dire: Love me the way I love u.

4. Hot hot heat, Make up the breakdown (Sub Pop)
Il mio riempipista. Così, per aggirare l'annosa querelle Strokes, White Stripes.
Che forse in Canada non si balla nel 2003 (vabbè 2002)?

3. Postal Service, Give up (Sub Pop)
Translanticism l'ho ascoltato troppo poco (anche se di sicuro era più fico). E perchè la prima volta che senti Such great heights, d'istinto le accordi tutta la fiducia che merita (o di più) fino alla fine dell'anno. Il resto è sua conseguenza.

2. Pernice Brothers, Yours, mine & ours (Ashmont)
Per The Weakest Shade of Blue, anche, che sembra Olympian dei Gene. Il numero uno, fosse stato il novantacinque.

1. Daniel Johnston, Fear yourself (Gammon)
Perchè è il disco più bello dell'anno. Tautologico? Allora eccovi l'ossimoro: il disco d'amore più indie. Cosa domandare in più?

10. Pulseprogramming, Tulsa for one second (Aesthetics)
La prima promessa mantenuta del 2003 (con e senza l'adorabile Lindsay Anderson). Come recitava il frenetico video durante il loro concerto, "it was an intense year".

9. The Hidden Cameras, The Smell of Our Own (Rough Trade)
Ovvero sesso in musica, con molta poesia, ancor più divertimento, e senza un briciolo di malinconia. Finalmente.

8. AAVV. - Everything is ending here - A tribute to The Pavement (Homesleep)
Perché proprio non era possibile scegliere uno solo tra gli ultimi dischi di Yuppie Flu, Julie's Haircut, Giardini di Mirò e Fuck. Quindi riconoscimento collettivo all'etichetta degli "indierock warriorz" per la compilation dedicata a uno dei gruppi da sempre nel nostro cuore.

7. Daniel Johnston, Fear yourself (Gammon)
Per la ragazza più bella del mondo a cui tenta di non pensare, per quel finale sguaiato che ti lascia con la pelle d'oca, e perché Arturo quando mi ha passato il disco non credeva che mi sarebbe mai piaciuto.

6. The Strokes, Room on fire (Bmg)
Perché con loro mi diverto, tutto qui.

5. Pernice Brothers Yours, mine and ours (Ashmont)
Alla fine è diventato il mio disco dell'estate, anche se è strano associare a una stagione precisa un disco così classico e senza tempo come questo.

4. The Postal Service, Give up (Sub Pop)
Perché dal primo momento sapevamo che sarebbe stato tra i migliori dell'anno, perché non sapevamo che Rossano ci aveva fatto una promessa, perché sapevamo che da allora avremmo sempre ballato Such great heights al Covo.

3. Belle & Sebastian, Dear Catastrophe Waitress (Rough Trade)
Proprio quando temevo il peggio, i nostri amati scozzesi agguantano il podio grazie a uno sprint negli ultimi metri.

2. Broken Social Scene, You forgot it in people (Mercury)
Sì, c'è l'escamotage per averli tra i dischi del 2003, ma è un'opera talmente ricca e monumentale che tanto la ritroveremo anche nelle classifiche del decennio.

1. The Radio Dept., Lesser matters (Labrador)
Perché un innamoramento così a prima vista non mi capitava da un sacco di tempo, e certi entusiasmi bisogna premiarli e goderseli come meritano.
Nonostante sappia che già l'anno prossimo se li ricorderanno in pochi, il mio titolo di Disco Dell'Anno 2003 va a loro, con tutto l'affetto e la sincerità, le uniche cose che contano in una classifica di dischi su un blog.

domenica 14 dicembre 2003

Polaroid d’epoca

... se non era tardi ci si fermava volentieri a fare le polaroid spiritose nel primo Getty Museum, la famosa Villa Dei Finti Papiri, epitome allora del Kitsch più divertente e ridicolo. Eccole ancora qui, ingiallite o arrossite per la stampa casual, in compagnia delle più exclusive «da brunch fine», scattate e firmate sulle terrazze Volpi al Quirinale da Andy Warhol. (Quando arrivò per la prima volta a Roma, e rimase muto parecchi giorni, come contemporaneamente il ministro Bisaglia alle prime uscite nei salotti romani, fu accompagnato direttamente da Fiumicino all'Aracoeli, perché era deceduta in quel frangente la principessa mamma del fidanzato della sua brava sponsor. Lui scattò una polaroid al feretro).Così rieccoci in pose e basette sfrontate e collane e bermudas d'epoca tra quegli ameni marmi e bronzi falso-tardoromani e le aiuole «botanicamente storiche» e i cespugli «storicamente autentici» in un candido peristilio ercolaneo tutto abbagliante di colonnati e criptoportici nuovissimi. Rieccoci come stupendi Poseidoni capelloni e aurighi basettoni dalle lunghe ciglia ed Eracli tiburtini in calzoncini bianchi e occhialoni neri e ‘polo’ stampate a Cadillac e Chevrolet del Trenta comprate dal Saks di Beverly Hills, tutto travertino romano già allora. Come il Getty Center d'oggidì. Con Laocoonti di Camp Snoopy e gladiatori a baffo pendulo da Chinese Teather negli angolini Winckelmann (vasche e bronzetti di scavi balordi, bacche e zucche citate da Plinio) in canottiere acriliche rosse a bordi bianchi, o gialle a lampi blu, con un Superman o un gelato sulla schiena. (E ci si ‘polaroidava’ di straforo in compagnia del discussissimo ‘efebo’ bronzeo mediterraneo, forse falso ma simpatico per la posa ruffiana: più complice e ‘soft’ che nel suo celebre collega di Berlino, riprodotto in infiniti multipli come premio di profitti scolastici nell'incosciente età Guglielmina).
Forse soltano certi scatti e ciak d'allora in stile «absolutely pompier» fra gli archi e stucchi ‘Beaux-Arts’ frananti messicani e moreschi nel Palace of Fine Arts di San Francisco (Panama-Pacific International Exposition, 1915...) possono tuttora evocare una tale aura di résistance, décadance, insolence. E un ancora innocente «blithe spirit» che dalle spontanee fruste e istintive catene e impulsive cere colorate allegramente ribollenti nei rozzi e naïf backrooms di tutti quei Tool Box e Ramrod e Badlands e Detour e Underworld e No Name e Arena e Faultline e Falcon Lair e Eagle Nest e Rusty Nail e Powerhouse e Rawhide e Plumbers e Butch e Stud nemmeno badava, francamente, a rivoltarsi indietro con musini di circostanza verso la provincia ristretta dei maoismi trucibaldi e infantili, col popolare e familiare gesto del tiè. (Non si era signorili? No, non si era per nulla signorili. E meno che meno, elitari o snob. Solo Provocazione & Trasgressione verso feticci e tabù di stretta prammatica: vaffa, signore compagne e compagni signori, vaffa. Ce ne n'est que le Zeitgeist, baby: tout se tiè).

Alberto Arbasino, Le Muse a Los Angeles, Adelphi, 2000, pagg. 23-25



Ho trovato in questa pagina di Arbasino un movimento in qualche modo analogo a quello delle parole di Coupland che usavamo leggere all’inizio di ogni puntata in radio (e perciò ve l’ho ricopiata): il passaggio dallo sfogliare vecchie polaroid al prendere in esame (con ben altro atteggiamento, è ovvio) lo spirito dei tempi che ce le ha tramandate, e di conseguenza il presente.
Un gesto (là metaforico, qui forse più reale) che arriva a essere politico partendo dalla più effimera delle immagini.
(I'm) The end of the family line

Fino a qualche anno fa conoscevo a memoria qualche risposta abbastanza autoironica a domande tipo "ma voi quando vi sposate", "quando andate a vivere assieme" ecc.
Ora, dopo tutto questo gin e questo rum, non sono più così brillante.
Mentre ragazzi più giovani e ragazze più carine nel resto dell'appartamento semibuio ballano musica che non riconosco, mi trovate in cucina a fare pessimi interminabili discorsi, nemmeno coraggiosamente nichilisti, appena mediocri.
E come ogni anno, dopo la stagione in cui si tornano a tirare fuori i maglioni pesanti e i dischi degli Smiths, arriva anche il momento per quelli di Morrissey solista, i primi, le cose più incerte,

Our frank and open deep conversations
they get me nowhere
they bring me down, so
give it a rest, won't you
give me a cigarette
God give me patience
just no more conversation
Give us a drink
and make it quick
or else I'm gonna be sick...

venerdì 12 dicembre 2003

Definitely lost

Devo dirlo, ne sento l'urgenza: quanto è crudele perdere la vista e non potersi permettere una montatura di Mikli?

Ma il punto è un altro, ovvero: le Black Candy avevano scritto la scaletta con un pennarello rosso sul cartone della pizza.
Non dico altro.
Si meriterebbero tutte le copertine di tutto il pianeta. Tutte.
Nuove frontiere dell'Alta Fedeltà

Lost in translationAvrei voluto scrivere qualcosa di convincente per rispondere a La Laura che, qui sotto, sembra essere rimasta insensibile alla poesia di Lost in translation (anche se capisco che non si riesce mai a persuadere qualcuno a "farsi piacere" qualcosa: al massimo puoi continuare a mostrare, illuminare aspetti, senza arrivare a capo di nulla).
Avrei voluto argomentare con leggerezza il risaputo: che non si tratta di una storia d'amore né d'amicizia semplice semplice, ma che mi è sembrata una storia sul bisogno d'amore e d'amicizia, bisogno che i due personaggi, così incastrati nella loro incredibile bolla spazio-temporale (Tokyo-insonnia), sono fin troppo consapevoli di non poter soddisfare.

Mentre le commedia d'amore presentano di solito il momento iniziale di una storia, e dopo la parola fine non c'è più niente da raccontare, cioè i due personaggi vivranno felici e contenti, qui si resta sospesi (guardiamo la città dall'alto, con la faccia di chi non riesce ad addormentarsi), non è possibile afferrare il cuore della questione per le mille differenze che li separano.
E forse da questa sospensione consegue la sensazione di superficialità che La Laura accusava. Allora le risponderei che di questa superficialità non è però vittima il film, e si andrebbe avanti un pezzo, tornando in macchina di notte dopo un concerto.

Ma dopo aver letto oggi il post di Fabio, dove viene illustrato il concetto di "rimasterizzazione emotiva", non so: non ne ho più la forza.
Aggiungo soltanto che anch'io, la mattina dopo, ho cercato subito la colonna sonora, e l'ho ascoltata tutta diverse volte, e non ci potevo credere quando alla fine di Just like honey, dopo cinque minuti di silenzio (non skippati) ho sentito la voce annunciare "Ladies and gentlemen, Mr. Bob Harris"...

giovedì 11 dicembre 2003

Problems

Alla visita della patente mi han detto che sono cieca e io non lo sapevo.
C'è un bel libro di Guimaraes Rosa, Miguilim, il bambino protagonista alla fine scopre che non ci vede perchè gli mettono gli occhiali (mh: vi ho svelato il mistero) e tutto il tempo tu non lo capisci, ed è un bel twist, se si può dire (l'introduzione di tabucchi, che mi aveva soddisfatto allora, introduce un poco di questioni filosofiche che sono autorizzata a non capire).
Sono sicura che è per questo che non ho amato Lost in translation pur spifferando i trailer e le recensioni i presupposti per essere il mio (e di miliardi di altri, per carità) film.
Ecco vedi, c'è lei che dice all'amica di essere andata al tempio, e di non essersi emozionata (commossa, non ricordo esattamente).
Beh, è proprio quello, credo.
E così ero dispiaciuta e invidiosa che tutti entusiasti e io no.
Io no.
Io condannata allo spot trenitalia, per sempre.
Sob.
Aiuto.
Contro la noia della tivù...

Devo avere dei problemi, tutta sta matematica non può non aver lasciato traccia.
A me piace lo spot trenitalia. Dico sul serio.
Dico c'avete presente le pubblicità dei profumi (anche se Ilya, thème musical de la campagne du parfum Cacharel. Amor, amor, fhh).
E mi piace prendere i treni, perchè è l'unico momento che sei costretta a leggere.
Sono anche stata in prima classe, una volta, per sbaglio.
I treni sono sempre in ritardo è vero, ma francamente, io dove è che devo correre?
Però lo spot non piace a nessuno. Dico sul serio.
Pure al cinema commentavano, nonostante le pubblicità dei profumi.
Nonostante la pubblicità al cinema.
Quindi ho dei problemi di sicuro.
Sob.
Teletrasporto per Olympia, WA

Per quanto mi riguarda, oggi c'è una sola cosa importante da comunicare:
Black Candy live, questa sera al Renfe di Ferrara, ore 22 circa.
Non sarà fisicamente spiegabile la vostra assenza.

La band di Mara The Queen of Rock'n'roll, Poison Aly e DJ Amarezza ha finalmente ultimato le registrazioni del primo album Candinista (atteso per il 21 dicembre), e ci regalerà il solito furibondo casino. Se non ci credete, sentite qua.

A seguire, The Rippers, "oscuro e malvagio garage punk da quella terra di peccato e di vampiri che si chiama Sardegna". Il loro nuovo Lp (e non cd) è appena uscito.

Se volete, sulla blogmobile dei polaroidi c'è ancora posto.

mercoledì 10 dicembre 2003

Say hello to download

In attesa del loro prossimo album (con comodo), su Citizen Erased, sotto il menù "listen" si può scaricare un concerto degli Interpol registrato a Denver il 23 settembre scorso.
C'è anche "Strangers in the night" o "Song Seven" o... "quella nuova" insomma...
Lui sa tutto quello che vuoi tu

Steve Jobs, patrono di Apple, in un'intervista a Rolling Stones spiega la sua visione del futuro della musica.
L'unico modo per combattere la diffusione della musica peer to peer non è la repressione, ma la competizione:
"They bought 45s, then they bought LPs, they bought cassettes, they bought 8-tracks, then they bought CDs. They're going to want to buy downloads".

("They" siamo noi.)
Centrifugato numero due

Mi dicono dalla regia che è già pronto il secondo numero di Stirato.
Scaricatevi pure quello!
(se ne escono un altro paio prima della fine dell'anno, La Laura si presenterà al Covo con una minigonna di fanzine: altro che Suicide Girls).
Shake it like a polaroid picture

Stavo cercando in rete qualcosa sulla canzone che tutti balleremo a Capodanno, quando mi sono imbattutto in Season's Greetings!: accendete le casse e shakerate tutto.
Stampa rassegnata

ho scaricato un programma per salvare file di streaming in real audio,
l'ho crackato,
ho "registrato" un GR di Radio1 in .ra (presumibilmente protetto da copyright),
ho scaricato un programma per convertire i file real in altri formati audio,
ho trovato il serial number in rete e ho sprotetto il programma,
ho convertito il .ra in .wav,
l'ho editato,
l'ho riconvertito in .mp3 per alleggerirlo,
l'ho spedito al capo in meno di un'ora.

tutto questo per lavoro.
la mia laurea in filosofia (ti ricordi? Wittgenstein non era il nome di un blog) si sta rivoltando nella tomba.

(grazie a ink per i tips&tricks)

martedì 9 dicembre 2003

Riserva indie-iana

Robert Christgau, celebre firma del Village Voice, se la prende con lo stile di scrittura delle recensioni all'epoca di internet: "Why should indie-rock bands go pop when webzines everywhere think they’re so cool?" (e nella seconda parte dell'articolo parla dei Wrens).
Si può essere d'accordo su molti punti, ma trovo l'affermazione "Indieland broke off relations with the actually existing pop world years ago" parecchio superficiale.
Signor Loser, si indigni! Alex, mandagli un cd!
Natale a Omaha

Come passano le feste in casa Saddle Creek?
Il signor Bright Eyes Conor Oberst arrangia e interpreta canti tradizionali natalizi. L'album è acquistabile solamente su internet e i proventi saranno devoluti al Nebraska AIDS Project.
Rilo Kiley, invece, si guarda il filmino di Paris Hilton.
Qualcuno ha detto "classifica" e non è ancora finito dicembre?

Per la prima volta un disco della Rough Trade è al primo posto della classifica di fine anno del negozio Rough Trade. Scoprite quale qui.
Su Amazon, invece, ce ne sono due: quella aziendale e quella dei clienti.
Infine, la metaclassifica per eccellenza: i best reviewed albums of 2003 secondo Metacritic.
Ehi amico: non c'è problema
(Questa notizia temo interesserà solo Valido)

Se siete fans di Andrew W.K. sarete contenti di sapere che presto avrà uno show tutto suo su MTV2.
Potrete scrivergli (c'è il form on line), raccontando i vostri problemi e chiedendo consigli...

Andrew WK: quest'uomo vi darà degli ottimi consigli
Andrew WK: quest'uomo vi darà degli ottimi consigli

La meglio gioventù VS La peggio musica

Geri Halliwell, Gianluca Grignani, Dido o forse era Lene Marlin, non l'ho riconosciuta...
no, non è la scaletta del mio prossimo contributo ad Arte del Nastrone, ma la musica che Radio 2 trasmetteva domenica sera durante gli spazi pubblicitari dentro La meglio gioventù.
L'iniziativa a favore dei non vedenti di mandare in onda (in AM) il sonoro di film e sceneggiati che passano alla tivù (con una voce a fare da raccordo nelle scene senza dialoghi) è senza dubbio lodevole. La scelta della musica per coprire intervalli non pagati un po' meno.
Semplicemente, la scelta non è stata fatta. Si mixava con un nastrone di sottofondo e via, senza nemmeno un dlin dlon d'avvertimento.
Nonostante lo sceneggiato non mi sia sembrato un'opera d'arte, il brusco passaggio da una conversazione tra due ragazzi del 1966 al finale di una canzone (giuro, neanche l'hanno messa dall'inizio) di una ex Spice Girls risultava parecchio sgradevole. Mentre guidavo ho cambiato canale proprio come se fossi stato sul divano a casa.

venerdì 5 dicembre 2003

L'albero di natale tradizionale non è indie

Mh, l’attuale dibattito sui blog (me l’ha letto Ebi al telefono), pare incentrarsi sull’attendibilità o meno delle playlist di fine anno compilate a fine novembre.
E mi verrebbe da dire, di solito ho da far cose più serie, invece mi tocca in sorte che non ho un cazzo da fare e così faccio la scaletta (e ne discuto pure, diomio), giusto perché c’ho una fotta incredibile che finisca questo confortevole e gradevolissimo duemilatre.
E poi a dicembre si ascolta Salomon Burke che canta Present for Christmas, si va trovare le amiche che fanno le commesse agli ipermercati anche la domenica, a vedere la rassegna delle scuole di danza che tua cugina balla lo Schiaccianoci, devi evitare che la tua famiglia si accoltelli a cena, devi trovarti un posto davvero indie dove suicidarti l’ultima notte dell’anno che in bagno al covo c’è già la lista, devi prepararti al fatto che la tua taglia ai saldi non ci arriverà mai.
E poi e che cazzo, a dicembre bisogna far l’albero di natale, no le playlist.
Per me in cima alla playlist degli alberi di Natale duemilatre c’è quello tradizionale, gli altri, tipo monocolore, con i limoni seccati, la pasta di sale, i biscotti al cioccolato, il polistirolo ricoperto di stoffa a forma di delfino, e qualsiasi altro meschino succedaneo della pallina di vetro colorato (ho detto vetro, no plastica), sono solo uno spreco inutile di energie, un complotto contro il Natale.
Ce ne deve essere uno molto rappresentativo in Fanny e Alexander, quando l'han dato in tivù io ero piccola (tipo che erano i primi anni ottanta) e il primo episodio non mi fu sottoposto a censura perchè c'erano le decorazioni natalizie, ma no lo ricordo, comunque (Alexander che vomita? boh).
E mentre fai l’albero di Natale non puoi ascoltare niente perché c’è Harry ti presento sally in tivù, oppure Tutti insieme appassionatamente che ti ricorda di nuovo che se non avessi studiato dalle suore adesso saresti diversa e avresti un blog antagonista anziché collaborare ad uno buonista.
Eppoi l’albero lo fai con i tuoi compagni di appartamento, e a Natale devi essere più buona, vuoi quindi infligger loro ancora una volta la pena e lo strazio della tua musica uscita alla fine del duemilatre?
Quella la rimandiamo a gennaio, e finisce nella playlist di novembre prossimo che sarà di sicuro un anno migliore per tutti. Molto meno indie vivaddio.


Il malato immaginario

«Un blog musicale che nasce dal disgusto per i blog musicali, per la loro inutile autoreferenzialità, per l'ostentato fighettismo indie, per le playlist compilate a fine novembre, per il buonismo, per gli awards e tutte le cazzate che ne seguono».

(grazie a Loser per la segnalazione)

giovedì 4 dicembre 2003

It's the end of the year as we know it

Le classifiche dei dischi del 2003 secondo polaroid & Glamorama saranno svelate questa sera, a partire dalle venti, sul confortevole mono dei centotre punto cento in fm di Radio Città 103 (si accettano scommesse sulla tenuta dello streaming).
Due ore e mezza torrenziali di trasmissione a quattro microfoni, farcite con quanto di meglio si è ascoltato in questi dodici mesi.
E qualcosa da bere, ovviamente.
Non mancate :-)
Shins live!

Ho scoperto con ritardo questi Shins, ma vedo in giro che il buon Chutes too narrow è presente in molte classifiche di fine anno.
Qui si può scaricare un loro intero concerto registrato a Austin lo scorso settembre.

(e aggiungo anche la bonus track: se proprio vi piacciono i Radiohead...)
Fa tutto lui (2)

Problemi di playlist? In questa stagione vi si ingolfano le classifiche?
Gecco, il nostro uomo al php, ha risolto tutto e ha creato La Macchina Che Raccoglie Le Classifiche Di Fine Anno.
Cliccate qui:

disco bravo 2003


Un po' come fanno quelli di Rate your music, che però infilano nelle prime quattro posizioni Neil Young, gli Who, Led Zeppelin e Pink Floyd.
Wow! il 2003 è stato un anno memorabile, non trovate?

Ne volete ancora? Ecco A List a Day.
Avete esaurito le idee per un qualsiasi cavolo di elenco? Il Random List Generator è quello che fa per voi.
Basta così, che poi quelli di Dispenser si fregano tutti i link...
Thank you for the music (8)
Una polaroid di musica in nice price

The Velvet Underground - 'Loaded'Il fatto che l'essenziale della discografia dei Velvet Underground si trovi tutto nella fascia più bassa di prezzo potrebbe essere preso come un buon segno dei tempi.
Tralascio considerazioni sul se e come poi certe cose purtroppo cadano nel vuoto.

Il fatto è che mi metto nei panni di chi oggi comincia a masticare musica e si chiede chi siano mai questi padri fondatori, e perché debbano occupare uno scaffale intero tra box, compilation, rarità e ristampe.
La mia opinione è che Loaded sia il disco migliore per avvicinarsi ai VU e cominciare a orientarsi, anche se pare essere quello a cui loro (soprattutto Lou Reed) tenevano di meno.
D'accordo, il "disco con la banana" è fondamentale, mentre i due successivi sono quelli più sanguigni e ruvidi. Ma Loaded è quello che con più leggerezza riesce a mostrarti cosa sapevano fare i VU e perché sono ancora così importanti oggi, almeno per chi ascolta un certo tipo di musica.

Il 1970 era un momento di stress per la band: John Cale era stato allontanato da un pezzo, Maureen Tucker stava per avere un figlio, cinque sere la settimana (per dieci settimane) i VU suonavano al Max's Kansas City, Doug Yule reclamava maggiore spazio e Lou Reed subiva le pressioni della nuova etichetta discografica, la Atlantic, abbastanza timorosa delle tematiche dei suoi testi (Reed avrebbe poi lasciato la band prima dell'uscita del disco).
Che nello stesso periodo abbiano potuto scrivere gemme della storia della musica come Who Loves the Sun o Sweet Jane è semplicemente un miracolo. Ma la canzone che amo sopra ogni altra di Loaded resterà sempre l'impetuosa Rock & Roll: la storia più universale per chi ascolta musica, talmente semplice e banale che non vi linko nemmeno il testo. Lo conoscete già, è quello che è successo a voi, un sacco di tempo fa.

Queste le parole di Reed: "Se non avessi mai sentito il rock & roll alla radio, non avrei mai pensato che ci fosse vita su questo pianeta. Sarebbe stato devastante pensare che tutto quanto, dappertutto, fosse come il posto da cui provengo. Sarebbe stato profondamente scoraggiante. Il cinema non faceva per me. La TV non faceva per me. Era la radio che faceva per me".

... you know my life was saved by rock & roll...
Preparando il Christmas Martini e le olive sotto l'albero

Non lo facciamo mai, ma dato che nella nostra puntata di supplenza del mercoledì ci siamo divertiti parecchio, oggi vi segnaliamo volentieri i pezzi in mp3 che per una settimana potete scaricare: 1 (nei primi cinque minuti il finale di quei folli all'Overlook Hotel), 2 e 3.

Siamo partiti lenti e in generale abbiamo sproloquiato non poco (io colpevolmente dei Velvet Underground, La Laura di cinema - come se non sapessimo che il suo sogno è di andare a Seconda Visione), ma sarebbe bello se le serate di polaroid fossero più spesso così.

mercoledì 3 dicembre 2003

Polaroid: doppia in doppia coppia

Grazie Ginka, grazie Albert per essere andati nel Regno Unito.
Voi ve la spassate e noi recuperiamo il tempo perduto. Il tempo rubato (a buon diritto oppure no, poco importa) dal namedropping bolognese del consiglio comunale.
Questo per dire che stasera sui centotrepuntouno, polaroid sostituisce Beatbox (non ce ne vogliano gli ascoltatori per il salto - nel vuoto - della qualità).
Stasera quindi dalle 21.00 alle 22.30 si recupera.
Mezz'ora in più a disposizione per organizzare una puntata delle tradizionali, rubriche comprese, aperitivi, polaroid al cinema, thank you for the music e sommario (ei placet).
Tranquilli, si prevede l'intervento della redazione di Glamorama, di cui è certo il sopraggiungere ad una certa ora.
Ciò detto, resta fisso l'appuntamento di domani, giovedi quattro dicembre.
Domani, puntata speciale, in osmosi con Glamorama, dalle 20.00 alle 22.30.
Puntata finale se non definitiva, stanti gli schedulati appuntamenti del consiglio comunale di qui alla fine dell'anno.
Bilanci anticipati dunque, scalette a pioli del glam duemila e tre (anche se sarà difficile resistere alla tentazione di farci ospitare da Airbag, un qualche prossimo venerdì).
A stasera.
Dormire sui cartoni per strada sarà abbastanza indie?

Non ho potuto essere della balotta al M.E.I.
Per fortuna c'erano Marco e Carlo :-)

update: c'erano anche Zazie ed Giulia. E come poteva mancare il Presenzialista?
Chi l'avrebbe mai detto

indiepop
You're an Indie Pop Kid. You like songs about
relationships and the prettiness of nature.
You're sentimental, but not certainly not emo.
Oh, and if you aren't an English Major, you
should be.


You Know Yer Indie. Let's Sub-Categorize.
brought to you by Quizilla
(via inkiostro)

avviso

(avviso presente su 101ism)

martedì 2 dicembre 2003

Lista attesa
(un titolo sottile)

Aspettando che il nostro aggregatore umano (più affidabile della Listmania di Amazon) passi le vacanze di Natale a computare la Classifica definitiva dei dischi del 2003 preferiti dagli indieblogger, eccone un paio interessanti già apparse in rete: quella di Tasty Fanzine (con la partecipazione di membri degli Spearmint e dei The Loves) e quella di Largehearted Boy.
Tutto il resto si troverà prima o poi su un sito da maniaci come Listology.com (tra perle quali la "Lista delle canzoni con i nomi dei giorni nel titolo" o la "Lista dei cd che mio marito si vergogna a lasciare in bella vista sulla mensola dei cd").
Essere unhip costa troppo

Volete mettere quanto è figo lavorare gratis per Vice Magazine o gli Strokes?
Ermeneuti di Labranca, fatevi avanti.
Cento di questi download

Per il suo trentacinquesimo compleanno Martin Carr (ora noto come Bravecaptain) ha deciso di fare un regalo al suo pubblico: il nuovo ep è scaricabile gratuitamente dal suo sito, con tanto di copertina.
"I'm still looking for that same sound I've always looked for, and every batch of music I make takes me a little closer".

lunedì 1 dicembre 2003

Quello che ho imparato la prima volta che ho fatto il dj

Ogni festa ha il proprio luogo.
I muri del Covo hanno quella forma lì, e le cose che ci stanno dentro le conosciamo.
A volte ci sono novità, sorprese e scarti inattesi. Ma ogni dettaglio finisce per diventare parte di quel corpo di fenomeni (per nulla accidentali) che vanno sotto il nome di "una serata al Covo".
A volte ti diverti, altre volte ti chiedi cosa ci fai ancora da quelle parti. Ma ormai potresti riconoscere una serata al Covo a occhi chiusi, come un intenditore di whiskey.

Così quando venerdì scorso, sull'onda dell'euforia, dopo ore di Smiths Pixies Pavement Cure Housemartins Strokes Hefner Jam Interpol eccetera eccetera eccetera, mi sono lasciato andare e ho infilato ABC dei Jackson 5, gli Specials e infine i Clash, e la pista si è svuotata come per incanto, non avrei dovuto sorprendermi.
Mi ricordavano altre feste, pensavo vi piacesse... hey, dove andate...

Ma i giradischi sono tondi e girano in avanti, proprio come gli orologi. Non bisogna dare nulla per scontato, né perdere la concentrazione (che non coincide con la sobrietà, come l'Uomo dell'Anno dimostra): cogliere l'attimo e capire al volo quanti bpm ha. Soprattuto alzare le testa e tenere d'occhio Fabio, la metà con gli occhiali di Glamorama, vero termometro delle danze.

Vorrei poter dire d'aver imparato qualcosa da questo fantastico venerdì, ma non ne sono sicuro: del resto, gli Outkast (thanx Airbag crew!) subito prima dei Postal Service erano stati presi con la giusta ironia. Ma poco importa, non voglio ragionarci più di tanto: certe serate riescono talmente bene che non riesci a rovinartele nemmeno con le peggiori figure, tutto qui.

Ci ha poi pensato Mr. Unhip a calare le braghe del tutto e a riportare l'ordine. E allora sono corso dall'altra parte del banco e ci siamo sudati tutti addosso agli altri (proprio così). Ricordo distintamente che sulla cover di Blister in the sun fatta dagli Wannadies ho gridato "tutti giù" come in Animal House. E le ragazze lo hanno fatto, per poi saltare quando la canzone ricomincia. Un sogno diventava realtà.
Certi momenti valgono più di mille playlist. Come cantare "Cause it feels like we’re always falling away" insieme a Spiral Stairs a fine serata, come vedere i tuoi amici sorridere quando riconoscono in meno di un decimo di secondo l'attacco di This Charming Man, o quando la gente si stacca dal bar se fai partire i Beat Happening e si butta in mezzo sollevando i bicchieri.

Certo, rimane il problema delle richieste: il tizio che a locale ancora vuoto, mentre io mi destreggiavo in una sequenza All Girl Summer Fun Band - Aislers Set - All Girl Summer Fun Band - Dealership, è venuto a chiedermi gli Stone Roses. O la simpatica ragazza che mi domandava in continuazione solo roba Dischord (chiaramente un'inviata di Seconda Visione con il compito di sabotare il mio arcaico set). E che dire della bellezza che verso le tre e mezza voleva a tutti i costi Downloading porn with Dave dei Moldy Peaches e io li avevo lasciati a casa? (diomio, perché?)

Un grazie a chi è passato (e magari veniva da lontano), a chi ho conosciuto per la prima volta e a chi ho rivisto volentieri, a chi ha consumato ancora un po' di più le vecchie mattonelle rosse, e a chi come l'IngegnIere si è fatta più di sei ore di Covo solo perché volevo fare finta di essere un dj.
Un impegno concreto: più Indie Blog Awards per tutti

Vi sarete accorti che spesso quelli di polaroid sono off line nel week-end.
E non vi siete mai chiesti perché negli stessi giorni nemmeno Pitchfork viene aggiornato? Se fate due più due...
By the way, con il nostro consueto ritardo siamo qui per ringraziare Delio, che ha magistralmente organizzato questi Indie Blog Awards come nemmeno Tony Renis avrebbe saputo.
Inoltre, vorremmo esprimere tutta la nostra riconoscenza al nostro produttore Arturo (Maestro, anche lei c'è dentro fino al collo), e abbracciare Sergio Palladini, il regista di tutti i nostri video, e soprattutto vorremmo dire grazie a voi, nostro adorato e folto pubblico, la migliore conventicola che ci poteva capitare.
E' per merito vostro se ora, sulla porta del nostro ufficio a Radio Città 103, possiamo appiccicare commossi queste targhette:



indieblog che ha saputo imbastire la polemica più inutile e pretestuosa



miglior indieblog domiciliato in bologna (e borgo panigale non vale)



indieblog che ha perso maggiormente la testa per i radio dept. e per i postal service (media pesata)



migliore descrizione di un concerto indiepop visto all'estero



indieblog che meno sta a fare il precisino e lo scetticino quando si parla dei gruppi con il the davanti e la s in fondo, e gira tutto intorno alla stanza, mentre si danza (prezioso rmx)

venerdì 28 novembre 2003

La playlist di Dave Kulp
(Per la par condicio ora vorremmo anche quella di un redattore del Mucchio, mentre quelli di Rockstar hanno già i loro indieblogger di fiducia)

Siccome io un blog non ce l’ho (più), mi faccio ospitare da polaroid (che ringrazio umilmente) e posto la mia playlist di fine anno…

1. THE BLOOD BROTHERS Burn, Piano Island, Burn (Artist Direct)
Perché anche se metto da parte l'entusiasmo, sforzandomi di essere lucido e razionale, un gruppo che ha spinto i limiti di un genere così lontano non lo trovo. Cosa dire della commistione di soluzioni, influenze e backgrounds? Un delirante concentrato di suoni violentissimi, inspiegabilmente pop.

2. MOGWAI Happy Songs For Happy People (PIAS)
Perché ogni volta che ascolto "Stop coming to my house" mi ripeto che nella vita ho raramente sentito di meglio.

3. SOLE Selling Live Water (Anticon)
Perché Sole mi sembra l'unico rappresentante del roster Anticon a voler rimanere fedele ad una formula hip hop moderatamente tradizionale. Uno che si avvale dei produttori più geniali (Jel, Odd Nosdam, etc...), ma che poi rimane all'interno del tracciato, finendo per firmare un album di hip hop incazzatissimo e raffinato (colto, intellettuale, etc, etc, etc...) allo stesso tempo.

4. DAMIEN JURADO Where Shall You Take Me (Secretly Canadian)
Perché lui soffre più degli altri.

5. PREFUSE 73 One Word Extinguisher (Warp)
Perché la Warp l'ho sempre snobbata, mentre davanti a questo disco mi sono ritrovato a bocca aperta. Una ricchezza di suoni infinita, un gusto ed una classe sopra la media. Scott Herren deve veramente aver ascoltato milioni di dischi, fagocitando di tutto... Poi si è messo davanti al computer e si è reso conto di avere talento. Me lo immagino così.

6. OWEN No Good For No One (Polyvinyl)
Perché Mike Kinsella è un vero e proprio idolo e suppongo che non mi deluderà mai. Prima nei Cap'n'Jazz, poi negli American Football, ha sempre avuto un gusto unico nel trasporre in musica la valanga di malinconia che, suppongo, caratterizza la sua esistenza. Fa ridere, ma su "I'm not going anywhere tonight" ho veramente versato lacrime...

7. CURSIVE The Ugly Organ (Saddle Creek)
Eheh... che dire. Pura adorazione (anche se ritengo migliore "Domestica")... e pensare che quando mi esaltavo ascoltando il loro primo album, non immaginavo che un gruppo del genere avrebbe ottenuto il rispetto degli addetti ai lavori più snob. Se vogliamo ancora incasellare la musica dei Cursive all'interno di un contesto preciso... beh, loro suonano emo, ma come lo suonano loro, non lo suona nessuno.

8. DEATH CAB FOR CUTIE Transatlanticism (Barsuk)
No comment. Visto che i ragazzi di Polaroid amano descrivere la magia che si crea al Covo in alcune occasioni, io dirò soltanto che ho immaginato il live dei DCFC in quello stanzone un migliaio di volte. Ricordo che un giorno Mr. Inkiostro mi ha detto che "Transatlanticism" (il brano) è "una palla". Spero che abbia cambiato idea.

9. MARA'AKATE Self Titled (Alone)
Scusatemi, ma ogni tanto ci godo a trovare un disco scritto in un mese da giovinastri americani un po' nullafacenti. Quando questi sono poi capaci di decostruire gli stilemi tipici di certo hardcore lasciandosi alle spalle intellettualismi e pretese, ci godo ancora di più.

10. DEERHOOF Apple O (Kill Rock Stars)
Perché quest'anno da San Francisco sono usciti gruppi pazzeschi, capaci di sperimentare senza farsi troppe pippe, risultando assolutamente godibili e soprattutto originali. Kevin Blechdom, Numbers, Soft Pink Truth, Erase Errata e tanti altri... dal vivo mi hanno tutti impressionato. Gente intelligente che non scorda mai di divertirsi.

11. ARAB STRAP Monday At The Hug And Pint (Chemikal Underground)
Ovvio no?

12. BLACK EYES Self Titled (Dischord)
Questo dovrebbe stare più in alto. E' un gran disco.

13. THE DECEMBERISTS Her Majesty (Kill Rock Stars)
Mi trattengo dal metterlo molto più in alto nella classifica. E' un ascolto recente e sono decisamente esaltato. Questi ragazzi di Portland hanno fatto quello che decine di gruppi affiliati a Kindercore e March non sono riusciti a fare: celebrare certe melodie retro senza fossilizzarsi, senza risultare stantii, freddi e spassionati. Questo è il disco che i Belle & Sebastian non sono più in grado di scrivere.

14. PULSEPROGRAMMING Tulsa for One Second (Aesthetics)
Che anno decadente per l'IDM. La Morr ha buttato fuori dischi indecenti, la Carpark sembra non aver trovato nulla da far uscire. Hood e Dntel sono rimasti in letargo... Si narra di un'esplosione orchestralfolkglitchtronica francese, ma sembra che i dischi li abbia solo Jukka e che non li voglia dare a nessuno. Insomma, il meglio lo hanno fatto i Pulseprogramming. Stop.

15. BUCK 65 Talkin Honky Blues (Warner Music Canada)
Perché in un mondo migliore alla radio passerebbero "Protest" di Buck 65 e non "In Da Club" di 50 Cent. Lo stile non è acqua.

giovedì 27 novembre 2003

Fate finta di niente

Per l'omino della sfiga che cancella tutte le cose appena le scriviamo sul calendario: non è che stiamo dando degli appuntamenti, eh, restiamo sull'ipotetico, che qui c'è nebbia...

Radio Città 103Ad esempio, se questa sera conducessimo una trasmissione radiofonica (magari un po' di Nicchia e un po' di Patata) sarebbe una serata speciale, che noi saremmo persone che agli anniversari ci tengono. Cominciare la radio sorprendentemente per il terzo anno ci commuoverebbe a tal punto che vorremmo un po' di amici intorno (anche blogger, va bene lo stesso) per brindare e suonare le nostre solite canzoni e cantare Tanti Auguri polaroid.
Ci accomoderemmo (così, per caso) a partire dalle venti sul confortevole mono dei centotre punto cento, in modulazione di frequenza per Bologna e provincia e, toh, sarebbe proprio lo stesso di Radio Città 103.
Ah, come sarebbe bello se funzionasse anche lo streaming...

Covo ClubE poi, sempre per ipotesi, se venerdì sera ci capitasse di mettere i dischi nel nostro locale preferito (ma sì, proprio il Covo), addirittura in qualità di assistenti dell'Uomo dell'Anno in persona, non è che lo diremmo troppo in giro, anche perché qui l'unico a chiamarci Dj è il buon Mr. Loser (e sappiamo quanto se ne intende di musica).
Sarebbe una serata prevedibile, sempre le solite cose da ballare, e che fatica ricordare le parole, e offrire da bere agli amici che sarebbero venuti a trovarti da lontano (anche blogger, va bene lo stesso).
Ah, però come sarebbe bello se ci fossero tutti...

mercoledì 26 novembre 2003

L'INIZIO DEI CONTI
(lo ha fatto Rossano, lo posso fare anch'io)


Non credo che interessi a molti, ma so che se non lo faccio ebi potrebbe aversene a male.
Allora ecco i miei 10 dischi del 2003, necessariamente anticipati per le esigenze editoriali di quel mensile che troverete in edicola tra qualche giorno.

10 Broken Social Scene: You Forgot it in People
Se quest'anno non si infila almeno un disco canadese in playlist si fa la figura degli sprovveduti. E poi sarà un piacere assistere alle polemiche sull'opportunità di inserire o meno un cd che in effetti non è uscito nel 2003.

9 Gossip: Movement
Queste ragazze spaccano. Punk rock dream comes true, ancora una volta.

8 Arab Strap: Monday at the Hug & Pint
In ogni disco dei due scozzesi ci sono almeno tre canzoni memorabili. Di questi tempi bastano e avanzano. Se poi avessero inserito in scaletta le cover di Ac/Dc e Van Halen che hanno piazzato sul singolo starebbero anche più in alto.

7 The Strokes: Room on Fire
Non inventando un accidente di niente hanno creato uno stile. E solo il cielo sa quanto bisogno di stile ci sia oggigiorno.
La verità? Se non li avessi inclusi tra i dieci Enzo mi avrebbe tolto il saluto.

6 Wire: Send
Sono l'unico gruppo che non mi fa sentire vecchio. Una delle poche (l'unica?) reunion che non ha (quasi) fatto rimpiangere l'originale.

5 Yeah Yeah Yeah's: Fever to Tell
Perché no.

4 Postal Service: Give Up
Il disco che inganna circa l'utilità del pop elettronico, un po’ come l'anno scorso è capitato con Notwist. Tanto per illudersi di non essere quello che siamo: dei retrogradi appiccicati solo al suono delle chitarre.

3 The Kills: Keep on Your Mean Side
Forse perché lei mi piace. Forse perché ogni tanto mi ricordano i Jesus and Mary Chain. Forse perché hanno un bel nome. Forse perché sono in due e non si chiamano White Stripes.

2 Rapture: Echoes
Piazzarsi di traverso in mezzo alla pista ballando scomposti ed urlando jealous lovers è stato un bel modo di passare i fine settimana di quest'anno. Il disco giusto al momento giusto.

1 Daniel Johnston: Fear Yourself
Fatevi un favore: spegnete il computer, accendete lo stereo e piazzate nel lettore una copia di questo disco. Poi riaccendete il computer, connettetevi al sito di un qualunque negozio di cd ed acquistate l'intera discografia di quest'uomo.
Il mondo non ascolterà

Mettetevi avanti con le celebrazioni. Subito dopo le feste, con l'anno nuovo partiranno i ventennali degli Smiths (non fermatevi a fare i conti, state allegri).
In uscita a gennaio per una delle nostre etichette preferite, la Matinée, una compilation intitolata Romantic and Square is Hip and Aware (qualche lume sul titolo qui), dove al solito i migliori gruppi della casa (tra cui Lucksmiths, Pale Sundays e Pipas) affronteranno le cover di alcune delle canzoni più importanti della loro/nostra adolescenza. Sarà tutto inutile, ma come farne a meno?
It's later than you think!

Il Natale a Manhattan sembra sempre un po' più Natale: ecco quindi la guida alle feste natalizie del Village Voice, con la storia dei Santa Claus di cioccolata, la road map dei pub dove si brinda meglio quando fuori nevica, le dritte per gli acquisti dell'ultimo minuto (hey, manca ancora un mese!) e il calendario degli eventi più assurdo che vi possa capitare tra le mani in questa stagione.
After the after party

Leggo il lungo resoconto del Guardian (già prontamente segnalato da Fabrizio) sul post concerto newyorkese degli Strokes, e mi vengono in mente svariate e ovvie e superficiali considerazioni sulla stampa inglese. Ad esempio, come dimenticare quelle pagine su un NME dell'anno scorso con la cronaca di festini californiani ai quali praticamente mancavano solo sacrifici umani e visioni forzate di Porta a Porta. Oggi, invece, il morigerato quotidiano britannico presenta i nostri ragazzi così tranquilli, scappano dalle feste, sapete hanno lavorato veramente sodo, ecc...
Alla fine dell'articolo, l'unica cosa che ricordo è che Julian Casablancas è single.
Polyphonic Daddies

Chi non vorrebbe passare il capodanno a Los Angeles coi ragazzi di Glamorama?

martedì 25 novembre 2003

'cause the music is boring me to death

In facoltà avevo lasciato solo moon pix. Tanto pensavo che me ne sarei andata. Ecco, vedi, credi che te ne vai solo per il brivido dell'appiglio centrifugo.
Lasci tutto appeso, come dopo la lavatrice, aspettando che asciughi.
Invece sei ancora lì a presidiare opportunità. Pure Kovac va in Congo (vivaddio), eppoi ve lo dico (anche se non dovrei), preparatevi, che ci va anche Carter in Congo (maledizione), me l'ha detto mia mamma che ha visto l'ultimo episodio quando era nel regno unito questa estate. Teneva i gatti di una signora. A Fulham, leggendo la Kinsella e nutrendo i gatti, japanoise e pret a manger.
E aggiungerei ci va pure mia mamma nel regno unito, un giorno che decide che la vita è semplicemente prendere, e non dare e londra è sua, per via dei fiori e lo stucco a tre quarti di parete e per la national gallery che è gratis ed è la pinacoteca più bella che ci sia, alla faccia del louvre e di bertolucci e di godard.
Non per un concerto di Patrick Wolf, che se ero là ci andavo curiosa, oppure me ne stavo in casa a monitorare gli esperimenti di biologia sul pavimento del bagno lamentandomi che i muffin sono venuti male e metto troppo dressing nell'insalata.
Io al massimo pensavo che Bologna fosse mia, mentre al portico dei servi si parla di borseggiatori natalizi e alla pinacoteca c'è una santa lucia che tiene gli occhi su un piattino e fa paura come certi manichini sproporzionati di Patrizia Pepe, che ricordano la notte dei morti viventi o un incubo ricorrente di infanzia nel tennis club del mare e pineta (anni in cui gli incubi non trovano quinta migliore di località della riviera e grand hotel, che se non sei Proust o Grace Kelly, è meglio dimenticare).
Tornando dalla calabria, uno di quei viaggi talmente lunghi che l'ipod non arriva al confine con la toscana e tanto vale guardar fuori o cercare uno scompartimento dove chiedere ospitalità per una sigaretta in cambio di racconti catastrofici di divorzi ripensamenti licenziamenti malattie (mai chiedere in treno a uno che siede deliberatamente nell'unica carrozza fumatori dove è diretto), ho avuto l'onore e il privilegio di ficcare il naso in bei monolocali sui fori, in quel dedalo di strade che hanno persino i nomi belli (lo dice mia nonna) oltre alle fontane, oltre al travertino, voglio dire (come se questo potesse spiegare).
Ecco, vedi sei ancora lì a pensare di uscire di casa la mattina che c'è sole, anzichè quel casco di vapore acqueo che arriccia i capelli persino a me e vi assicuro che ciò non costituisce una realtà plausibile da punto di vista termomeccanico, ma succede, tutte le mattine di inverno che torno qui e mi metto le cuffie e modifico i programmi e faccio run e escono grafici nonsense, cui varrebbe la pena un giorno di spendere due parole (già fatto e già perso) o un'opera d'arte.
Dico solo che se ci tolgono anche la radio, ecco, non sono storie, e dato che non ci sono spiegazioni, non c'è nemmeno motivo.
Io sto con le formiche

Volevo segnalare pure io la stessa cosa, ma poi mi sono accorto che mi aveva preceduto Shoegazer.
Allora volevo segnalare Shoegazer ma poi mi sono accorto che l’aveva già fatto il signor Loser.
E lì, tra i commenti, ho scoperto che in realtà era stato Benty il più veloce di tutti.

Ormai il blogging è diventato dannatamente competitivo.
A questo punto tanto vale che ve lo dica lo stesso, casomai foste in pensiero per quei poveretti di inglesi che per tutta la settimana di Natale ascolteranno nastroni fatti dai Radiohead: sul sito della BBC6 si può votare la playlist delle canzoni più trasmesse e noi orgogliosi segnaliamo anche la presenza degli Yuppie Flu di Food for the ants.
Faccine sorridenti e un giro di Days before the days prima di andare a nanna.
Fa tutto lui

Ma dico: vi siete accorti che Gecco ha messo in piedi un servizio di blog hosting gratuito e politicamente corretto tutto da solo?
Non sarebbe il caso di far girare la notizia?
Due di nicchie

Alla festa organizzata da Gianluca Neri, un personaggio che indubbiamente aveva già sfruttato a fondo le potenzialità offerte dalle multicolori tessere free drink mi ha salutato sghignazzando e dicendo “ah, tu sei polaroid! Tu sei uno di quei blog piccolini, di nicchia, che state tutti tra di voi, che non si capisce mai di cosa parlate...”
Io ero appena arrivato e ancora indietro coi beveraggi (ci ha poi pensato il generoso Grassilli a mettermi in pari) e non ho saputo rispondere, limitandomi a sorridere e a guardarlo saltellare via abbracciato a un giornalista.

La Nicchia è un concetto che, da quando ci siamo accorti che è antitetico alla Patata, non mi piace più *.
Qui di solito si chiacchiera della musica che passa per la nostra radio, per le nostre macchine quando facciamo dei bei viaggi assieme, o per i nostri computer quando ce la scambiamo (il caso di Zazie che si prende postalmente cura di noi è unico).
Insomma, ve lo chiedo: suona tutto piuttosto incomprensibile?
Dobbiamo restare fedeli alla causa “indie” e citare unicamente gruppi che prendono meno di 3 e più di 9 su Pitchfork, solo per stravincere gli awards di Delio?
Oppure volete meno Nicchia e più Patata, tipo link a foto di Liz Phair in concerto? O magari, ancora meglio, apriamo un fotoblog solo per La Laura?


* = mi spiego: statistiche alla mano, ai concerti e nei locali “di nicchia” predomina la Braga, mentre la Patata ridonda nelle situazioni più mondane e accessibili. Noi in mezzo, di solito, sbagliamo strada.
Top Ten e Top E

Qui in redazione non è rimasto praticamente nessuno, eppure scopro che in un solo giorno polaroid è finito tra le righe di due post abbastanza imprescindibili per il PIL 2004 della mia personale microeconomia blog (dove per PIL si intende, ovviamente, il Prodotto Inutile Lordo, al netto delle perdite di Gnu Economy).

Rossano Lo Mele, batterista dei Perturbazione e caporedattore di Rumore, svela la sua top ten dei dischi dell’anno e si ricorda dei Postal Service. Non anticipiamo nulla, ma è chiaro che anche da queste parti nessuno se li è dimenticati (thanx to Inkiostro per la segnalazione).
Quanto all’altro, beh, Delio tempo fa chiedeva se a qualcuno era mai capitato di sognare il proprio blog. Io sono dell'idea che dopo la festa di venerdì scorso saranno stati in molti a sognare almeno una blogger.

mercoledì 19 novembre 2003

"I don't need love, I've got my band"

Come non detto (da queste parti ultimamente finisce sempre così): domani sera pare che la radio trasmetta di nuovo un Consiglio Comunale, programma senza dubbio più interessante e utile di polaroid, però lo stesso: mavvaffanculo.

Con questo post postumo almeno vi regalo la buona notizia che i Radio Dept. oggi pubblicano un nuovo ep con 5 pezzi inediti (al quale The Cricket dedica lusinghiere parole).
Infinitely maybe

'Blogout - 13 diari dalla rete': sabato 22 novembre presentazione a ModenaIl sottoscritto torna in pausa ancora per un po'.
Vi lascio gli appuntamenti dei prossimi giorni:

- forse domani sera sul confortevole mono di Radio Città 103 polaroid festeggia il secondo compleanno con una settimana di ritardo (ormai siamo un quindicinale, come lo era Zero In Condotta: ci toccherà la stessa sorte?). Forse ci saranno un po' di blog, forse ci sarete anche voi, e forse anche gli Amari.

- forse venerdì sera ci si vede agli Gnu Awards. Io sarò quello che dirà di non avere un blog (oppure mi faccio passare per Delio, non ho ancora deciso).

- se perdo il treno, forse ci si vede al Covo per l'imprescindibile serata unhip con Melt Banana + The Death Of Anna Karina.

- sabato 22 niente forse. Non avete impegni: spiegazioni qui, istruzioni qui.
Musica per unicorni felici, alla moda, fissati con la Morte

The Unicorns - 'Who Will Cut Our Hair When We're Gone?'Per una ipotetica Top Ten delle cose più cool del 2003 musicale, io suggerirei:
a) il made in Canada
b) scrivere musica a distanza.

The Unicorns (i nomi con il "the" invece erano molto 2002) soddisfanno entrambe le condizioni. Se aggiungiamo che tutte le recensioni descrivono invariabilmente la loro musica come “experimental lo-fi pop” (e questa non sarà da meno) si spiega l'8.9 regalato da Pitchfork al trio ora di base a Montreal.

A dire il vero, la loro bassa fedeltà sembra piuttosto "ricercata": tipo strumenti giocattolo su basi disco punk, o un synth preso pari pari dai... Boards of Canada (ma guarda). Ti viene da pensare che i ragazzi siano molto più snob di quanto uno possa temere già dalla scelta di un titolo come Who Will Cut Our Hair When We're Gone?, o a leggere le descrizioni dei loro live: performance improvvisate dentro autolavaggi, spettacoli di pupazzi, l’occasionale presenza di qualche homeless, risse sul palco e con il pubblico, il ruolo di gruppo spalla nel tour canadese di Hot Hot Heat.

La cosa che sembra divertire di più gli Unicorns è sbriciolare la forma della canzoni: giocare coi ritornelli più orecchiabili che vi vengano in mente, mettere un crescendo dopo l’altro e poi spegnere la luce, tirarla per le lunghe oppure scappare prima della fine del pezzo. Insomma, fare qualunque cosa pur di sorprenderci e divertirci e farci ballare e strapparci un sorriso. E ci riescono.
Musica per nebbie (1)

Fuck - 'Those are not my bongos'Nell’attimo prima di cadere addormentato mentre qualcuno ti abbraccia, apri gli occhi di colpo e chiedi sussurrando “hai detto qualcosa?”.
Ma la voce era nel sogno ed era la tua: “questi non sono i miei bonghi” aveva annunciato, e tu confuso non avevi saputo cosa rispondere.

Nel nuovo album dei Fuck ci sono momenti che fanno sentire esattamente così. Canzoni indolenti, sghembe, spesso talmente fugaci da avere la stessa consistenza di ricordi di sogni. Eppure la concisione sembra donare ulteriore ricchezza al lavoro del quartetto. Non manca nulla: dalla "spensierata" Firing Squad alla sconcertante dolcezza di How to say, dal rock nervoso di A vow e Hideout all’interludio di Jazz Idiodyssey.

Però è anche vero che il filo conduttore della raccolta è senza dubbio un umore malinconico e piuttosto intimo, adatto a queste giornate novembrine intrise di nebbia come pioggia rappresa (ad esempio, stamattina sembra la copertina scartata n.5, un video perfetto per la brumosa A conversation ).
Apparente conseguenza, i Fuck sembrano essere sempre più a loro agio quando le canzoni si spogliano di quasi tutto. Le voci sono spesso in primo piano (ma se mettete le cuffie ogni tanto sentirete il piede battere il tempo), le chitarre acustiche e smaglianti, gli interventi elettronici sempre misurati.

Those are not my bongos è stato in buona parte registrato ad Ancona insieme a Matteo Agostinelli degli Yuppie Flu (che canta pure in un paio di occasioni), ed esce per i nostri indie warriors della Homesleep.
I Fuck saranno prossimamente in tour in Gran Bretagna e hanno in agenda anche una visita a John Peel.
Grande è la confusione, sopra e sotto la scrivania

Ieri sera in ufficio, verso le dieci, stavo pensando di mettere in pratica tutti i Top 10 tips for watching the Paris Hilton sex tape in your office (non avete ancora visto il video? ma se ormai ci sono in giro anche le magliette!).

Poi il paternalismo di How Not to Get Fired Because of Your Blog è stato così convincente che il mio senso di responsabilità ha deciso di perdere cinque minuti con questo utile test.

Personality Disorder Test Results
Paranoid |||||||||||| 42%
Schizoid |||||||||||| 42%
Schizotypal |||| 18%
Antisocial |||||||||||||| 58%
Borderline |||||||||||||| 54%
Histrionic |||||||||||||||| 70%
Narcissistic |||||||||||||| 54%
Avoidant |||||||||||||| 54%
Dependent |||||||||||||| 54%
Obsessive-Compulsive |||||||||||| 50%
Take Free Personality Disorder Test

domenica 16 novembre 2003

Generazione vuota
Blank Generation all'XM24 questa sera, ore 21.30

Blank GenerationNew York. Metà anni Settanta. Alcuni club cittadini cominciano a proporre concerti di nuove band che suonano una musica secca, veloce, rumorosa. Uno di questi locali è il CBGB’s, inaugurato nel 1973 e che l’anno successivo tiene a battesimo, fra gli altri, i Ramones. Il CBGB’s è frequentato anche da personaggi come Ivan Kral, un esule cecoslovacco che si sta facendo un nome come filmaker e come musicista nel Patti Smith Group, e da Amos Poe, regista di film low budget molto coinvolto nella scena che oggi possiamo definire proto-punk.
Diventati amici, Kral e Poe cominciano a filmare con un super8 i concerti che si svolgono al CBGB’s. I due non possono permettersi un fonico e, dal momento che il super8 non ha microfoni, le loro riprese sono mute. Quando decidono di unire le sequenze migliori in un’unica collezione, quindi, sono costretti a utilizzare le registrazioni di altri live o i demo forniti dalle band stesse. Il risultato è Blank Generation, un documentario in bianco e nero con il sonoro fuori sincrono. Molto rozzo, molto punk, e molto affascinante.
La disparità fra lo sfarfallio tipico delle immagini in super8 (poi riversate su pellicola 16mm) e l’audio di discreta qualità, infatti, crea una forma che si sposa perfettamente al contenuto. Quest'ultimo è opera di personaggi del calibro di Television, Patti Smith Group, Ramones, Talking Heads, Wayne County and The Electric Chairs, Blondie, Johnny Thunder & The Heartbreakers (con Richard Hell), Harry Toledo, Marbles, Tuff Darts, The Shirts e Miamis.

Che sia un momento di transizione (le riprese risalgono al ‘75) lo si capisce proprio da questi nomi, non tutti inseribili nel calderone punk (Talking Heads, Blondie, Television e la stessa Patti Smith) e che permettono di capire meglio il successivo sviluppo della new wave. Ma il lavoro è pronto nel ‘76, in concomitanza con l’inizio vero e proprio del nuovo genere (che qualcuno fa coincidere con l’uscita del primo singolo dei Damned) e ne diventa in qualche modo il film-simbolo, anche perché raccoglie le uniche immagini dei primi passi di band destinate a lasciare una traccia fondamentale nella storia del rock.

In quest’ora scarsa si può ascoltare, ad esempio, una versione schizofrenica di Psycho Killer ("qu’est-ce-que-c’est? fah fah fah fah fah..."). E ogni gruppo è messo a fuoco per tre o quattro minuti prima di vederlo sul palco.
Capita anche a Wayne County, oltraggiosa drag-queen leader degli Electric Chairs, che vediamo brandire uno scopino da cesso mentre urla "He's a boy, but he looks like a girl! Dirty, dirty, dirty!"

Wayne/Jayne County
Ispiratrice mai riconosciuta di New York Dolls, David Bowie, Pete Burns (Dead Or Alive) e tanti altri, nata nel giro Factory (quella di Warhol), ha iniziato nel teatro (pre)transgender di Paul Morrissey, per poi pre-datare il punk con gli Electric Chairs e dare uno scossone fondamentale alla scena come principale band del Roxy a Londra.
E’ a lei che dobbiamo l’introduzione dell’estetica transgender estremamente sessuata nella scena punk originale, e la successiva spinta in direzione dell’esplorazione del corpo. Compì la transizione da Wayne a Jayne nella totale oscurità mediatica, in concomitanza, qui da noi, con la bufala Amanda Lear: andrebbe beatificata come Santa Pagana del transgender (di cui si occupa il festival Gender Bender che si svolge in questi giorni qui a Bologna). Essenziali il suo pezzo Transgender Rock’n’Roll e i primi due album degli Electric Chairs, con numerose perle di oscenità pansessuale (al cui confronto Peaches è un’educanda), cominciando dal brano You Make Me Cream in My Jeans.

A proposito di jeans, e non solo
Blank Generation significa generazione vuota. Una generazione di ragazzi che, semplicemente vestendosi punk, diventano di colpo strani. Si facevano tagliare i capelli cortissimi, pantaloni a tubo, le All Star e un giubbottino di pelle marrone trafitto da almeno duecento spille da balia, e il gioco era fatto. La porta d’accesso per un altro mondo dove non dovevano sottostare a regole e rotture di coglioni, o almeno potevano dare l’impressione di farlo.
E’ difficile, oggi, rendersi conto della portata di tutto questo. Essere punk significava rifiutare in blocco, inconsapevolmente o meno, anni e anni di controcultura, rifiutare la liberazione del corpo come mille altre utopie, invertire un’immagine giovanile allora dominante.
Quella generazione vuota, composta di alieni dai capelli corti e magari colorati significava l’azzeramento, l’annichilimento, colpiva a trecentosessanta gradi tutt’intorno e reagiva negativamente a qualsiasi stimolo positivo. E proprio Richard Hell si è sempre proclamato il promotore ante-litteram dell’estetica e del suono punk.

Richard Hell
Con i Neon Boys, nel 1971, Richard Hell dà inizio agli anni Ottanta senza saperlo. Lo si può vedere raffigurato nel retro di un EP postumo, insieme a Tom Verlaine e Billy Ficca, mentre imbraccia il suo fido basso. Richard è un perfetto punk con quattro anni d’anticipo: occhiali neri stile Sixties, capelli corti tagliuzzati malamente, giubbotto di pelle nera. Anche nella musica è presente questa forte attitudine punk. Le canzoni dei Neon Boys vivono di una tensione sconosciuta al rock dei primi anni ‘70. Ma questa esperienza - purtroppo – dura molto poco. Il sodalizio con Tom Verlaine non funziona: non possono convivere due personalità così egocentriche. Tom prosegue da solo e forma i Television, mentre Richard Hell, nel ’75, incrocia la sua strada con il vecchio amico Johnny Thunders, fuoriuscito dai New York Dolls.
Insieme decidono di formare un gruppo di rock’n’roll il più oltraggioso possibile: gli Heartbreakers. La band suona uno spudorato rock’n’roll di strada (Stooges e New York Dolls, tanto per fare i soliti nomi) tentando anche una ricerca di carattere visuale alla quale si ispirerà, poco dopo, Malcom McLaren. Camicie strappate ad arte sulle quali vengono sparse pennellate di colore rosso, giubbe di pelle nera, capelli corti tagliati a caso. Questi gli elementi che concorrono a formare l’immagine degli Heartbreakers che proseguono e portano a completo sviluppo il discorso musicale iniziato dai Neon Boys: una stilizzazione del vecchio rock’n’roll e del primo beat, scossa da violenti fremiti e cantata nella maniera più schizofrenica possibile.
Gli Heartbreakers potevano diventare per l’America quello che i Sex Pistols sono stati per l’Inghilterra. Ma come mettere d’accordo un cronico junkie come Johnny Thunders e un’intelligenza vulcanica come quella di Richard Hell? Anche questa esperienza, infatti, trova la sua inevitabile conclusione: Richard lascia il gruppo e ritorna ai suoi progetti solisti. Nel ‘77 forma i Voidoids e incide un EP contenente una canzone bella e importante: Blank Generation.

Visioni punk
E’ il film di Amos Poe ad aver ispirato il titolo della canzone di Richard Hell oppure è il contrario? Poco importa, a ben vedere. Alla fin fine, piuttosto, non rimane che ricordare l’esiguo numero di film sul movimento punk, a parte The Great Rock’n’roll Swindle di Julian Temple (tornato sull’argomento un paio d’anni fa con The Filth and The Fury) e The Decline of Western Civilization di Penelope Spheeris, incentrato sui gruppi punk di Los Angeles (X, Black Flag, Circle Jerks).

Qui in Italia le prime immagini di punk inglesi arrivarono grazie alla trasmissione Odeon, su Rai2. Presentava il punk come l’ultima follia giovanile dall’Inghilterra. Capelli colorati, abiti stracciati, catene, la spilla-da-balia-che-trafigge-la-guancia, questo genere di cose. Odeon diceva e testimoniava che i tempi stavano cambiando. Era vero oppure no che nella sigla si vedevano delle ballerine con le tette di fuori? Tutto quanto fa spettacolo, no? E’ buffo, ma molti ragazzi italiani hanno imparato ad essere punk, in un certo senso, dai media ufficiali.

One two three four!
Il cinema di Amos Poe rappresenta la sintesi di tutto quello che si può definire come cinema rock. Chi può (e vuole) si vada a leggere quanto scritto da Guido Chiesa sul numero 14 di Rockerilla (maggio 1981). Il rock è l’essenza stessa dei suoi film, anche di quelli mainstream mai arrivati nelle sale italiane tranne, nel 1984, Alphabet City. La questione non è negli attori che usa (Debby Harry, ad esempio) o nel fatto che si vedono concerti o locali (Just An American Boy, realizato quest’anno, descrive un tour del cantautore texano Steve Earle). La questione, invece e soprattutto, è che dai suoi film emerge sempre un’immagine globale della cultura e della generazione rock.


Blank Generation
USA, 1976, 16mm, 55', b/n
Regia: Amos Poe e Ivan Kral.
Fotografia: Amos Poe (16mm, bianco e nero).
Musica: registrata da dischi dei gruppi presenti nel film, asincrona.
Montaggio: Amos Poe e Ivan Kral.
Produzione: Amos Poe e Ivan Kral.

Questa sera all'XM24, Via Fioravanti 24, Bologna, ore 21,30.

sabato 15 novembre 2003

I've got a feeling

Ok, ultimamente non sono molto aggiornato, ma è una mia impressione oppure il "nuovo" Beatles è un pacco (natalizio)?
E perché non si leggerà mai su nessuna rivista un articolo come il commento numero tredici?

venerdì 14 novembre 2003

Sei forte, papà

Voglio proprio vedere cosa inventerà l'anno prossimo Leonardo per farci gli auguri.
Bello ritrovare Ugo

Prossimamente su queste frequenze :-)

giovedì 13 novembre 2003

She don't use jelly (vodka): cinque o sei brindisi per polaroid

Tutto era nato così, con dei disegni all'evidenziatore e c'era parso che la situazione kitchen potesse funzionare, anche se quello era un format nato destinato e deperire in fretta come quello di cui raccontava.

Noi, meno pifferai di hamelin di quell'andrea pezzi là lontano, avevamo il vantaggio dell'etere, e l'esperienza di anni di monitoraggio di gesti e di calici tra quelle fronde di ferro battuto che non ci è mai riuscito di raccontare.

Di raccontare dei vecchi tempi in cui si andava scoprendo i prodigi del negroni a stomaco vuoto e si indugiava su quelle sciarpe a maglia larga che le morose andavano intrecciando coi ferri, salvaguardia insistente di nuche già altrui, sabato prossimo.

I bei tempi in cui l'aperitivo ti faceva passare la fame, oltre che certi freddi nebbiosi e bui.

Già allora ci sembrava cent'anni, ora accipicchia, milioni e ci tocca confondere poesia e negroni (da veri alcolisti), non senza quella retorica nostalgica e scassaminchia, solo perchè sono cose finite da un'altra parte (in cui io ero di sicuro anna karina e ballavo con il kilt e i calzetti) o il male minore.

Tutto è cominciato che io mi facevo il viaggio di fare l'aperitivo con le citazioni e passai il pomeriggio nel tentativo di trovare il martini montgomery, in di là dal fiume e tra gli alberi, che (se non urlate allo scandalo mi fate un favore) è un libro soffocante, per via di quei tiamo tipo interiezione.
"Cameriere" disse il colonnello. Poi le chiese:"vuoi anche tu un Martini secco?" "Si" disse "volentieri" "Due Martini molto secchi" disse il colonnello. "Montgomery, quindici a uno" Il cameriere, che era stato nel deserto, sorrise e scomparve e il colonnello si rivolse a Renata "sei cara" disse "e anche molto bella e io ti amo"
Questa citazione si trova dappertutto in rete, seppi poi, anche in siti di cui vergognarsi con gli sfondi con l'immagine di un calice fluorescente in campo nero ripetuta enne volte.
Ma è stato il primo aperitivo per Polaroid, ed era tipo una tesi di laurea, avevamo anche visto un film di cui di nuovo mi vergogno e bevuto più martini di Dotty Parker per debellare la paura.


Poi ci furono le coccinelle, se per caso c'eravate anche voi quella sera che facemmo l'aperitivo sperimentale con le cose trovate con google a pagine avanzate, e scoprimmo che le coccinelle andavano estinguendosi triturate in cocciniglia disciolta in rossi liquori.
Fu divertente, credo, una sera che Leo traduceva i talking heads lì per lì.
E invece leggo ora (ma la notizia credo che sia del 2001): temo che il nostro Stefano Apuzzo abbia confuso le coccinelle con le cocciniglie. Le cocciniglie sono da sempre impiegate nella fabbricazione dell'alchermes, ma non hanno nulla a che fare con la coccinella dai sette punti


Poi ci fu lo spritz in generale quel noto aperitivo amatissimo nel nordest, terra in cui affonda le sue radici da più di cento anni, avendo trovato le sue roccaforti in città come Venezia, Padova e Trieste.
Si tratta di un composto corroborante a base di alcool, dalla funzione sociale aggregativa. Spritz e' il nome "scientifico", ma viene comunemente denominato Spriss o Spriz o, spesso, Sprisseto: il che dimostra l'amore della popolazione verso il Nostro, giunta a coniarne anche il vezzegiativo. La sua ricetta è avvolta da un'aura di mistero...o forse non è mai esistita!! Di certo è composto da vino bianco e acqua (o selz), ma per il resto ci si affida alla creatività del barista che lo prepara...o alla propria! Nella maggior parte dei casi le aggiunte alla "base" descritta sono quelle di quantità (...più o meno ingenti...) di Aperol, Cynar o Gin.
. Cui seguivano le avvincenti immagini della spritzcam sugli studenti di psicologia a piazza delle erbe.


E una vodka jelly, che fu deusexmachina dalla parucchiera un giovedì in cui già di mattina progettavo la scusa melodrammatica all'esser senza aperitivo, materializzandosi tra le pagine di amica tra le splendide mani inguantate di una manista qualunque: Vodka Jelly is not hard to make, it's just a case of getting your quantities right! If you don't, it just won't set. Any jelly mix will do fine, strawberry and raspberry are obvious favourites. Any brand of Vodka will also do just fine.
Seguì poi la stagione delle ricette al litro come il punch faciaruli: ingredienti per 12 LITRI: 3 bottiglie di vodka naturalmente liscia, 3 bottiglie di vino bianco e 3 di vino rosso, 3 litri di succo d'ananas e 1 litro e mezzo di lemonsoda.
O ancora l'assenzio: mettete a macerare per un minimo di 12 ore, in 95 litri di alcol (85 per cento di gradazione), le seguenti piante essiccate: 2,5 kg di artemisia absinthium (assenzio maggiore o romano), 5 kg di anice e 5 kg di finocchio - altre fonti aggiungono issopo, succo di limone, angelica, anice stellato (che, all’epoca, contribuì alle fortune del mistrà marchigiano), dittamo (pianta erbacea aromatica della famiglia delle Rutacee), ginepro, noce moscata e veronica. Aggiungete 45 litri di acqua e distillate. Dal liquido ottenuto (circa 95 litri), prelevatene 40 litri, e aggiungete un altro chilogrammo di assenzio, un chilogrammo di issopo e 500 chilogrammi di succo di limone; scaldate a moderata temperatura, filtrate, e aggiungete i rimanenti 55 litri di distillato. I circa cento litri finali di assenzio saranno ricondotti a una gradazione alcolica di 75 per cento con un’ulteriore diluizione in acqua.

Per riformulare il tutto ancora in termini romantici è recente l'aperitivo alla rosa lady Penzance da bere al giardino della rosa antica con Aldo Rossi e Sofia Coppola, fatto di cinorrodi e alcool a 95° gradi: si lavano e puliscono i frutti della rosa togliendo i semi e i peli. Si mettono tutti gli ingredienti in un vaso a chiusura ermetica. Una volta al giorno si scuote il vaso per almeno una settimana. Si lascia riposare per trenta giorni. Poi si filtra e si mette in bottiglia.


Ora, ora brindiamo.
Ora, ora spegni la luce perchè arriva la torta con le due candeline per Polaroid, che soffiando si resta al buio, e se ci pensi è una bella quinta per abbracciarsi, in generale, figùrati in radio.